Consulenza ed Assistenza

Consulenza ed assistenza in merito a cartelle di pagamento e riscossione, fermo ed ipoteche, pignoramneti presso terzi

La rimessione in termine nel processo tributario

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CORTE DI CASSAZIONE - Ordinanza 15 aprile 2014, n. 8715

prescrizione La CTR di L’Aquila -adita in sede di rinvio da D.P.G., dopo la cassazione (per effetto della pronuncia n.5932/2009) della sentenza della predetta CTR n.30/10/2003, con la quale era stato accolto l’appello proposto dall’Ufficio- ha dichiarato tardivo il ricorso in riassunzione, per essere stato proposto oltre il termine annuale dell’art.392 cpc, con accertamento del passaggio in giudicato della sentenza impugnata ed estinzione del giudizio ai sensi dell’art.393 cpc.
La predetta CTR ha anche evidenziato che non poteva trovare accoglienza la giustificazione della tardività fondata sulla omessa comunicazione del deposito della sentenza da parte della Corte di Cassazione, atteso che il termine dell’art.392 ha carattere perentorio ed una rimessione in termini "sarebbe contraria a quello scopo di semplificazione e di certezza del diritto che la norma vuole perseguire".

E’ onere del contribuente dimostrare l’impossibilità dei locali a produrre rifiuti

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CORTE DI CASSAZIONE - Ordinanza 03 giugno 2014, n. 12443

cassazione Il presupposto impositivo della ta.r.s.u. è l'occupazione o la detenzione di locali ed aree scoperte a qualsiasi uso adibiti (art. 62, 1 comma d.lgs. 507/93). Non sono soggetti alla tassa i locali e le aree che non possono produrre rifiuti o per la loro natura o per il particolare uso cui sono stabilmente destinati o perché risultino in obiettive condizioni di non utilizzabilità nel corso dell'anno, qualora tali circostanze siano indicate nella denuncia originaria o di variazione e debitamente riscontiate in base ad elementi obiettivi direttamente rilevabili o ad idonea documentazione (art. 62, comma 2 d. Igs. cit).
L’art. 62, pone quindi a carico dei possessori di immobili una presunzione legale relativa di produzione di rifiuti. Ne consegue che l'impossibilità dei locali o delle aree a produrre rifiuti per loro natura o per il particolare uso, prevista dall'art. 62, comma 2, non può essere ritenuta in modo presunto dal giudice tributario, essendo onere del contribuente indicare nella denuncia originaria o di variazione le obiettive condizioni di inutilizzabilità, le quali devono essere "debitamente riscontrate in base ad elementi obiettivi direttamente rilevabili o ad idonea documentazione" (Conf. Cass. Sez. 5, Sentenza n. 11351 del 06/07/2012; Sez, 5, Sentenza n. 17703 del 02/09/2004)

Imposte di registro, ipotecaria e catastale - Debiti ereditari - Solidarietà - Non sussiste

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COMMISSIONE TRIBUTARIA REGIONALE ROMA - Sentenza 12 maggio 2014, n. 2957

In data 4 marzo 2013 L’Agenzia dell’Entrate Direzione Provinciale 1 di Roma ufficio legale in persona del direttore pro tempore depositava ricorso in appello avverso la sentenza 480/26/11 emessa dalla Commissione Tributaria provinciale di Roma sez.26.
Tale sentenza aveva accolto parzialmente il ricorso della contribuente L.C., che in qualità di erede di C. C. si era opposta all’avviso di liquidazione ed irrogazione sanzioni, con il quale l’ufficio procedeva, in relazione all’atto di compravendita registrato in data 27/04/06 n. 10065/IT, stipulato tra il de cuius e l’H.M. spa, al recupero delle imposte di registro, ipotecaria e catastale secondo la tassazione ordinaria per complessivi € 134669,16, poiché erano decadute tutte le agevolazioni previste dall’articolo 1 della tariffa, parte prima allegata al d. P. R. 131/86.
L’appellante eccepisce l’illegittimità della sentenza viziata da erronei presupposti di fatto e di diritto, in particolare sostiene che nella fattispecie deve trovare applicazione il principio secondo il quale i coeredi rispondono solidalmente dei debiti d’imposta del defunto, già previsto in materia di imposte dirette dall’articolo 65 del d. P.R. 600/73.

Ingiunzione fiscale: breve rassegna giurisprudenziale

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L’ingiunzione fiscale è uno strumento di riscossione coattiva delle entrate (sia di diritto pubblico che privato) che, seppur vetusto – giacchè è disciplinato dal R.D. 14 aprile 1910 n. 639 – è tutt’oggi fortemente utilizzato dagli Enti locali per la riscossione dei tributi minori. Per caratteristiche, la dottrina, da sempre, lo accomuna al precetto di pagamento disciplinato dal codice di procedura civile. Del medesimo avviso è anche la Corte di Cassazione (su tutte con la sentenza n.8162 del 15/06/2002) secondo cui presupposto fondamentale per poter ricorrere all’ingiunzione fiscale, è che il credito in base al quale viene emesso l’ordine di pagamento sia certo, liquido ed esigibile e ciò all’evidente scopo di tutelare le posizioni soggettive di coloro che vengono in contatto con gli Enti pubblici.

Imposta di registro su sentenze: gli interessi moratori si tassano in misura proporzionale

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Sentenza del 11/02/2014 n. 748 – CTR Lazio
Massima:
4055262-law-concept-of-justice-symbolGli interessi moratori maturati sulle somme oggetto di condanna hanno natura risarcitoria e pertanto non concorrono a formare la base imponibile ai fini IVA. Gli stessi, pertanto, ai fini dell’imposta di registro, devono essere tassati in misura proporzionale del 3% ai sensi della Tariffa allegata al DPR n.131/1986.
***
Ai fini della registrazione delle sentenze bisogna tenere distinto il regime di tassazione applicabile alla sorte capitale rispetto a quello attuabile sugli interessi moratori liquidati nel provvedimento giurisdizionale.
Difatti, se, ad esempio, la sorte capitale riguarda la cessione di beni o la prestazione di servizi soggetti ad IVA, l’imposta di registro andrà applicata in misura fissa in forza del principio di alternatività tra IVA e REGISTRO in quanto, detto principio è applicabile anche agli atti giudiziari portanti la condanna a cessioni di beni e prestazioni soggette ad IVA (rif. art.40 del dpr 131/86).
Il principio di alternatività, dunque, vede la prevalenza della normativa in materia di imposta sul valore aggiunto rispetto a quella di registro. Ne consegue che il trattamento fiscale previsto agli effetti di tale tributo dipende direttamente dalla qualificazione che, ai fini IVA, viene attribuita all’operazione.
Al contrario, gli interessi moratori maturati sull’obbligazione principale non concorrono a formare la base imponibile ai fini IVA ed in conseguenza devono essere tassati in misura proporzionale del 3% ai sensi della Tariffa allegata al dpr 131/86 in quanto, gli stessi, sono svincolati dalla obbligazione principale e rivestono un carattere risarcitorio.
Avv. Nicolavito Poliseno







L’impugnazione dell’estratto di ruolo

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cartella-esattorialeL’estratto di ruolo è un atto impugnabile? Si, no, forse.
La Corte di Cassazione, negli ultimi tempi, è tornata ad occuparsi della natura impositiva dell’estratto di ruolo, cioè di quel documento che, a richiesta del contribuente, viene rilasciato da Equitalia e dal quale è possibile evincere tutte le somme, di natura fiscale, previdenziale e amministrativa, che il contribute non ha, o meglio non avrebbe, corrisposto alle diverse amministrazioni.
Il ruolo viene formato dall’ente impositore e successivamente trasmesso ad Equitalia che, a sua volta, ha il solo compito di procedere alla riscossione delle somme in esso contenuto, mediante la notifica della cartella di pagamento.
Secondo la regola generale, chi intende contestare il ruolo lo deve fare attraverso l’impugnazione della cartella. Difatti, l’art.21 del D.P.R. 602/73, prevede che la notifica della cartella di pagamento vale anche come notifica del ruolo.
La Cassazione, nel recente passato, ha sostenuto che i ruoli sono semplici atti interni dell‘amministrazione, i cui vizi, solo eccezionalmente, in base a norme specifiche (ad es., art. 17 del d.P.R. n. 602/73, che stabilisce i termini di decadenza entro i quali i ruoli devono diventare esecutivi), ovvero quando i relativi estratti siano notificati al contribuente in luogo della cartella, ed assumano, quindi, la natura di atti impositivi (cfr., in tal senso, Cass. 724/10), si riverberano sul rapporto tributario individuale; e, pertanto, solo in tali casi si rendono impugnabili. La cartella esattoriale costituisce, per  converso, l'atto impositivo attraverso il quale il contribuente assume contezza dell'iscrizione a ruolo ed i cui vizi comportano l'illegittimità della pretesa tributaria, con la conseguenza che è avverso di essa che va rivolta, di regola, l'impugnazione (cfr. Cass. 139/04; 4301/05).
In via di principio, dunque, l'estratto di ruolo, che è atto interno all’Amministrazione, non può essere oggetto di autonoma impugnazione, ma deve essere impugnato unitamente all'atto impositivo, notificato di regola con la cartella nella quale il ruolo viene trasfuso, in difetto non sussistendo un interesse concreto e attuale del contribuente, ex art. 100 c.p.c., ad instaurare una lite tributaria, che non ammette azioni di accertamento negativo del tributo (Cass. 66010/13); e ciò, perfino nel caso in cui l'estratto di ruolo sia notificato di seguito alla cartella di pagamento, e non in luogo di essa, atteso che detto atto non esprime una pretesa tributaria autonoma da quella portata dalla cartella, sulla quale soltanto si fonda l'azione esecutiva (Cass. 1837/10). Per tali ragioni, pertanto, non appare condivisibile l'assunto di una recente pronuncia di questa Corte (Cass., ord. n. 2248/14), secondo cui la mera consegna da parte di un dipendente dell'Ufficio di una copia dell'estratto di ruolo, non seguita dalla formale notifica del ruolo in luogo della cartella, potrebbe legittimare l'impugnativa da parte del contribuente. E' evidente, infatti, che, in tale evenienza, il ruolo resta pur sempre un atto interno all'Ufficio e non può acquisire la veste giuridica di un vero e proprio atto impositivo (Cass. n. 6395/2014)
In definitiva, dunque, l'estratto di ruolo potrà essere impugnato in quelle sole ipotesi in cui esso venga ad incidere direttamente sul rapporto tributario individuale, ovvero allorquando venga ad essere notificato al contribuente da solo, in luogo della cartella di pagamento, assumendo, in tal modo, la natura di un atto impositivo autonomamente impugnabile.





Sanzioni amministrative - Violazione al codice della strada - Opposizione a cartella esattoriale - Legittimazione passiva - Litisconsorzio necessario - Equitalia - Sussistenza

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Corte di Cassazione, Sezione 3 civile - Sentenza 29 gennaio 2014, n. 1985
multe Qualora il contribuente, destinatario di una cartella esattoriale emessa per violazioni al codice della strada, lamenti ed eccepisca la nullità della cartella per mancata notifica dell’atto presupposto, deve chiamare in causa sia l’Agente della riscossione che l’ente impositore (Comune, Provincia) in quanto quest’ultimo,  essendo l’effettivo titolare della pretesa sostanziale, è litisconsorte necessario.
La Corte Suprema, a riguardo, sostiene che "l'attivita' che compete al concessionario per la riscossione si svolge in modo del tutto indipendente rispetto a quella di notifica del verbale di accertamento della contravvenzione e di conseguente (eventuale) fase di contestazione della stessa. Il concessionario, in altri termini, e' chiamato a svolgere il proprio compito di riscossione, meramente esecutivo, tramite le cartelle esattoriali, senza essere in alcun modo tenuto a verificare ne' "la probabile esistenza del credito", ne' "l'effettiva notificazione degli atti presupposti". Cio' in quanto l'attivita' presupposta e' di spettanza di un altro soggetto, ossia l'ente che ha effettivamente irrogato la sanzione amministrativa.
Nel giudizio di opposizione a cartella esattoriale, relativa al pagamento di sanzione amministrativa per violazione del codice della strada, ove il destinatario della stessa deduca la mancata notifica del verbale di accertamento dell'infrazione, la legittimazione passiva spetta non soltanto all'ente impositore, quale titolare della pretesa sostanziale contestata, ma anche, quale litisconsorte necessario, all'esattore che ha emesso l'atto opposto e ha percio' interesse a resistere, in ragione dell'incidenza che un'eventuale pronuncia di annullamento della cartella puo' avere sul rapporto esattoriale (cfr.. Cassazione, ordinanza 21 maggio 2013, n. 12385)".


MODELLO APPELLO IN COMMISSIONE TRIBUTARIA REGIONALE

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RICORSO IN APPELLO
CON ISTANZA PER TRATTAZIONE IN PUBBLICA UDIENZA
In favore di , elettivamente domiciliata presso lo Studio Legale dell’avv. Nicolavito Poliseno, corrente in Bari alla via P. Amedeo n.40, dall quale è rappresentato e difeso giusto mandato conferito a margine dell’atto introduttivo di primo grado
    - appellante –
contro
Agenzia…….
-appellato-
Avverso
La sentenza n. …. pronunciata in data 9 giugno 2011 e depositata  in data 7 luglio 2011 dalla Commissione Tributaria Provinciale di Bari sez. … di cui si chiede la riforma parziale con riferimento agli avvisi d’accertamento 2009 e 2010
Preliminarmente, al fine di richiedere la parziale riforma della predetta sentenza  codesta difesa ritiene opportuno far procedere la narrazione in punto di fatto rispetto all’esposizione delle questioni di diritto, al fine di una migliore visione d’insieme dell’atto stesso.
Premesso che

Termine per l'appello tributario

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ricorso_tar_tribunale Le sentenze emesse della Commissione tributaria provinciale possono essere impugnate entro sessanta giorni (c.d. termine breve) decorrenti dalla notificazione della sentenza a istanza di parte o se nessuna delle parti vi provvede trova applicazione il termine c.d. lungo, di sei mesi dal deposito della sentenza.
Il ricorso in appello va proposto nei confronti di tutte le parti che hanno partecipato al giudizio di primo grado mediante notifica che può essere effettuata:
tramite ufficiale giudiziario
direttamente a mezzo del servizio postale
direttamente mediante consegna dell'atto a mano dell'impiegato
Entro trenta giorni dalla proposizione del ricorso in appello, pena l’inammissibilità rilevabile d'ufficio in ogni stato e grado del giudizio, il contribuente che propone appello deve depositare presso la segreteria della commissione regionale competente:
l'originale del ricorso notificato a norma degli articoli 137 e seguenti del codice di procedura civile;
ovvero copia del ricorso consegnato a mani o spedito per posta. In questi due casi l'appellante deve, a pena d'inammissibilità, entro 30 giorni dalla notifica, anche depositare copia dell'appello presso l'ufficio di segreteria della commissione tributaria che ha pronunciato la sentenza impugnata (art. 53, comma 2, D.Lgs. n. 546/1992).
Le parti diverse dall'appellante debbono costituirsi nei modi e nei termini di cui all'articolo 23 depositando apposito atto di controdeduzioni. Nello stesso atto può essere proposto, a pena di inammissibilità, appello incidentale (art. 54 D.Lgs. n. 546/1992).
La costituzione dell'appellato sana la nullità della notifica dell'atto di impugnazione, a nulla rilevando che l'appellato stesso, una volta costituitosi, abbia ritenuto di non svolgere attività difensiva.








La notifica del ricorso nel processo tributario

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approfondimento[1] Ai sensi dell’art. 16 D.Lgs. 546/92, la notifica del ricorso introduttivo può avvenire con tre diverse modalità:
1) A MEZZO DELL'UFFICIALE GIUDIZIARIO: è la classica tipologia di notifica che viene eseguita con l'intermediazione dell'ufficiale giudiziario al quale andrà consegnato un originale del ricorso più tante copie quanti sono i destinatari.
2) A MEZZO POSTA: in tale ipotesi la notificazione può essere fatta direttamente dal contribuente a mezzo del servizio postale mediante spedizione del ricorso in plico senza busta (c.d. alla francese) raccomandato con avviso di ricevimento, sul quale non vanno apposti segni o indicazioni dai quali possa desumersi il contenuto dell'atto (art. 16, comma 3, D.Lgs. n. 546/1992). Qualunque notificazione a mezzo del servizio postale si considera perfezionata nella data di spedizione, pertanto la ricevuta di spedizione riveste particolare rilevanza giacchè da tale data decorrono anche i 30 giorni che il ricorrente ha a disposizione per iscrivere la causa a ruolo.
3) MEDIANTE CONSEGNA DIRETTA: la notificazione può essere eseguita direttamente dal contribuente mediante consegna dell'atto a mani dell'impiegato addetto all'ufficio (protocollo) dell'ente impositore nei cui confronti è proposto il ricorso. L'impiegato che riceve l'atto ne rilascia ricevuta che andrà a sua volta inserita nel fascicolo di parte al momento dell’iscrizione a ruolo presso la cancelleria della commissione tributaria provinciale.
Note: in caso di notifica a mezzo Ufficiale Giudiziario, la copia del ricorso verrà consegnata ai destinatari mentre l’originale verrà restituito al contribuente. Al contrario, nel caso di notifica in proprio (a mani o tramite le poste), l’originale del ricorso sarà consegnato all’Ufficio impositore mentre il contribuente dovrà depositare, al momento dell’iscrizione a ruolo, una copia del ricorso attestando in calce al medesimo che si tratta di copia conforme all’originale notificato.
Esempio di attestazione di conformità: il sottoscritto avv. Nicolavito Poliseno attesta, ai sensi dell’art.22 c.3 del D.Lgs.546/92, che il presente ricorso è conforme all’originale notificato all’Agenzia delle Entrate, direzione provinciale di Bari, mediante consegna diretta (oppure: mediante spedizione di plico senza busta raccomandato con avviso di ricevimento)
Data e firma





E’ nulla la notifica al portiere senza alcuna menzione, nella relata di notifica, dell'inutile tentativo di consegna a mani del destinatario

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CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 26 febbraio 2014, n. 4627

posta1. In data 9.5.01, veniva notificata a N.F. a seguito della precedente notifica di sette avvisi di irrogazione sanzioni, per gli anni dal 1983 al 1988 - una cartella di pagamento emessa dall'Ufficio a titolo di sanzioni ed interessi in materia di IVA, per l'importo complessivo di £. 1.314.745.000.

2. L'atto veniva impugnato dal contribuente dinanzi alla CTP di Roma, che accoglieva il ricorso.

3. L'appello proposto dall'Agenzia delle Entrate alla CTR del Lazio veniva, peraltro, parzialmente accolto con sentenza n. 183/14/05, depositata 1'8.2.06, con la quale il giudice di seconde cure riteneva regolare la notifica dei primi cinque avvisi di irrogazione sanzioni, confermando l'invalidità della cartella impugnata, in relazione agli altri due avvisi.

4. Per la cassazione della sentenza n. 184/14/05 ha proposto ricorso N.F., affidato ad un unico motivo. L'Agenzia delle Entrate ha replicato con controricorso.

Considerato in diritto

1. Con l'unico motivo di ricorso, il N. denuncia la violazione e falsa applicazione dell'art. 139 c.p.c., in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c., nonché l'omessa o insufficiente motivazione in relazione all'art. 360 n. 5 c.p.c.

1.1. Avrebbe, invero, errato la CTR, a parere del ricorrente, nel ritenere - peraltro con motivazione del tutto inadeguata - regolare la notifica di cinque avvisi di irrogazione sanzioni su sette, sebbene essa fosse stata effettuata a mani del portiere dello stabile, senza alcuna menzione, nella relata di notifica, dell'inutile tentativo di consegna a mani del destinatario, poiché assente, o delle altre persone preferenzialmente abilitate a ricevere l'atto, ai sensi dei co. 1 e 2 dell'art. 139 c.p.c.

1.2. Siffatta omissione - al contrario di quanto ritenuto dal giudice di seconde cure - determinerebbe, per contro, ad avviso del N., la nullità della notifica degli atti a monte della cartella di pagamento impugnata dal contribuente.

2. Il motivo è fondato.

2.1. E' - per vero - del tutto pacifico tra le parti, e risulta dall'impugnata sentenza, che gli avvisi di irrogazione sanzioni in discussione siano stati notificati al N. a mani del portiere, ai sensi dell'art. 139, co. 3 c.p.c., senza che nella relata di notifica si sia dato atto dell'assenza del destinatario, nonché delle altre persone preferenzialmente abilitate a ricevere l'atto, ai sensi dei co. 1 e 2 della disposizione succitata.

2.2. Ebbene, come questa Corte ha più volte affermato, in caso di notifica nelle mani del portiere, l'ufficiale giudiziario deve dare atto, oltre che dell'assenza del destinatario, delle vane ricerche delle altre persone preferenzialmente abilitate a ricevere l'atto; ed il relativo accertamento, sebbene non debba necessariamente tradursi in forme sacramentali, deve, nondimeno, attestare chiaramente l'assenza del destinatario e dei soggetti rientranti nelle categorie contemplate dal co. 2 dell'art. 139 c.p.c., secondo la successione preferenziale da detta norma tassativamente stabilita.

2.3. Ne discende che deve ritenersi nulla la notificazione nelle mani del portiere, allorquando la relazione dell'ufficiale giudiziario non contenga - come nel caso di specie - l'attestazione del mancato rinvenimento delle persone indicate nella norma succitata (cfr. Cass.S.U. 8214/05; 11332/05; Cass. 6101/06).

2.4. Per tali ragioni, pertanto, il ricorso del N. deve essere accolto.

3. L'impugnata sentenza va, di conseguenza, cassata, con rinvio ad altra sezione della Commissione Tributaria del Lazio, che si atterrà al seguente principio di diritto: "la validità della notifica a mani del portiere, ai sensi dell'art. 139, co. 3 c.p.c., presuppone che l'ufficiale giudiziario debba dare conto, nella relativa relata, oltre che dell'assenza del destinatario, delle vane ricerche delle altre persone preferenzialmente abilitate a ricevere l'atto; ed il relativo accertamento, sebbene non debba necessariamente tradursi in forme sacramentali, deve, nondimeno, attestare chiaramente l'assenza del destinatario e dei soggetti rientranti nelle categorie contemplate dal co. 2 dell'art. 139 c.p.c., secondo la successione preferenziale da detta norma tassativamente stabilita".

4. Il giudice di rinvio provvederà, altresì, alla liquidazione delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso; cassa l'impugnata sentenza con rinvio ad altra sezione della Commissione Tributaria Regionale del Lazio, che provvederà alla liquidazione anche delle spese del presente giudizio.

Il medico che esercita in due studi non versa l’irap – Corte di Cassazione Ordinanza 10 febbraio 2014, n. 2967

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irap-324 Non è soggetto al pagamento dell’IRAP il medico di base convenzionato con il SSN che esercita in più studi medici.
Difatti, secondo i giudici della Cassazione, l’utilizzazione di due studi costituisce soltanto uno strumento per il migliore (e più comodo per il pubblico) esercizio della attività professionale autonoma e pertanto non configura la sussistenza di una '‘stabile organizzazione" di supporto all'attività del contribuente.

Responsabilità solidale del coniuge per la dichiarazione congiunta dei redditi – Corte di Cassazione sentenza 12 febbraio 2014, n. 3129

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18622_s_ingegneri_L A norma dell'art. 17 della legge 13 aprile 1977, n. 114, ove i coniugi abbiano presentato dichiarazione congiunta dei redditi, gli accertamenti in rettifica sono effettuati a nome di entrambi in quanto i coniugi medesimi "sono responsabili in solido per il pagamento dell'imposta, soprattasse, pene pecuniarie ed interessi iscritti a ruolo a nome del marito", e che, secondo la giurisprudenza della stessa Corte di Cassazione, la responsabilità solidale dei coniugi che abbiano presentato dichiarazione congiunta dei redditi "per il pagamento dell'imposta, soprattasse, pene pecuniarie e interessi iscritti a ruolo a nome del marito", prevista dall'art. 17, ultimo comma, della legge 13 aprile 1977, n. 114, vale anche per gli accertamenti dipendenti da comportamenti non riconducibili alla sfera volitiva e cognitiva di entrambi, in quanto conseguenti ad atti di accertamento in rettifica condotti esclusivamente nei confronti di uno solo di essi (v. cass. n. 9209 del 2011).

Responsabilità solidale tra cobbligati – Corte di Cassazione - Ordinanza 14 febbraio 2014, n. 3598

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scale E’ ormai consolidato l’orientamento giurisprudenziale secondo cui in tema di solidarietà tributaria "qualora uno dei coobbligati, insorgendo avverso l’avviso di accertamento, ottenga un giudicato riduttivo del maggior valore accertato, non è precluso all'altro coobbligato, pur rimasto inerte di fronte all'avviso di accertamento ed all'avviso di liquidazione, di opporre all'amministrazione, in sede di impugnazione della cartella di pagamento, tale giudicato favorevole (salva l'irripetibilità di quanto già versato), ai sensi dell'art. 1306, secondo comma, cod. civ. La prevalenza dell'unitarietà dell'obbligazione solidale nascente dallo stesso titolo sul suo aspetto pluralistico, sancita dal citato art. 1306 cod. civ., opera, infatti, sul piano processuale come deroga ai limiti soggettivi del giudicato e ne consente l'estensione, prescindendo dalle vicende extraprocessuali relative alla situazione sostanziale in cui versa il condebitore inerte, il quale perciò non incontra limiti diversi da quelli costituiti dal giudicato diretto o da preclusioni processuali" (Cass. n. 10202/2003, SS.UU. n.7053/1991).

Novità in materia di mediazione tributaria

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Con la Circolare N. 1/E del 12 febbraio 2014, la Direzione Centrale Affari Legali e Contenzioso dell'Agenzia delle Entrate ha  fornito diversi chiarimenti ed istruzioni operative in merito alle modifiche apportate dall’articolo 1, comma 611, della legge 27 dicembre 2013, n. 147, all'istituto della Mediazione Tributaria.
Queste in sintesi le novità illustrate:
· la presentazione del reclamo (istanza di mediazione) è condizione di procedibilità e non più di ammissibilità del ricorso;
· la riscossione e il pagamento delle somme dovute in base all’atto impugnato sono sospesi ex lege in pendenza del procedimento di mediazione, a prescindere dalla presentazione di una richiesta di parte;
· si applicano “le disposizioni sui termini processuali”, quali ad esempio le regole per il computo dei termini e la sospensione nel periodo feriale di cui alla legge 7 ottobre 1969, n. 742, anche al termine di 90 giorni, entro il quale deve concludersi il procedimento di mediazione;
· la mediazione produce effetti anche sui contributi previdenziali e assistenziali, per i quali non sono dovuti né sanzioni né interessi.

Al seguente link potete leggere il testo integrale della circolare n.1/E del 2014: Mediazione tributaria

L'atto di riclassamento da villa a villino deve contenere una adeguata motivazione

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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 06 febbraio 2014, n. 2709

1. L’Agenzia del territorio ricorre per cassazione avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Veneto 51/14/10 del 16 giugno 2010 che rigettava l’appello dell’Ufficio, affermando l’illegittimità dell’atto con cui il bene di proprietà dei contribuenti era stato (disattendendo le indicazioni contenute nella DOFCA presentata a seguito di lavori di ristrutturazione) qualificato come “Villa” (A8) anzicchè come “Villino” (A7)
2. I contribuenti si sono costituiti in giudizio.
E’ stata depositata la seguente relazione:
3. Il ricorso appare meritevole di accoglimento.
Si ritiene che l’atto con cui l’amministrazione disattende le indicazioni del contribuente circa il classamento di un fabbricato debba contenere una adeguata – ancorché sommaria- motivazione; che delimiti l’oggetto della successiva ed eventuale controversia giudiziaria.
Ciò è tanto più evidente ove si considerino le incertezze proprie del sistema catastale italiano che si riflettono sull’atto (classamento) con cui l’amministrazione colloca ogni singola unità immobiliare in una determinata categoria, in una determinata classe di merito e le attribuisce una “rendita”.
Il classamento non è oggi disciplinato da precisi riferimenti normativi: la legge si limita, infatti, a prevedere la elaborazione di un reticolo di categorie e classi catastali e demanda la elaborazione di tali gruppi, categorie e classi all’Ufficio tecnico erariale (art. 9 D.P.R. 1 dicembre 1949, n.1142) L’ufficio tecnico erariale procede sulla base di istruzioni ministeriali anche piuttosto risalenti nel tempo (è tuttora utile in proposito la circolare n. 134 del 6 luglio 1941, integrata dalla istruzione II del 24 maggio 1942).
Di fatto, mentre è pressoché uniforme in tutto il territorio nazionale la suddivisione in cinque gruppi (A, B, C, D, E) articolati in numerose categorie (A1, A2, A3,….), sono assai incerti i criteri in forza dei quali un immobile rientri nelle diverse categorie: vada ad esempio classificato come A2 (abitazione di tipo civile) piuttosto che come A3 (abitazione di tipo economico). Nel suo “quadro generale delle categorie con annesso massimario” contenuto nella citata circolare 134 del 1941 il Ministero avvertiva in riferimento alle prime otto classi della categoria A, che “trattandosi di qualificazione relativa e variabile da luogo a luogo, deve corrispondere al significato che ha localmente”; qualche maggiore precisazione è oggi contenuta nella C.M. 14 marzo 1992, n. 5/3/1100, ma siamo sempre a livello di mere istruzioni amministrative, di cui si tiene conto in quanto possibile espressione di un “comune sentire”. Proprio in considerazione di queste difficoltà , ai fini della applicazione delle agevolazioni fiscali “prima casa”, il legislatore ha creato un’apposita categoria di “abitazioni di lusso” che non ha preciso riscontro nelle classi catastali (tanto che si nega che essa coincida con la categoria catastale A1).
Queste difficoltà si riflettono sulla distinzione fra “A/7 – abitazioni in villini” e “A/8 – abitazioni in ville”.
Sembra di dover afferma che ciò che caratterizza la “villa” non sono soltanto le dimensioni, quanto le attrezzature di cui dispone, le caratteristiche interne, il pregio degli infissi e degli ornamenti, la collocazione, il rapporto con il territorio, le vie di accesso. Nel linguaggio comune (ripreso dal legislatore) edifici simili vengono chiamati “villa” se collocati in località di lusso, e “villini” se collocati in aree di minor pregio . Altro è poi se le vie di comunicazione sono difficoltose in quanto l’edificio è collocato in una pregiata località montuosa o panoramica, altro è se l’isolamento non è espressione di un lusso bensì, più banalmente, determina una scomodità.
La circolare ministeriale 5/1992 afferma, in proposito, come per “ville debbano intendersi quegli immobili caratterizzati essenzialmente dalla presenza di parco e/o giardino, edificate in zone urbanistiche destinate a tali costruzioni o in zone di pregio con caratteristiche costruttive e di rifiniture, di livello superiore all’ordinario. Consistenza e dotazione di impianti corrispondenti a quanto indicato dall’Ufficio in sede di classamento automatico per l’attribuzione della categoria (punti 1, 3, 6, 8, 9, 10, 11, 12 e 14 dei prospetti 9)”. Mentre “per villino deve intendersi un fabbricato, anche se suddiviso in unità immobiliari, avente caratteristiche costruttive, tecnologiche e di rifiniture proprie di un fabbricato di tipo civile o economico ed essere dotato, per tutte o parte delle unità immobiliari, di aree coltivate o no a giardino. Le unità immobiliari dovranno avere consistenza e dotazioni corrispondenti a quanto indicato dall’Ufficio in sede di classamento automatico per l’attribuzione della categoria (punti 1, 2, 3, 4, 6, 8, 12, 13, 14 e 15 dei prospetti 9)”. Ora, per parco non può certo intendersi la utilizzabilità di qualunque area verde, altrimenti tutte le abitazioni rurali sarebbero ville, bensì un’area con alberi destinata ed adattata al godimento degli abitanti, tanto più appetibile perché sita in zone di pregio o destinate , appunto, a ville. E si deve altresì valutare se l’immobile abbia “caratteristiche costruttive e di rifiniture, di livello superiore all’ordinario”.
Il giudice di merito non ha però fornito una indicazione precisa circa la inadeguatezza (o meno) della motivazione dell’atto di classamento; e si contraddice affermando che la motivazione dell’atto è “assente” e manca “assolutamente”; ma poi soggiunge che essa è “espressa in maniera oggettivamente succinta”. Ed è evidente come una motivazione succinta non vizi di per sé l’atto; mentre lo vizia una motivazione “assente”
Il Collegio ha condiviso la relazione.
 P.Q.M.
 Accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia ala controversia ad altra sezione della Commissione Tributaria Regionale del Veneto che deciderà anche per le spese del presente grado.

E' nullo l'atto di riclassamento non motivato a dovere

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CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 03 febbraio 2014, n. 2357

La CTR di Napoli ha accolto l’appello dell’Agenzia del territorio -appello proposto contro la sentenza n.89/22/2009 della CTP di Napoli che aveva accolto il ricorso del contribuente R.T.- ed ha così confermato l’avviso di classamento di unità immobiliare urbana, recante aumento della rendita catastale.
La predetta CTR ha motivato la decisione nel senso di ritenere esente da vizi l’atto di classamento, sia per ciò che concerne la censurata carenza di motivazione, sia per ciò che concerne il mancato rispetto dell’onere probatorio a carico dell’Ufficio. In specie, per ciò che concerne la lamentata carenza di motivazione doveva farsi applicazione del consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui l’obbligo di motivazione dell’avviso è rispettato quanto l’atto vale a delimitare l’ambito delle ragioni adducibili dall’Ufficio nell’eventuale successiva fase contenziosa ed a consentire al contribuente l’esercizio del diritto di difesa, sicché è necessario e sufficiente che l’avviso indichi il maggior valore accertato, con riserva alla fase contenziosa dell’onere dell’Ufficio di provare gli elementi di fatto giustificativi della propria pretesa. Considerato che -nella specie di causa- la attribuzione della rendita catastale all’immobile in considerazione appariva corrispondere alla corretta applicazione del criterio indicato dall’art.3 comma 58 della legge n.662/1996, il provvedimento doveva essere confermato.
La parte contribuente ha interposto ricorso per cassazione affidato a due motivi.
L’Agenzia si è difesa con controricorso.
Il ricorso – ai sensi dell’art.380 bis cpc assegnato allo scrivente relatore- può essere definito ai sensi dell’art.375 cpc.
Con il primo motivo di impugnazione (centrato sulla violazione dell’art.3 comma 58 della legge n.662/1996) la ricorrente -dopo avere premesso che il menzionato art.58 della legge n.662/1996 prevede in particolare che il processo di riclassamento prende avvio su richiesta del comune, per le microzone individuate con apposito procedimento (individuazione che nella specie di causa mancava del tutto e perciò con violazione della ratio della legge, che imponeva una revisione parziale di determinati classamenti), previa verifica dell’esistenza dei presupposti da parte dell’Agenzia- censura la decisione (tra l’altro) per avere erroneamente omesso di considerare che “l’attribuzione della nuova rendita è astratta e fondata su mera ipotesi dell’Ufficio: troppo generici i parametri enunciati, comprese le infrastrutture, enfatizzate troppo ed anche impropriamente” ed omesso di considerare che manca ogni indicazione concreta sulla qualità e sullo stato degli immobili oggetto della variazione e dei luoghi circostanti l’immobile accertato.
Il ricorso merita di essere accolto.
Risulta dalla impugnata sentenza che l’avviso dell’Agenzia del Territorio appare conseguente alla richiesta del Comune di Napoli di provvedere alla verifica degli attuali classamenti ed all’eventuale assegnazione di nuovi classamenti, per una serie di fabbricati con classamento non aggiornato ovvero palesemente non congruo rispetto a fabbricati similari e aventi medesime caratteristiche; se ne può arguire che l’attribuzione di rendita è stata eseguita sulla base delle disposizioni, fondate sull’estimo comparativo, dettate dal R.D. 13 aprile 1939, n. 652 …e dal DPR 1 dicembre 1949, n. 1142, nonché ai sensi di quanto previsto dall’art. 11, comma 1, del D.L. 14 marzo 1988, n. 70, convertito con modificazioni dalla legge 11 maggio 1988, n. 154. L’Agenzia aggiunge di avere effettuato il nuovo classamento tenendo conto dei caratteri tipologici e costruttivi specifici dell’immobile, delle sue caratteristiche edilizie e del fabbricato che lo comprende, anche attraverso un dettagliato esame delle mutate capacità reddituali degli immobili ricadenti nella stessa zona aventi analoghe caratteristiche tipologiche, costruttive e funzionali, nonché della qualità urbana ed ambientale del contesto insediativo, che ha subito significativi miglioramenti a seguito dell’incremento delle infrastrutture urbane, riconoscendo però che la motivazione specifica del provvedimento era limitata all’enunciazione dei meri dati catastali.
Siffatta motivazione -diversamente da come è stato ritenuto dal giudice di merito- appare insufficiente a sorreggere adeguatamente il provvedimento di modifica del classamento,
Ed infatti non si può tralasciare di considerare che -recentemente: Sent. n.9629 del 13 giugno 2012, ma ricollegandosi ad un più antico orientamento che sembrava essere stato superato dall’indirizzo interpretativo valorizzato in questa sede dalla parte ricorrente: si veda, per tutte, Cass. Sez. V civ., n. 25.2.2009, n.4507- la sezione quinta di questa Corte (provvedendo su casi del tutto analoghi a quello qui in esame) ha modificato il proprio orientamento sulla questione generale che costituisce nucleo logico essenziale anche della presente procedura, finendo con il ritenere che:”Quando procede all’attribuzione d’ufficio di un nuovo classamento ad un’unità immobiliare a destinazione ordinaria, l’Agenzia del Territorio deve specificare se tale mutato classamento è dovuto a trasformazioni specifiche subite dalla unità immobiliare in questione; oppure ad una risistemazione dei parametri relativi alla microzona, in cui si colloca l’unità immobiliare. Nel primo caso, l’Agenzia deve indicare le trasformazioni edilizie intervenute. Nel secondo caso, deve indicare l’atto con cui si è provveduto alla revisione dei parametri relativi alla microzona, a seguito di significativi e concreti miglioramenti del contesto urbano; rendendo così possibile la conoscenza dei presupposti del riclassamento da parte del contribuente“.
Alla luce di tale indirizzo interpretativo, specificamente riferito alla questione del necessario contenuto motivazionale dei provvedimenti del genere qui considerato, appare conseguente ritenere che -sul punto- il motivo di ricorso appare manifestamente fondato e la sentenza impugnata sia meritevole di cassazione. Consegue da ciò che la Corte potrà provvedere anche nel merito -accogliendo l’impugnazione del contribuente ed annullando l’avviso di classamento in questione- apparendo già dagli atti di causa che il predetto avviso non è rispettoso del principio di diritto dianzi trascritto e non essendoci esigenza di nuovi accertamenti di fatto.
Roma, 10 aprile 2013
ritenuto inoltre:
che la relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata agli avvocati delle parti;
che non sono state depositate conclusioni scritte, né memorie;
che il Collegio, a seguito della discussione in camera di consiglio, condivide i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione e, pertanto, il ricorso va accolto;
che le spese di lite possono essere regolate secondo il criterio della integrale compensazione, atteso che l’esito del processo è correlato ad un indirizzo giurisprudenziale assestatosi dopo la proposizione del ricorso;
 P.Q.M.
 Accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, annulla il provvedimento impositivo.
Compensa tra le parti le spese del presente grado e dei gradi di merito.

La notifica agli eredi del contribuente – Corte di Cassazione 09 gennaio 2014, n. 228

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Ancora una volta, la Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi sulla vexata quaestio della notifica degli atti fiscali agli eredi del contribuente. Il problema è sempre lo stesso: quando può ritenersi valida la notifica di un accertamento o di una cartella di pagamento intestata ad un contribuente deceduto?
I giudici di legittimità, sulla scorta di una serie di pregresse pronunce emesse sulla medesima questione, hanno così disposto: “in sostanza, a norma del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 65, l’atto impositivo, intestato al dante causa, può essere notificato nell’ultimo domicilio dello stesso, indirizzando l’atto impersonalmente e collettivamente agli eredi, purché questi non abbiano, almeno trenta giorni prima, comunicato le proprie generalità e il proprio domicilio fiscale, in quanto la norma, dettata specificamente in materia di notificazione di atti tributari, prevede come unico limite alla notifica collettiva e impersonale l’avvenuta comunicazione nei trenta giorni da parte dei singoli eredi, senza alcun accenno al diverso limite temporale di un anno dall’apertura della successione previsto dalla disciplina processualcivilistica (artt. 30, 286, 330, 477 c.p.c.) per la validità della notificazione collettiva e impersonale, dovendosi perciò ritenere che “il legislatore tributario, posto a carico degli eredi un onere di informazione, faccia poi ricadere sui medesimi le conseguenze del mancato assolvimento di tale onere, dispensando gli uffici finanziari dalla ricerca specifica e individuale di ciascun erede, quale che sia il tempo trascorso dall’apertura della successione” (Cass.7645/2006)“.

Contributo unificato tributario dovuto per ogni singolo atto impugnato (Legge di stabilità 2014)

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contributo-unificatoCon la legge di stabilità 2014 (cfr. articolo 1, commi 598 e 599), il legislatore ha messo la parola fine sulla querelle relativa alla corretta determinazione del contributo unificato nel processo tributario allorquando, con  unico ricorso, il contribuente intenda impugnare più atti impositivi o appellare diverse sentenze. Dal 1° gennaio 2014, infatti, il contributo unificato va determinato inequivocabilmente con riferimento ad ogni singolo atto impugnato, sia per il primo grado di giudizio che per l’appello.

In verità, con la direttiva n.2 del 2012, il ministero dell’Economia aveva già precisato che ai fini della determinazione del contributo unificato tributario occorreva fare riferimento al valore delle imposte indicate nel singolo atto impugnato e non al totale di tutti i tributi contenuti nei diversi atti, seppur impugnati con un solo ricorso.

La necessità di tale preciso intervento è scaturito verosimilmente dal contrasto giurisprudenziale che si stava iniziando a  formare nelle aule delle Commissioni tributarie provinciali.

Difatti, secondo alcune pronunce di merito (su tutte Commissione Tributaria Provinciale di Campobasso, sentenza n.120 del 18.07.2013 http://www.nonpagarelacartella.it/ricorso-cumulativo-calcolo-del-contributo-unificato-nel-processo-tributario/ ),  il valore del contributo unificato andava determinato sulla somma totale di tutte le imposte contenute negli atti impugnati. Al  contrario, il Collegio provinciale barese, con la sentenza n. 182 del 16 ottobre 2013, si era espresso in senso diametralmente opposto, statuendo come segue: “Impugnare più atti dinanzi al G.T. con un unico o separati ed autonomi ricorsi è una facoltà del ricorrente che, però, non può tradursi in un risparmio nel versamento del contributo unificato in conseguenza di un cumulo giuridico ed economico insussistente. Le singole questioni trattate in un unico ricorso rimangono autonome ed avranno, alla conclusione del giudizio, una loro autonoma definizione. La possibilità di trattare diverse questioni tra loro connesse soggettivamente ed eventualmente oggettivamente risponde all’esigenza di economia processuale che non può tradursi un una economia nella determinazione della misura del contributo unificato in favore del ricorrente in relazione alla sua scelta processuale”.

Si ricorda, infine, che il contributo unificato tributario è stato introdotto col D.L. 98/2011 ed il suo valore dev’essere determinato prendendo in considerazione il solo importo dell’imposta richiesta, escludendo gli interessi e le sanzioni contenute nell’atto impugnato. Inoltre, il valore della lite deve risultare da apposita dichiarazione da rendere in calce al ricorso introduttivo del giudizio.

Avv. Nicolavito Poliseno

On line il nuovo Massimario delle Commissioni Tributarie della Puglia 2013

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MASSIMARIO TRIBUTARIO 1-2 2013 Il nuovo Massimario delle Commissioni tributarie della Puglia 2013 é stato pubblicato nella home page del centro ricerche e documentazione economica e finanziaria della Scuola superiore dell’economia e delle finanze (http://rivista.ssef.it/site.php?page=20131220085515218…).
La rivista ospita un’attenta selezione delle decisioni dei giudici pugliesi, annotate da accademici e professionisti, e si conferma osservatorio privilegiato sull’evoluzione del diritto giurisprudenziale tributario. 

Tutte le decisioni massimate nel presente volume sono disponibili, in formato elettronico e in versione integrale, nella banca dati “documentazione economica e finanziaria” (http://def.finanze.it/DocTribFrontend/RS1_HomePage.jsp). 
E’ possibile ritirare gratuitamente il volume presso gli ordini professionali della Puglia, il Tribunale di Bari, l’Ufficio del Massimario della Commissione tributaria della Puglia ed il Servizio finanze della Regione Puglia.