Consulenza ed Assistenza

Consulenza ed assistenza in merito a cartelle di pagamento e riscossione, fermo ed ipoteche, pignoramneti presso terzi

Non è dovuta l’imposta sulla pubblicità per i cartelloni esposti all’interno del centro commerciale all’ingrosso

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Commissione Tributaria Regionale Bari sentenza n.97/9/12
Secondo i Giudici di secondo grado, la ******** s.r.l., difesa dall’Avv. Nicolavito Poliseno, non deve versare l’imposta sulla pubblicità per i pannelli pubblicitari esposti all’interno del centro commerciale all’ingrosso ove ha sede la stessa impresa in quanto, detto shopping center non può essere considerato un’area aperta al pubblico, facendo così venir meno il presupposto impositivo stabilito dall’art 5, comma 1, del D.Lgs n.507/93 secondo cui “la diffusione di messaggi pubblicitari effettuata attraverso forme di comunicazione visive o acustiche diverse da quelle assoggettate al diritto sulle pubbliche affissioni, in luoghi pubblici o aperti al pubblico o che sia da tali luoghi percepibile, è soggetta all’imposta sulla pubblicità prevista nel presente decreto”
Pertanto, la pubblicità esposta in luoghi e/o aree private, il cui accesso non è consentito ad una massa indiscriminata di soggetti - circostanza idonea a considerare un'area come luogo aperto al pubblico - non è soggetta a tassazione.
In particolare, la Commissione Regionale ha stabilito quanto segue: “riguardo alla questione di merito, il collegio non condivide l'iter logico giuridico seguito dai giudici di primo grado, alla base della statuita sussistenza del presupposto impositivo per l'assoggettamento della cartellonistica all'imposta della pubblicità. Nella sentenza impugnata vi si rileva una non adeguata valutazione degli elementi emergenti dalla documentazione in atti, poiché è stato considerato “Il Baricentro”, sito ove è ubicata l'attività commerciale, assimilabile ad un qualsiasi centro commerciale, omettendo di considerare la sua specificità, e che trattasi di un'area nella sua totalità privata.
Erra il giudice di primo grado, quando assume a supporto delle proprie decisioni il concetto di notorietà; per derivarne, quale effetto, l'accesso di soggetti indifferenziati alla struttura commerciale. Tale concetto di notorietà – che si caratterizza quale esistenza di fatti comunemente conosciuti come pubblicamente noti – può essere, in via di massima, applicato nell'ordinamento giuridico, solo in mancanza di elementi costitutivi che connotano le singole fattispecie. Nel caso all'esame, invece, tali elementi sono presenti e non rappresentati in positivo:
a) dall'esistenza di un cancello di accesso alla struttura commerciale, normalmente presidiato per il controllo di chi vi entra;
b) dalla possibilità di accesso solo da parte di soggetti abilitati alle transazioni che ivi si svolgono. Difetta, pertanto, per qualificare la zona quale area aperta al pubblico, l'elemento della massa indifferenziata di persone che vi possono accedere, la quale, peraltro, non è interessata alle transazioni, né ha alcun interesse di svago, perché mancano strutture idonee e specifiche; e ciò, in disparte la circostanza secondo cui il centro commerciale è posizionato in area isolata e distante, qualche chilometro dal comune viciniore. L'appello della contribuente, pertanto va accolto, con assorbimento delle residue questioni. Gli atti accertativi impugnati vanno annullati, per l'assenza dei presupposti per l'assoggettamento della cartellonistica all'imposta di pubblicità”.





Impugnabilità del pignoramento presso terzi

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C.T. Prov. Reggio Emilia 17.4.2013 n. 98/3/13
Svolgimento del processo
1. La sig. [Omissis] ricorre nei confronti di Equitalia Centro spa avverso atto di pignoramento di crediti presso terzi emesso ex art. 72 bis DPR 602/73; ammontare della materia del contendere ai fini della nota spese € 29.563,58.
2. La Ricorrente deduce che:
- in data 28/02/2012 Equitalia Centro spa provvedeva ad intimarLe il pagamento di quattro cartelle di pagamento, che l'Agente della Riscossione assumeva come notificate rispettivamente in data 24/4/2011 e 22/11/2011 e 15/04/2003;
- in data 8/5/2013 Le veniva notificato l'atto impugnato con cui si ordinava al Suo datore di lavoro "in quanto debitrice della ricorrente a titolo di stipendio e/o altre indennità a seguito della cessazione del rapporto di lavoro, di pagare, nella misura stabilita dall'art. 72-ter del DPR, la somma di € 29.563,58 in pretesa esecuzione e per l'asserita sussistenza di debito nei confronti della procedente a titolo di tributo IRPEF e Contributi Sanitari Nazionali, con riferimento agli anni 1993 e 1995, in relazione ai quali la Ricorrente, avrebbe ricevuto "la notifica delle soprarichiamate cartelle di pagamento;
- in data 31/05/2012 ricorreva in opposizione ex art. 615,comma 2°, c.p.c., al Giudice dell'Esecuzione presso il Tribunale di Reggio Emilia eccependo l'avvenuta prescrizione delle intimazioni di pagamento sopra richiamate per quanto attiene le cartelle notificate in data 24/04/2001, ammontante ad € 20.898,97, e in data 22/11/2001, ammontante ad €5.954,24;
- l'Agente della Riscossione si costituiva in giudizio deducendo di avere notificato in data 11/03/2008 alla Ricorrente un preavviso di fermo amministrativo col quale si intimava il pagamento delle somme dovute e si avvertiva che, in mancanza, avrebbe proceduto alla iscrizione del fermo amministrativo e che lo stesso doveva pertanto qualificarsi come atto interruttivo della prescrizione, ma che "A sostegno di tale tesi, tuttavia, controparte si limitava a produrre una copia non completa di ricevuta di notifica del preavviso di fermo, riportante una firma non appartenente alla Sig.ra Fa. E, in ogni caso, non producendo in giudizio l'atto di preavviso di fermo";
- il Giudice dell'Esecuzione, con propria ordinanza, accoglieva il ricorso sul presupposto che l'Agente della Riscossione non avesse dimostrato se "effettivamente sia stato inviato un atto con il quale, attraverso l'intimazione di pagamento, si sia effettivamente interrotta la prescrizione" e conseguentemente sospendeva la procedura esecutiva relativamente alle su richiamate cartelle di pagamento assegnando altresì il termine di 60 gg. per l'estrazione del giudizio di merito;
- conseguentemente in termini, era stato riassunto il giudizio avanti questa Commissione deducendo anche in questa sede, l'avvenuta prescrizione del diritto vantato dall'Agente della Riscossione;
- l'atto impugnato sia nullo, stante l'inesistenza del diritto dell'Agente della Riscossione a procedere esecutivamente nei Suoi confronti, stante l'illegittima procedura di notifica delle cartelle di pagamento, avvenuta, direttamente, tramite servizio postale e, comunque, per intervenuta prescrizione del diritto azionato.
3. L'Agente della Riscossione si costituisce in giudizio eccependo:
- il difetto di giurisdizione del Giudice adito, in quanto ai sensi dell'art. 3 (recte 2: ndr) del DLgs. 546/92,sono esclusi "dalla giurisdizione della commissione tributaria le controversie riguardanti gli atti dell'esecuzione forzata successivi alla notifica delle cartelle di pagamento", dovendo "pertanto ritenersi competente in materia esclusivamente il Tribunale ordinario in funzione di Giudice dell'Esecuzione territorialmente competente, con conseguente declaratoria di inammissibilità del presente ricorso per difetto di giurisdizione";
- la tardività del ricorso, in quanto, non essendo l'atto di pignoramento di crediti presso terzi atto impugnabile, ex art. 19 DLgs.546/92, il ricorso deve intendersi come proposto verso le su richiamate cartelle di pagamento notificate molti anni prima e pertanto chiaramente tardivo;
- la legittimità della procedura di notifica delle cartelle di pagamento;
- la propria carenza di legittimazione passiva posto che titolare dei crediti che si assumono prescritti è l'Agenzia delle Entrate che pertanto è la controparte legittimata stare in giudizio in questa sede;
- l'infondatezza dell'eccezione di prescrizione del diritto azionato con l'atto impugnato in quanto la stessa è stata interrotta con il preavviso di fermo amministrativo prima richiamato.
L'Agente chiede, dunque, il rigetto del ricorso, stante la legittimità del Suo operato.
4. All'udienza dibattimentale le Parti si riportano alle loro doglianze scritte.
Motivi della decisione
5. Il primo "nodo", da "sciogliere" attiene all'eccepita carenza di giurisdizione di questo Giudice; l'art. 2 .comma 1°, DLgs. 546/92 dispone, per la parte che qui interessa, che "Restano escluse dalla giurisdizione tributaria soltanto le controversie riguardanti gli atti della esecuzione forzata tributaria successivi alla notifica della cartella di pagamento e, ove previsto, dell'avviso di cui all'articolo 50 del decreto dei Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, per le quali continuano ad applicarsi le disposizioni del medesimo decreto del Presidente della Repubblica."; la Corte di Cassazione, s.u., nella sentenza n. 2008/13357, al fine di delimitare la giurisdizione del Giudice tributario, così si esprime "L'art. 57, DPR n. 602 del 1973, che disciplina l'opposizione all'esecuzione o agli atti esecutivi, in materia di riscossione coattiva, al comma 1 stabilisce: «Non sono ammesse:
a) le opposizioni regolate dall'
art. 615 c.p.c., fatta eccezione per quelle concernenti la pignorabilità dei beni;
b) le opposizioni regolate dall'
art. 617 c.p.c., relative alla regolarità formale ed alla notificazione del titolo esecutivo".
Pertanto, tutte le contestazioni relative al diritto a procedere alla esecuzione forzata (salvo che si eccepisca la impignorabilità dei beni) e le opposizioni relative alla regolarità formale del titolo esecutivo, non appartengono alla esecuzione. La scelta legislativa appare coerente con il sistema nel quale il giudizio di cognizione assorbe tutta la materia relativa alla legittimità formale e sostanziale degli atti di imposizione, "arrestandosi unicamente di fronte agli atti dell'esecuzione" (Cass.
23832/2007)»; e ancora nella sentenza da ultima richiamata, emessa sempre a s.u., si può leggere, per una fattispecie concreta che, per molti versi richiama quella in giudizio, che "il problema che più specificamente si poneva nel caso di specie concerneva, tuttavia, il fatto se la limitazione della materia del contendere alla eccepita prescrizione del credito potesse determinare la sottrazione della controversia stessa alla giurisdizione del giudice tributario, legittimandone la cognizione da parte del giudice ordinario. Si tratta di un quesito cui si deve rispondere negativamente, in quanto, facendosi valere mediante l'eccezione di prescrizione, un fatto estintivo dell'obbligazione tributaria, conoscere della causa spetta al giudice che abbia giurisdizione in merito a tale obbligazione"; nella massima della suddetta sentenza (Rv [Omissis]) viene affermato che, la giurisdizione delle Commissioni tributarie "... si estende ad ogni questione relativa all"'an" o al "quantum" del tributo, arrestandosi unicamente di fronte agli atti della esecuzione tributaria; ne consegue che anche l'eccezione di prescrizione, quale fatto estintivo dell'obbligazione tributaria, rientra nella giurisdizione del giudice che abbia giurisdizione in merito alla predetta obbligazione. (La S.C., cassando la sentenza del giudice di pace e rinviando la causa alla competente commissione tributaria, ha fatto applicazione del principio in un caso in cui il fatto estintivo opposto era sopravvenuto alla formazione del titolo esecutivo costituito dalla cartella esattoriale..."; se ora facciamo applicazione dei suddetti principi alla fattispecie concreta dedotta in giudizio non può che conseguirne l'affermazione della giurisdizione di questo Giudice in ordine alla materia del contendere dedotta, posto che la Ricorrente eccepisce l'inesistenza del diritto dell'Agente della Riscossione a procedere ad un'esecuzione forzata stante la carenza di un valido titolo esecutivo essendo intervenuta la prescrizione del diritto sottostante.
6. Va poi logicamente affrontata e respinta, l'eccezione dell'Agente della Riscossione di carenza di Sua legittimazione passiva processuale posto che la prescrizione del credito è assunta, dalla Ricorrente, come intervenuta a seguito di atti di competenza dell'Agente stesso e non dell'Agenzia delle Entrate.
7. La motivazione della sentenza da ultimo richiamata, poi, così continua: "Esigenze imprescindibili di tutela del contribuente impongono, di includere tra gli atti autonomamente impugnabili, innanzi al giudice tributario, tutti quegli atti che, pur essendo "atipici" in relazione ad una diversa denominazione ad essi attribuita dall'amministrazione finanziaria, abbiano, comunque, la stessa sostanza e svolgano la medesima funzione degli atti tipizzati nell'elenco della richiamata norma di rito: in questo senso devono trovare conferma i risultati ai quali è pervenuta la giurisprudenza della Corte in ordine ad atti innominati concernenti diversi tributi (cfr. Cass. n. 22869 del 2004, in tema di TOSAP, e n. 22015 del 2006, in tema di tributi doganali)."; la Suprema Corte ha, dunque, espresso il principio, da cui non vi è motivo per discostarsi in questa sede, secondo cui l'elenco degli atti impugnabili di cui all'art. 19 cit., non va letto in modo "formalistico" ma "sostanziale": insomma non è tanto al "nome" dell'atto, a cui necessita fare riferimento per ammetterne l'impugnabilità o meno, ma alla sua "funzione"; a questa affermazione consegue, in ipotesi l'impugnabilità dell'atto di pignoramento di crediti presso terzi, qualora la Ricorrente eccepisca, come nella fattispecie dedotta in giudizio, che l'atto impugnato sia il primo ed unico atto valido di riscossione e, dunque, impugnabile ex art. 19 cit., di cui sia venuta a legittima conoscenza, assumendo, in fatto, che il richiamato preavviso di fermo amministrativo non Le sia mai stato notificato.
8. Peraltro va, comunque, affermata la tardività del ricorso, ex art. 21, comma 1, DLgs. 546/92, rilevabile d'ufficio dal Giudice e, conseguentemente, la sua inammissibilità, posto che lo stesso avrebbe potuto/dovuto, validamente, essere interposto avverso le intimazioni di pagamento di cui in narrativa, primo atto della riscossione di cui la Ricorrente ammette essere venuta ritualmente a conoscenza in data 28/02/2012.
9. Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile; le spese di giudizio, stante il motivo del rigetto del ricorso, vanno compensate.
P.Q.M.
La Commissione dichiara inammissibile il ricorso; spese di giudizio compensate.