Consulenza ed Assistenza

Consulenza ed assistenza in merito a cartelle di pagamento e riscossione, fermo ed ipoteche, pignoramneti presso terzi

E’ nulla la variazione della rendita catastale non motivata

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rendita-catastale-002 Si consolida l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale gli avvisi di accertamento che attribuiscono ex officio una diversa rendita catastale, rispetto a quella esistente o fornita dal contribuente, sono radicalmente nulli se si limitano ad indicare il solo valore della nuova rendita ed i riferimenti normativi che consentono all’amministrazione finanziaria di operare dette variazioni. Anche tali atti, infatti, devono essere “motivati secondo quanto prescritto dall’articolo 3 della legge 7 agosto 1990, n. 241, concernente la motivazione dei provvedimenti amministrativi, indicando i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione dell’amministrazione” (art. 7 Statuto dei diritti del contribuente).

Ciò premesso, la Corte di Cassazione, con la sentenza n.  27008 del 2 dicembre 2013 ha ribadito che la nuova attribuzione di rendita, diversa da quella fornita dal contribuente, deve’essere adeguatamente motivata. L’atto di variazione, infatti, a pena di nullità, deve necessariamente indicare i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno convinto l’Ufficio a modificare il valore attribuito al bene.

Difatti, proseguono i giudici, “la mera indicazione di una diversa valutazione rispetto a quella proposta dal contribuente costituisce quindi il dispositivo dell’atto e non la motivazione, che deve (a somiglianza di quanto accade in caso di applicazione dell’imposta di registro) invece enunciare i criteri e gli elementi che determinano la mancata accettazione delle indicazioni del contribuente“.

In definitiva, anche in sede di variazione d’ufficio della rendita catastale di un immobile  “sussiste un obbligo dell’Amministrazione di sorreggere con adeguata motivazione ogni atto con cui accerti un quid di fiscalmente rilevante”.

Avv. Nicolavito Poliseno

Illegittima la maggiorazione sulle sanzioni amministrative

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cartella-esattoriale E’ oramai prassi consolidata quella degli Enti Locali e delle Prefetture che, per le sanzioni amministrative rinvenienti da violazioni del codice della strada non pagate entro i termini di legge, iscrivono a ruolo una somma pari alla metà del massimo della sanzione, oltre agli accessori, ed una maggiorazione del 10% semestrale per effetto dell’art. 27 legge 24.11.1981 n.689.

Ciò avviene nonostante la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 3701, pubblicata il 16 febbraio 2007, avesse già espresso la nullità dell’applicazione della maggiorazione del 10% su base semestrale delle sanzioni amministrative in materia di circolazione stradale. In particolare, la Suprema Corte precisava come segue “alle sanzioni, come nella specie stradali, si applica l’art. 203 C.d.S., comma 3, che, in deroga alla L. n. 689 del 1981, art. 27, in caso di ritardo nel pagamento della sanzione irrogata nell’ordinanza – ingiunzione, prevede, l’iscrizione a ruolo della sola metà del massimo edittale e non anche degli aumenti semestrali del 10%. Aumenti, pertanto, correttamente ritenuti non applicabili dal G.d.P., peraltro con motivazione errata, che va quindi corretta in conformità all’enunciato principio.

A rafforzare l’orientamento espresso dai giudici di legittimità ci ha pensato l’Avvocatura Generale dello Stato che con la nota n. 328804 del 31 luglio 2013 ha così concluso: “Allo stato non vi sono motivi per non dare corso a quanto stabilito dalla Cassazione”.

Pertanto, nel caso in cui il contribuente si vede recapitare una cartella a seguito di un verbale non pagato nei termini di legge, ben può indirizzare all’ente impositore e all’agente della riscossione, una richiesta di annullamento parziale  della stessa con riferimento alle somme ingiunte a titolo di interessi calcolati ex art. 27 L. 689/81.

Considerazioni generali sulla notifica degli atti impositivi agli eredi del contribuente

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portalettere
Per esaminare le modalità di notificazione agli eredi del contribuente di atti portanti la pretesa tributaria i cui presupposti si sono verificati anteriormente al decesso del dante causa,  è necessario analizzare la normativa di riferimento contenuta nell'art.65 del d.p.r. n. 600/73, le cui disposizioni, come si potrà osservare nel prosieguo, seppur articolate, risultano incompiute e giustificano, in parte, il contrasto giurisprudenziale che nel corso degli anni si è venuto a formare.
Difatti, se per un verso è dovere dell'Amministrazione finanziaria azionare la pretesa tributaria nei confronti dei soggetti passivi mediante una procedura di notificazione che garantisca loro la concreta conoscenza degli atti impositivi, in ossequio anche ai principi scolpiti nello Statuto dei diritti del Contribuente[1], d’altro canto, le disposizioni contenute nell’art.65 cit., seppur in via residuale, ammettono una deroga a detta statuizione. Tali norme, infatti, prevedono la possibilità, per l’Ufficio, di usufruire di un procedimento notificatorio inconsueto che non garantisce necessariamente l’effettiva conoscenza degli atti diretti agli eredi del contribuente deceduto.
Ciò premesso, il secondo comma dell’art. 65 del d.p.r. 600/73, prevede innanzitutto l’onere per i successori del de cuius di comunicare, all’Ufficio finanziario del domicilio fiscale del dante causa, le proprie generalità e il proprio domicilio fiscale mediante presentazione diretta o tramite l’invio di una raccomandata.
Tale adempimento, come precisato a più riprese dalla Corte di Cassazione, risponde all’esigenza di consentire agli uffici finanziari di azionare, direttamente nei confronti degli eredi, le obbligazioni tributarie il cui presupposto si è verificato anteriormente alla morte del dante causa[2].
Difatti, decorsi trenta giorni dal ricevimento della comunicazione, la notifica degli atti intestati al contribuente deceduto deve necessariamente eseguirsi a ciascuno degli eredi personalmente e nominativamente nel domicilio fiscale da costoro comunicato all’Ufficio.
Il quarto comma, tuttavia, prevede che “la notifica degli atti intestati al dante causa può esser effettuata agli eredi impersonalmente e collettivamente nell’ultimo domicilio dello stesso ed è efficace nei confronti degli eredi che, almeno trenta giorni prima, non abbiano effettuato la comunicazione di cui al comma 2”.
La disposizione in esame, dunque, seppur in via derogatoria, sancisce la validità della notificazione eseguita impersonalmente e collettivamente agli eredi del contribuente presso l’ultimo domicilio del loro dante causa, nel caso di omessa comunicazione dell’evento morte, nonché delle proprie generalità e domicilio fiscale, nei modi previsti dall’art. 65, comma 2, del d.p.r. n. 600/73.
Dal tenore letterale della norma parrebbe, perciò, restare esclusa l'ipotesi in cui l'Amministrazione finanziaria, dovendo procedere alla notifica di un atto destinato agli eredi del contribuente deceduto, non sia ancora venuto a conoscenza del decesso del soggetto passivo del rapporto giuridico tributario, con la conseguente inapplicabilità, in tale ipotesi, di una delle modalità di realizzazione della notifica previste dall’art. 65 del d.p.r. n. 600/73.
Difatti, se per un verso la norma in esame prevede la possibilità di notificare gli atti tributari agli eredi nella forma impersonale e collettiva, il che lascia intendere che l’Ufficio sia comunque a conoscenza dell’avvenuto decesso del contribuente, di contro non è del tutto pacifico se l’Ufficio debba eseguire la suddetta tipologia di notifica nel caso in cui gli eredi non abbiano in alcun modo comunicato la morte del loro dante causa o se l’Amministrazione finanziaria non ne sia comunque venuta a conoscenza in altro modo.
In siffatta specifica ipotesi, la Suprema Corte di Cassazione, in più occasioni, ha dichiarato la piena validità ed efficacia della notifica dell’atto intestato al de cuius ed a lui notificato presso l’ultimo domicilio fiscale.
I giudici di legittimità hanno sostenuto, infatti, che l’atto intestato ad un soggetto che, per quanto è a conoscenza dell’Ufficio, sia ancora in vita, deve essere non solo a lui destinato, ma anche notificato presso il suo domicilio e ciò in forza del fatto che l’Amministrazione finanziaria, non avendo conoscenza nemmeno dell’esistenza degli eredi, non può a loro indirizzare alcunché, né può renderli destinatari di alcuna operazione trasmissiva di conoscenza, come appunto gli atti destinati al loro dante causa, con la conseguenza che non può trovare applicazione, in queste circostanze, la notifica impersonale prevista dall’art. 65 del d.p.r. 600/73. L'adozione del procedimento notificatorio previsto da detta norma, infatti, suppone di necessità che l'amministrazione abbia acquisito la notizia della morte del contribuente, ovvero che sia comunque a conoscenza del decesso del contribuente perché, in caso contrario, non sussiste la giuridica possibilità di osservare la formalità della notifica impersonale.[3]
Tuttavia, l’arresto giurisprudenziale innanzi richiamato non appare del tutto conforme ai principi generali in materia di notificazione e di conoscenza degli atti in quanto legittima e conferisce validità alla notifica eseguita ad un soggetto non più esistente poiché deceduto, trascurando quindi di “assicurare l’effettiva conoscenza degli atti” ai veri soggetti passivi del rapporto tributario che, in base al vincolo di solidarietà sancito dal primo comma dell’art.65 d.p.r. 600/1973, sono esclusivamente gli eredi del contribuente.
Avv. Nicolavito Poliseno

[1] In particolare, l’art. 6 della l. 212/2000, al comma 1, prevede che “L'amministrazione finanziaria deve assicurare l'effettiva conoscenza da parte del contribuente degli atti a lui destinati”.
[2] Cfr. ex multis, Cass. n.11447/2002; Cass. n.3865/2001
[3] cfr. ex multis Cass. 7494/1994, 10659/2003; 16699/2005, 7645/2006, 26844/2007, 28945/2008.
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Il raddoppio dei termini decadenziali per l’accertamento fiscale

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4055262-law-concept-of-justice-symbolL’utilizzo del raddoppio dei termini decadenziali ai fini della notifica degli avvisi di accertamento è un tema abbastanza rovente che non ha ancora trovato la quadratura del suo cerchio. La contestazione che spesso viene sollevata dai contribuenti consiste nell’utilizzo arbitrario ed indiscriminato da parte dell’Ufficio della norma che prevede il  c.d. termine lungo di notifica pur in assenza o, quantomeno, nella incertezza, della sussistenza di reati tributari che giustifichino l’adozione del suddetto termine c.d. lungo. Nella confusione giurisprudenziale che regna a seguito della sentenza n.247/2011 della Corte Costituzionale, è doveroso segnalare la ricca (di contenuti!!) pronuncia emessa dalla C.T.Provinciale di Ravenna (sentenza n.191/02/13) di cui di seguito si riporta una corposa parte:

La tassazione dei decreti ingiuntivi

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        1) Tassazione in misura fissa e proporzionale: principio di alternatività tra iva e registro  2) L’imposta di registro e la revoca dei decreti ingiuntivi  3) Tassazione fissa e carattere unitario della sorte capitale e degli interessi maturati 4) Tassazione dei singoli negozi contenuti nel ricorso per decreto ingiuntivo

  1) Tassazione in misura fissa e proporzionale: principio di alternatività tra iva e registro
La disciplina degli atti dell'autorità giudiziaria, in particolar modo dei decreti ingiuntivi, ai fini dell'applicazione dell'imposta di registro, è tracciata dai seguenti articoli del d.P.R. 26 aprile 1986 n.131:
- articolo 37, che prevede l'assoggettamento all'imposta di registro degli atti dell'autorità giudiziaria in materia di controversie civili che definiscono anche parzialmente il giudizio, dei decreti ingiuntivi esecutivi, dei provvedimenti che dichiarano esecutivi i lodi arbitrali e delle sentenze che dichiarano efficaci nello Stato sentenze straniere anche se al momento della registrazione siano stati impugnati o siano ancora impugnabili, salvo conguaglio o rimborso in base a successiva sentenza passata in giudicato;
- articolo 8 della Tariffa I, che elenca gli atti dell'autorità giudiziaria in materia di controversie civili soggetti a registrazione in termine fisso.

Legittimità dell’appello cumulativo

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CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 08 novembre 2013, n. 25129

 E’ ammissibile l’appello cumulativo nei confronti di due distinte sentenze concernenti processi trattati separatamente? Si, secondo la Corte di Cassazione. La commissione tributaria regionale, invece, aveva stabilito l’inammissibilità dell’appello cumulativo di due sentenze, pur trattandosi di processi con identità di parti, identità delle questioni trattate e pur avendo la parte ricorrente fatto espressa indicazione delle plurime sentenze impugnate nell’unico atto di impugnazione.
L’orientamento costante della Suprema Corte (su tutte, Cass.Sez. U, Sentenza n. 3692 del 16/02/2009) sancisce che:”In materia tributaria è ammissibile – fermi restando gli eventuali obblighi tributari del ricorrente, in relazione al numero dei provvedimenti impugnati – il ricorso cumulativo avverso più sentenze emesse tra le stesse parti, sulla base della medesima “ratio”, in procedimenti formalmente distinti ma attinenti a! medesimo rapporto giuridico d’imposta, pur se riferiti a diverse annualità, ove i medesimi dipendano per intero dalla soluzione di una identica questione di diritto comune a tutte le cause, in ipotesi suscettibile di dar vita ad un giudicato rilevabile d’ufficio in tutte le cause relative al medesimo rapporto d’imposta“.

Impugnare la cartella e contestarne il merito della pretesa fiscale: quando è possibile

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CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 12 novembre 2013, n. 25358

E’ noto che la cartella di pagamento può essere impugnata solo per i vizi propri quali, ad esempio, il difetto di notifica o la mancata sottoscrizione della stessa. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha esplicitato un principio, di per se già noto ai professionisti del settore, secondo il quale la cartella di pagamento, se risulta essere il primo atto notificato al contribuente, può essere impugnata anche per contestarne il merito della pretesa in essa contenuta. Di seguito un estratto dell’ordinanza n.23358/13 della Suprema Corte.
“Il contribuente può contestare una pretesa tributaria anche in sede di impugnazione della cartella emessa sulla base delle sue dichiarazioni; purché ovviamente tale cartella costituisca il primo atto con cui la pretesa viene portata a conoscenza del contribuente. E non è affatto necessario che il contribuente versi quanto chiesto in cartella e quindi presenti domanda di rimborso, impugnando il silenzio-rigetto.
Infatti la Corte di Cassazione con sentenza n. 9872 del 5 maggio 2011, ha affermato che il contribuente può contestare, anche emendando le dichiarazioni presentate all’Amministrazione finanziaria, l’atto impositivo che lo assoggetti ad oneri diversi e più gravosi di quelli che, per legge, devono restare a suo carico; e tale contestazione deve farla proprio impugnando la cartella esattoriale, non essendogli consentito di esercitare l’azione di rimborso dopo il pagamento della cartella. Ed in difetto di impugnazione della cartella risulta precluso il rimborso previsto dall’art. 38 del d. P.R. 29 settembre 1973, n. 602″.

Ricorsi cumulativi e determinazione del contributo unificato

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COMMISSIONE TRIBUTARIA PROVINCIALE BARI – Sentenza 16 ottobre 2013, n. 182
“Impugnare più atti dinanzi al G.T. con un unico o separati ed autonomi ricorsi è una facoltà del ricorrente che, però, non può tradursi in un risparmio nel versamento del contributo unificato in conseguenza di un cumulo giuridico ed economico insussistente. Le singole questioni trattate in un unico ricorso rimangono autonome ed avranno, alla conclusione del giudizio, una loro autonoma definizione. La possibilità di trattare diverse questioni tra loro connesse soggettivamente ed eventualmente oggettivamente risponde all’esigenza di economia processuale che non può tradursi un una economia nella determinazione della misura del contributo unificato in favore del ricorrente in relazione alla sua scelta processuale”.
Si veda anche l’articolo:

Accertamento con adesione – Mancato ascolto del contribuente – Irrilevanza rispetto alla cartella di pagamento

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La mancata convocazione del contribuente, a seguito dell’istanza di accertamento con adesione dal medesimo presentata all’ufficio, non è causa di annullamento della cartella di pagamento emessa successivamente per detto avviso.
Questo, in sintesi, l’orientamento della Suprema Corte che, con la sentenza n.24435 del 31.10.2013, ha precisato che  la circostanza lamentata dal contribuente, concernente la sua omessa convocazione in seno al procedimento, non incide sul prodursi della definitività dell’accertamento.
Difatti, precisano i giudici di legittimità, la convocazione del contribuente è mera facoltà dell’ufficio, oggetto di valutazione discrezionale (Cass. 30 dicembre 2009, n. 28051), di guisa che la sua omissione non comporta la nullità del procedimento di accertamento adottato dagli uffici, non essendo tale sanzione prevista dalla legge (Cass. civ., sez. un., 17 febbraio 2010, n. 3676).
Inoltre, in tema di accertamento con adesione, la presentazione dell’istanza di definizione, così come il protrarsi nel tempo della relativa procedura, non comportano l’inefficacia dell’avviso di accertamento, ma ne sospendono soltanto il termine di impugnazione per novanta giorni, decorsi i quali, senza che sia stata perfezionata la definizione consensuale, quest’ultimo, in assenza di tempestiva impugnazione, diviene definitivo, poiché, a norma degli art. 6 e 12 del decreto legislativo 19 giugno 1997 n. 218, soltanto all’atto del perfezionamento della definizione l’avviso perde efficacia (vedi, da ultimo, Cass., ordinanza 2 marzo 2012, n. 3368).

Deducibilità dei costi da fatture soggettivamente inesistenti – Valutazione caso per cao

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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 15 ottobre 2013, n. 23314
Secondo l’amministrazione finanziaria i costi rinvenienti dalle fatture “soggettivamente inesistenti” emesse da società c.d. “cartiere” non sono deducibili ai fini delle imposte dirette, in forza del principio contenuto nell’art. 109 del dpr 917/1986, secondo cui i componenti negativi di reddito devono risultare certi nella loro esistenza e determinati nella loro quantificazione. Pertanto, a prescindere dall’eventuale effettività degli acquisti, la fittizietà, sia pure solo soggettiva, delle fatture annotate in contabilità e la conseguente inattendibilità degli imponibili indicati nelle  fatture, impediscono qualsiasi determinazione certa ed oggettiva dei costi sostenuti.
La Corte di Cassazione, chiamata a pronunciarsi sulla vicenda, nell’accogliere, l’eccezione dell’Ufficio, ha innanzitutto ricordato il  principio di recente affermato  secondo cui “in tema di imposte sui redditi,  sono deducibili per l’acquirente dei beni i costi delle operazioni soggettivamente inesistenti, per il solo fatto che essi sono sostenuti nel quadro di una cosiddetta “frode carosello”, anche per l’ipotesi che l’acquirente sia consapevole del carattere fraudolento delle operazioni, salvo che si tratti di costi che a norma del Testo unico delle imposte sui redditi approvato con D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, siano in contrasto con i principi di effettività, inerenza, competenza, certezza, determinatezza o determinabilità” (Cass. 10167/2012; conf. 3258/2013).
Tuttavia, precisano i giudici, nel caso in cui vi sia certezza assoluta che i costi dedotti sono relativi a fatture solo soggettivamente inesistenti e pur avendo accertato che la societa’ acquirente non ha tenuto alcun comportamento doloso, deve comunque valutarsi l’eventuale contrasto, in concreto, di siffatta deducibilita’ con gli anzidetti principi di effettivita’, inerenza, competenza, certezza, determinatezza o determinabilita’.

Legittima la notifica della cartella a mezzo posta

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In controtendenza con le precedenti pronunce emesse in tema di notifica delle cartelle a mezzo posta, la Ctp di LECCE, con la sentenza n. 329 del 08 ottobre 2013, ha dichiarato la piena validità della notifica a mezzo posta eseguita direttamente dall’Agente della riscossione.
Il Collegio di prime cure, in particolare, ha ricordato che l’art. 26 del DPR 602/73, nel disciplinare la “notificazione della cartella di pagamento”, stabilisce che la stessa è notificata dagli ufficiali della riscossione o da altri soggetti abilitati dal concessionario nelle forme previste dalla legge, ovvero, previa eventuale convenzione tra comune e concessionario, da messi comunali o dagli agenti della polizia municipale.
Tuttavia, sostengono i giudici leccesi che “è altrettanto vero che la notifica può essere eseguita anche mediante invio di raccomandata con avviso di ricevimento, in tal caso la cartella è notificata in plico chiuso e la notifica si considera avvenuta nella data indicata nell’avviso di ricevimento sottoscritto da una delle persone previste dal secondo comma o dal portiere dello stabile dove è l’abitazione o l’azienda. In buona sostanza il legislatore, con la norma in esame ha concesso al concessionario la facoltà di scegliere la modalità da eseguire per la notifica della cartelle di pagamento o degli atti ad esse assimilabili, ritenendo tutte le modalità previste dalla norma assolutamente equivalenti“. E, pertanto, priva di fondamento giuridico l’eccezione di inesistenza della notifica eseguita a mezzo posta.
Il contrasto giurisprudenziale continua, anche tra sezioni appartenenti alla medesima commissione tributaria.

Inammissibilità delle domande nuove e delle nuove eccezioni formulate nelle memorie illustrative

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C.T.P. Brindisi - Sentenza 22 agosto 2013, n. 216

"Le memorie illustrative di cui all'art. 32 decreto legislativo n. 546/1992, non possono essere strumentali all'ampliamento dei confini già tracciati in sede di già intervenuta costituzione: esse, pertanto, possono soltanto precisare, sviluppare ed arricchire le conclusioni già formulate e, in coerenza di ciò, non può ritenersi ammissibile la proposizione di domande nuove e nuove eccezioni, non rilevabili di ufficio".

Nullo il redditometro se il contribuente dimostra di aver accumulato risparmi nel tempo

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Altro duro colpo della Cassazione nei confronti del redditometro.
Secondo i giudici di legittimità è da ritenersi illegittimo l’accertamento da redditometro se il contribuente dimostra che l’alto tenore di vita tenuto è frutto di risparmi accumulati negli anni.

CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 25 settembre 2013, n. 21994

Ritenuto in fatto
1. I coniugi L.L. e R.A.D.M. propongono ricorso per cassazione avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della Campania indicata in epigrafe, con la quale, in sede di rinvio a seguito della sentenza di questa Corte n. 25481 del 2008, è stata affermata la legittimità dell'avviso di accertamento emesso nei confronti dei contribuenti, perIRPEF ed ILOR relative all'anno 1992, con metodo sintetico, ai sensi dell'art. 38 del d.P.R. n. 600 del 1973 e del d.m. 10 settembre 1992.
Il giudice di rinvio ha ritenuto che le gravi irregolarità e le forti incongruenze contabili e fiscali riscontrate, nonché i dati oggettivi evidenziati quali l'elevato tenore di vita tenuto dai contribuenti, inducevano a ritenere legittima la rettifica del reddito operata dall'Ufficio, anche perché i ricorrenti non erano riusciti a fornire alcuna idonea prova contraria.
2. L'Agenzia delle entrate resiste con controricorso.
3. A seguito dì istanza di sollecita trattazione, presentata dai contribuenti e accolta dal Presidente titolare della sezione, il ricorso è stato fissato per l'odierna udienza.
 Considerato in diritto
 1. Con il primo ed il secondo motivo, da esaminare congiuntamente per stretta connessione, i ricorrenti, denunciando l'insufficienza della motivazione e la violazione dell'art. 38 del d.P.R. n. 600 del 1973, censurano la sentenza impugnata per non avere il giudice del rinvio adeguatamente esaminato la documentazione da loro esibita fin dal primo grado di giudizio, dalla quale, fra l'altro, risulterebbe un notevole accumulo di ricchezza (pari, nel complesso, a circa £. 3,000.000.000) conseguito nel quinquennio precedente (1987/1991) all'anno oggetto di contestazione e tale, pertanto, da giustificare il tenore di vita rilevato dall'Ufficio.
I motivi sono fondati.
Non può negarsi, infatti, che il giudice di merito, a fronte della documentazione fornita dai contribuenti - analiticamente indicata nel ricorso in ossequio al principio di autosufficienza -, dalla quale, in tesi, sarebbe derivata la prova che il maggior reddito accertato per l'anno 1992 sulla base di indici di capacità contributiva rilevati dall'Ufficio (possesso di autovetture ed abitazioni) era giustificato dalla disponibilità di capitale accumulato in anni precedenti, si è limitato a negare la produzione di qualsiasi idonea prova contraria, senza supportare tale apodittica statuizione con sufficienti argomentazioni.
2. Il terzo motivo, con il quale si denuncia la violazione dell'art. 52 del d.lgs. n. 546/92, non avendo l'Ufficio fornito prova dell'autorizzazione all'appello, è inammissibile, stante l'efficacia preclusiva della sentenza di annullamento con rinvio (ex aliis, Cass. N. 17266 del 2002).
3. Il quarto motivo, infine, con il quale sì deduce la violazione dell'art. 384 cod. proc. civ. per non essersi il giudice di rinvio attenuto al dictum della citata sentenza di cassazione, è assorbito dall'accoglimento dei primi due motivi di ricorso.
4. In conclusione, vanno accolti il primo e il secondo motivo, va dichiarato inammissibile il terzo e assorbito il quarto; la sentenza impugnata deve essere cassata in relazione ai motivi accolti e la causa rinviata, per nuovo esame, ad altra sezione della Commissione tributaria regionale della Campania, la quale provvederà in ordine alle spese anche del presente giudizio di cassazione.
 P.Q.M.
 Accoglie il primo e il secondo motivo di ricorso, dichiara inammissibile il terzo e assorbito il quarto; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia la causa, anche per le spese, ad altra sezione della Commissione tributaria regionale della Campania.

Limiti all'applicazione della procedura di liquidazione automatizzata

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C.T.R. PUGLIA - sentenza n.94 del 27/08/2013
La procedura automatizzata può essere adottata solo in caso di controllo cartolare della dichiarazione sulla base dei dati forniti dal contribuente o quando sia necessaria una semplice correzione di errori materiali o di calcolo e non quando sia necessario risolvere questioni giuridiche o esaminare atti diversi dalla dichiarazione. Ne deriva che il disconoscimento dell’eccedenza di imposta non può avvenire mediante liquidazione automatica, essendo necessaria la notifica di un apposito avviso di accertamento.
Rif. normativi: Artt. 36 bis del d.p.r. n. 600/73 e 54 bis d.p.r. n. 633/72

FOCUS - L'intimazione di pagamento

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L'intimazione di pagamento è l'atto che da impulso alla fase esecutiva.
Ai sensi dell'art. 50 del D.P.R. n.602/73, qualora sia decorso un anno dall'invio della cartella di pagamento senza che sia iniziata l'azione espropriativa, l'agente della riscossione deve inviare un avviso contenente  l'intimazione ad adempiere il pagamento entro 5 giorni dalla notifica.
Se entro detto termine, il contribuente non dovesse saldare quanto dovuto, il Concessionario potrà azionare l’esecuzione forzata del credito erariale.
L'intimazione, al pari della cartella, è un atto che incide direttamente sulla sfera economico-patrimoniale del contribuente  pertanto ben può essere impugnata innanzi alla magistratura ordinaria e tributaria.
Ai fini di una corretta azione giudiziale, tu
ttavia, occorre sapere che i tempi e i termini di detta azione variano a seconda della natura del credito.
Difatti, se l'intimazione riguarda crediti di natura tributaria, il contribuente dovrà necessariamente adire, nel termine perentorio di 60 giorni dalla notifica, la Commissione tributaria provinciale competente in quanto, l'art.57 del DPR n.602/73 preclude espressamente la facoltà di esperire le opposizioni ex art. 615 e ss. c.p.c. per gli atti  di esecuzione di natura tributaria.
Se invece l'intimazione riguarda importi dovuti a titolo di sanzioni amministrative derivanti dalla violazione delle norme del codice della strada, l'impugnazione dovrà essere esercitata innanzi al giudice ordinario con le seguenti azioni:

1) qualora si contesti la mancata notificazione dell'ordinanza - ingiunzione o del verbale di accertamento di violazione al codice della strada, il contribuente può avvalersi dello strumento dell’opposizione ai sensi della L. n.689 del 1981 (30 giorni dalla notifica della cartella);

2) qualora si contesti la legittimità dell'iscrizione a ruolo per omessa notifica della stessa cartella, e quindi per la mancanza di un titolo legittimante l'iscrizione a ruolo, o si adducano fatti estintivi sopravvenuti alla formazione del titolo, sarà possibile esperire l’opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c. ;

3) qualora si deducano vizi formali della cartella esattoriale o del successivo avviso di mora, si potrà esperire l'opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c. entro il termine di 20 giorni dalla notifica dell'atto;
Tale distinguo è stato di recente ribadito dalla sentenza n.6565 del 14.03.2013 della Corte di Cassazione.

Le opposizioni all'esecuzione e agli atti esecutivi (artt. 615 e 617 c.p.c.) possono essere utilizzate anche per impugnare le intimazioni riguardanti i contributi previdenziali. Tuttavia, qualora il contribuente intenda contestare il merito della pretesa, l'opposizione andrà proposta mediante ricorso da presentare al Tribunale ordinario in funzione del giudice del lavoro entro 40 giorni dalla notifica dell'atto.

Avv. Nicolavito Poliseno

DECADENZA E PRESCRIZIONE NELLA FASE DI ACCERTAMENTO E RISCOSSIONE

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La conoscenza dei concetti di prescrizione e decadenza è indispensabile al fine di garantire la piena tutela dei contribuenti nel caso di richieste di pagamento che provengono dalle amministrazioni pubbliche e dai concessionari per la riscossione e che, spesso, possono essere tardive poichè inoltrate oltre i termini di prescrizione previsti dalla legge. I due termini, che apparentemente possono sembrare molto simili, in realtà, esplicano effetti radicalmente diversi.
La decadenza può essere definita come la perdita della facoltà di far valere un diritto (di credito) quando il titolare del medesimo (ad es. Comune, Agenzia delle Entrate, Inps) non lo esercita entro il termine perentorio previsto dalla legge.

La prescrizione, invece, può essere definita come una causa di estinzione dei diritti provocata dall’inerzia del titolare che ha omesso di esercitarli per un determinato periodo di tempo stabilito dalla legge.
Quindi, la decadenza si riferisce al decorso infruttuoso del tempo necessario per far valere un diritto, mentre la prescrizione si riferisce al decorso infruttuoso del tempo necessario ad esercitare tale diritto.
Pertanto, può dirsi che la decadenza sorge prima della prescrizione.
Tuttavia, mentre le azioni esercitate dalle amministrazioni statali sono solitamente soggette a decadenza, gli atti della riscossione (cartelle ed intimazioni) sono soggette a prescrizione.
1) Imposte sul reddito, iva, irap:
- se il contribuente ha presentato la dichiarazione, l’Agenzia delle Entrate deve notificare l’avviso   di accertamento entro il 31/12 del quarto anno successivo a detta presentazione. Esempio: anno d’imposta 2009 – anno presentazione dichiarazione 2010 – termine notifica accertamento 2014.
- in caso di omessa dichiarazione, entro il 31/12 del quinto anno successivo a quello in cui la presentazione avrebbe dovuto essere presentata. Esempio: anno d’imposta 2009 – anno presentazione dichiarazione 2010 – termine notifica accertamento in caso di omessa presentazione 2015.
In caso di denuncia per un reato tributario, i termini ordinari innanzi indicati sono raddoppiati.
In caso di controllo automatizzato l’Agenzia delle Entrate si affida direttamente all’agente della riscossione che dovrà notificare una cartella entro:
il 31 dicembre del terzo anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione in caso di liquidazione automatica.
il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione per i controlli formali.
Per le somme dovute in base agli accertamenti dell’Ufficio, che in caso di mancata contestazioni siano divenuti definitivi, l’agente della riscossione deve provvedere alla notifica della relativa cartella entro il 31 dicembre del secondo anno successivo a quello in cui l’accertamento è divenuto definitivo.

2) Imposta di registro, ipotecaria e catastale:
Accertamento per omessa richiesta di registrazione5 anni dal giorno in cui avrebbe dovuta essere richiesta la registrazione;
in caso di atto registrato3 anni dalla richiesta di registrazione o 5 anni a seguito di registrazione operata d’ufficio;
Incertezza sussiste in merito ai termini di notifica della cartella nel caso in cui l’avviso sia divenuto definitivo. Parte della giurisprudenza sostiene che si applichi il termine di prescrizione decennale da quando l’atto è divenuto definitivo. Altra giurisprudenza, invece, sostiene che si applichi il termine di decadenza biennale previsto dall’art.25 c.1 let.c del DPR 602/73 in materia di imposte dirette ed Iva.
L’invio normativo operato dall’art 17 del D.lgs. 347/90 prevede che i predetti termini previsti per l’imposta di registro si applichino anche alle imposte ipotecarie e catastali.

3) Imposte sulle successioni e donazioni:
Dichiarazione presentata: avviso di liquidazione da notificare entro 3 anni dalla dichiarazione:
Dichiarazione omessa: avviso da notificare entro 5 anni dal termine entro cui la dichiarazione andava presentata
La dichiarazione di successione va presentata entro 12 mesi dall’apertura della successione.

4) TRIBUTI LOCALI: IMU – TARSU – IMPOSTA PUBBLICITA’
Per l’omesso versamento dei tributi locali, il Comune deve notificare l’avviso di accertamento, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del 5° anno successivo a quello in cui la dichiarazione o il versamento sono stati o avrebbero dovuto essere eseguiti.
Se l’accertamento diviene definitivo, poiché non impugnato entro 60 giorni dalla sua notifica, il Comune può procedere alla riscossione coattiva mediante la notifica di una ingiunzione fiscale da notificarsi entro il 31 dicembre del 3° anno successivo a quello in cui l’accertamento è divenuto definitivo.

5) Bollo auto, tasse automobilistiche
L’avviso di accertamento in caso di omesso pagamento del bollo, dev’essere notificato entro il 3° anno successivo a quello in cui doveva essere effettuato il pagamento.
In caso di accertamento non impugnato, la relativa cartella di pagamento deve essere notificata entro il 31 dicembre del terzo anno successivo a quello in cui l’accertamento è divenuto definitivo.

6) Sanzioni Tributarie
Le sanzione tributarie  si prescrivono, ai sensi dell’art 20 D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, nel termine di cinque anni. La sanzione è assolutamente personale pertanto non è trasmissibile agli eredi.

7) CONTRIBUTI PREVIDENZIALI
A partire dal 1° gennaio 1996, l’azione di recupero dei contributi previdenziali non versati si prescrive nel termine di 5 anni così come previsto dall'art. 3, co. 9, L.335/1995, che ha ridotto il precedente termine decennale.

8) SANZIONI AMMINISTRATIVE – CONTRAVVENZIONI AL CODICE DELLA STRADA
Il termine stabilito dalla legge per la notifica dei verbali  per le sanzioni amministrative è di cinque anni e decorre dalla data dell’accertamento dell’infrazione (art.28 della Legge n. 689/81).
La successiva cartella di pagamento deve essere notificata entro il termine di 2 anni dalla consegna del ruolo. (L. Finanziaria 2008)
Dubbi sorgono in merito all'ambito di applicazione del termine biennale in quanto la norma parla solo di sanzioni di spettanza comunale. Parrebbe, pertanto, che la suddetta previsione non trovi applicazione per le contravvenzioni elevate da altri organi diversi da quelli comunali quali, ad esempio, la Polizia Stradale.

Avv. Nicolavito Poliseno

Non è dovuta l’imposta sulla pubblicità per i cartelloni esposti all’interno del centro commerciale all’ingrosso

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Commissione Tributaria Regionale Bari sentenza n.97/9/12
Secondo i Giudici di secondo grado, la ******** s.r.l., difesa dall’Avv. Nicolavito Poliseno, non deve versare l’imposta sulla pubblicità per i pannelli pubblicitari esposti all’interno del centro commerciale all’ingrosso ove ha sede la stessa impresa in quanto, detto shopping center non può essere considerato un’area aperta al pubblico, facendo così venir meno il presupposto impositivo stabilito dall’art 5, comma 1, del D.Lgs n.507/93 secondo cui “la diffusione di messaggi pubblicitari effettuata attraverso forme di comunicazione visive o acustiche diverse da quelle assoggettate al diritto sulle pubbliche affissioni, in luoghi pubblici o aperti al pubblico o che sia da tali luoghi percepibile, è soggetta all’imposta sulla pubblicità prevista nel presente decreto”
Pertanto, la pubblicità esposta in luoghi e/o aree private, il cui accesso non è consentito ad una massa indiscriminata di soggetti - circostanza idonea a considerare un'area come luogo aperto al pubblico - non è soggetta a tassazione.
In particolare, la Commissione Regionale ha stabilito quanto segue: “riguardo alla questione di merito, il collegio non condivide l'iter logico giuridico seguito dai giudici di primo grado, alla base della statuita sussistenza del presupposto impositivo per l'assoggettamento della cartellonistica all'imposta della pubblicità. Nella sentenza impugnata vi si rileva una non adeguata valutazione degli elementi emergenti dalla documentazione in atti, poiché è stato considerato “Il Baricentro”, sito ove è ubicata l'attività commerciale, assimilabile ad un qualsiasi centro commerciale, omettendo di considerare la sua specificità, e che trattasi di un'area nella sua totalità privata.
Erra il giudice di primo grado, quando assume a supporto delle proprie decisioni il concetto di notorietà; per derivarne, quale effetto, l'accesso di soggetti indifferenziati alla struttura commerciale. Tale concetto di notorietà – che si caratterizza quale esistenza di fatti comunemente conosciuti come pubblicamente noti – può essere, in via di massima, applicato nell'ordinamento giuridico, solo in mancanza di elementi costitutivi che connotano le singole fattispecie. Nel caso all'esame, invece, tali elementi sono presenti e non rappresentati in positivo:
a) dall'esistenza di un cancello di accesso alla struttura commerciale, normalmente presidiato per il controllo di chi vi entra;
b) dalla possibilità di accesso solo da parte di soggetti abilitati alle transazioni che ivi si svolgono. Difetta, pertanto, per qualificare la zona quale area aperta al pubblico, l'elemento della massa indifferenziata di persone che vi possono accedere, la quale, peraltro, non è interessata alle transazioni, né ha alcun interesse di svago, perché mancano strutture idonee e specifiche; e ciò, in disparte la circostanza secondo cui il centro commerciale è posizionato in area isolata e distante, qualche chilometro dal comune viciniore. L'appello della contribuente, pertanto va accolto, con assorbimento delle residue questioni. Gli atti accertativi impugnati vanno annullati, per l'assenza dei presupposti per l'assoggettamento della cartellonistica all'imposta di pubblicità”.





Impugnabilità del pignoramento presso terzi

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C.T. Prov. Reggio Emilia 17.4.2013 n. 98/3/13
Svolgimento del processo
1. La sig. [Omissis] ricorre nei confronti di Equitalia Centro spa avverso atto di pignoramento di crediti presso terzi emesso ex art. 72 bis DPR 602/73; ammontare della materia del contendere ai fini della nota spese € 29.563,58.
2. La Ricorrente deduce che:
- in data 28/02/2012 Equitalia Centro spa provvedeva ad intimarLe il pagamento di quattro cartelle di pagamento, che l'Agente della Riscossione assumeva come notificate rispettivamente in data 24/4/2011 e 22/11/2011 e 15/04/2003;
- in data 8/5/2013 Le veniva notificato l'atto impugnato con cui si ordinava al Suo datore di lavoro "in quanto debitrice della ricorrente a titolo di stipendio e/o altre indennità a seguito della cessazione del rapporto di lavoro, di pagare, nella misura stabilita dall'art. 72-ter del DPR, la somma di € 29.563,58 in pretesa esecuzione e per l'asserita sussistenza di debito nei confronti della procedente a titolo di tributo IRPEF e Contributi Sanitari Nazionali, con riferimento agli anni 1993 e 1995, in relazione ai quali la Ricorrente, avrebbe ricevuto "la notifica delle soprarichiamate cartelle di pagamento;
- in data 31/05/2012 ricorreva in opposizione ex art. 615,comma 2°, c.p.c., al Giudice dell'Esecuzione presso il Tribunale di Reggio Emilia eccependo l'avvenuta prescrizione delle intimazioni di pagamento sopra richiamate per quanto attiene le cartelle notificate in data 24/04/2001, ammontante ad € 20.898,97, e in data 22/11/2001, ammontante ad €5.954,24;
- l'Agente della Riscossione si costituiva in giudizio deducendo di avere notificato in data 11/03/2008 alla Ricorrente un preavviso di fermo amministrativo col quale si intimava il pagamento delle somme dovute e si avvertiva che, in mancanza, avrebbe proceduto alla iscrizione del fermo amministrativo e che lo stesso doveva pertanto qualificarsi come atto interruttivo della prescrizione, ma che "A sostegno di tale tesi, tuttavia, controparte si limitava a produrre una copia non completa di ricevuta di notifica del preavviso di fermo, riportante una firma non appartenente alla Sig.ra Fa. E, in ogni caso, non producendo in giudizio l'atto di preavviso di fermo";
- il Giudice dell'Esecuzione, con propria ordinanza, accoglieva il ricorso sul presupposto che l'Agente della Riscossione non avesse dimostrato se "effettivamente sia stato inviato un atto con il quale, attraverso l'intimazione di pagamento, si sia effettivamente interrotta la prescrizione" e conseguentemente sospendeva la procedura esecutiva relativamente alle su richiamate cartelle di pagamento assegnando altresì il termine di 60 gg. per l'estrazione del giudizio di merito;
- conseguentemente in termini, era stato riassunto il giudizio avanti questa Commissione deducendo anche in questa sede, l'avvenuta prescrizione del diritto vantato dall'Agente della Riscossione;
- l'atto impugnato sia nullo, stante l'inesistenza del diritto dell'Agente della Riscossione a procedere esecutivamente nei Suoi confronti, stante l'illegittima procedura di notifica delle cartelle di pagamento, avvenuta, direttamente, tramite servizio postale e, comunque, per intervenuta prescrizione del diritto azionato.
3. L'Agente della Riscossione si costituisce in giudizio eccependo:
- il difetto di giurisdizione del Giudice adito, in quanto ai sensi dell'art. 3 (recte 2: ndr) del DLgs. 546/92,sono esclusi "dalla giurisdizione della commissione tributaria le controversie riguardanti gli atti dell'esecuzione forzata successivi alla notifica delle cartelle di pagamento", dovendo "pertanto ritenersi competente in materia esclusivamente il Tribunale ordinario in funzione di Giudice dell'Esecuzione territorialmente competente, con conseguente declaratoria di inammissibilità del presente ricorso per difetto di giurisdizione";
- la tardività del ricorso, in quanto, non essendo l'atto di pignoramento di crediti presso terzi atto impugnabile, ex art. 19 DLgs.546/92, il ricorso deve intendersi come proposto verso le su richiamate cartelle di pagamento notificate molti anni prima e pertanto chiaramente tardivo;
- la legittimità della procedura di notifica delle cartelle di pagamento;
- la propria carenza di legittimazione passiva posto che titolare dei crediti che si assumono prescritti è l'Agenzia delle Entrate che pertanto è la controparte legittimata stare in giudizio in questa sede;
- l'infondatezza dell'eccezione di prescrizione del diritto azionato con l'atto impugnato in quanto la stessa è stata interrotta con il preavviso di fermo amministrativo prima richiamato.
L'Agente chiede, dunque, il rigetto del ricorso, stante la legittimità del Suo operato.
4. All'udienza dibattimentale le Parti si riportano alle loro doglianze scritte.
Motivi della decisione
5. Il primo "nodo", da "sciogliere" attiene all'eccepita carenza di giurisdizione di questo Giudice; l'art. 2 .comma 1°, DLgs. 546/92 dispone, per la parte che qui interessa, che "Restano escluse dalla giurisdizione tributaria soltanto le controversie riguardanti gli atti della esecuzione forzata tributaria successivi alla notifica della cartella di pagamento e, ove previsto, dell'avviso di cui all'articolo 50 del decreto dei Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, per le quali continuano ad applicarsi le disposizioni del medesimo decreto del Presidente della Repubblica."; la Corte di Cassazione, s.u., nella sentenza n. 2008/13357, al fine di delimitare la giurisdizione del Giudice tributario, così si esprime "L'art. 57, DPR n. 602 del 1973, che disciplina l'opposizione all'esecuzione o agli atti esecutivi, in materia di riscossione coattiva, al comma 1 stabilisce: «Non sono ammesse:
a) le opposizioni regolate dall'
art. 615 c.p.c., fatta eccezione per quelle concernenti la pignorabilità dei beni;
b) le opposizioni regolate dall'
art. 617 c.p.c., relative alla regolarità formale ed alla notificazione del titolo esecutivo".
Pertanto, tutte le contestazioni relative al diritto a procedere alla esecuzione forzata (salvo che si eccepisca la impignorabilità dei beni) e le opposizioni relative alla regolarità formale del titolo esecutivo, non appartengono alla esecuzione. La scelta legislativa appare coerente con il sistema nel quale il giudizio di cognizione assorbe tutta la materia relativa alla legittimità formale e sostanziale degli atti di imposizione, "arrestandosi unicamente di fronte agli atti dell'esecuzione" (Cass.
23832/2007)»; e ancora nella sentenza da ultima richiamata, emessa sempre a s.u., si può leggere, per una fattispecie concreta che, per molti versi richiama quella in giudizio, che "il problema che più specificamente si poneva nel caso di specie concerneva, tuttavia, il fatto se la limitazione della materia del contendere alla eccepita prescrizione del credito potesse determinare la sottrazione della controversia stessa alla giurisdizione del giudice tributario, legittimandone la cognizione da parte del giudice ordinario. Si tratta di un quesito cui si deve rispondere negativamente, in quanto, facendosi valere mediante l'eccezione di prescrizione, un fatto estintivo dell'obbligazione tributaria, conoscere della causa spetta al giudice che abbia giurisdizione in merito a tale obbligazione"; nella massima della suddetta sentenza (Rv [Omissis]) viene affermato che, la giurisdizione delle Commissioni tributarie "... si estende ad ogni questione relativa all"'an" o al "quantum" del tributo, arrestandosi unicamente di fronte agli atti della esecuzione tributaria; ne consegue che anche l'eccezione di prescrizione, quale fatto estintivo dell'obbligazione tributaria, rientra nella giurisdizione del giudice che abbia giurisdizione in merito alla predetta obbligazione. (La S.C., cassando la sentenza del giudice di pace e rinviando la causa alla competente commissione tributaria, ha fatto applicazione del principio in un caso in cui il fatto estintivo opposto era sopravvenuto alla formazione del titolo esecutivo costituito dalla cartella esattoriale..."; se ora facciamo applicazione dei suddetti principi alla fattispecie concreta dedotta in giudizio non può che conseguirne l'affermazione della giurisdizione di questo Giudice in ordine alla materia del contendere dedotta, posto che la Ricorrente eccepisce l'inesistenza del diritto dell'Agente della Riscossione a procedere ad un'esecuzione forzata stante la carenza di un valido titolo esecutivo essendo intervenuta la prescrizione del diritto sottostante.
6. Va poi logicamente affrontata e respinta, l'eccezione dell'Agente della Riscossione di carenza di Sua legittimazione passiva processuale posto che la prescrizione del credito è assunta, dalla Ricorrente, come intervenuta a seguito di atti di competenza dell'Agente stesso e non dell'Agenzia delle Entrate.
7. La motivazione della sentenza da ultimo richiamata, poi, così continua: "Esigenze imprescindibili di tutela del contribuente impongono, di includere tra gli atti autonomamente impugnabili, innanzi al giudice tributario, tutti quegli atti che, pur essendo "atipici" in relazione ad una diversa denominazione ad essi attribuita dall'amministrazione finanziaria, abbiano, comunque, la stessa sostanza e svolgano la medesima funzione degli atti tipizzati nell'elenco della richiamata norma di rito: in questo senso devono trovare conferma i risultati ai quali è pervenuta la giurisprudenza della Corte in ordine ad atti innominati concernenti diversi tributi (cfr. Cass. n. 22869 del 2004, in tema di TOSAP, e n. 22015 del 2006, in tema di tributi doganali)."; la Suprema Corte ha, dunque, espresso il principio, da cui non vi è motivo per discostarsi in questa sede, secondo cui l'elenco degli atti impugnabili di cui all'art. 19 cit., non va letto in modo "formalistico" ma "sostanziale": insomma non è tanto al "nome" dell'atto, a cui necessita fare riferimento per ammetterne l'impugnabilità o meno, ma alla sua "funzione"; a questa affermazione consegue, in ipotesi l'impugnabilità dell'atto di pignoramento di crediti presso terzi, qualora la Ricorrente eccepisca, come nella fattispecie dedotta in giudizio, che l'atto impugnato sia il primo ed unico atto valido di riscossione e, dunque, impugnabile ex art. 19 cit., di cui sia venuta a legittima conoscenza, assumendo, in fatto, che il richiamato preavviso di fermo amministrativo non Le sia mai stato notificato.
8. Peraltro va, comunque, affermata la tardività del ricorso, ex art. 21, comma 1, DLgs. 546/92, rilevabile d'ufficio dal Giudice e, conseguentemente, la sua inammissibilità, posto che lo stesso avrebbe potuto/dovuto, validamente, essere interposto avverso le intimazioni di pagamento di cui in narrativa, primo atto della riscossione di cui la Ricorrente ammette essere venuta ritualmente a conoscenza in data 28/02/2012.
9. Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile; le spese di giudizio, stante il motivo del rigetto del ricorso, vanno compensate.
P.Q.M.
La Commissione dichiara inammissibile il ricorso; spese di giudizio compensate.



I termini di impugnazione dell’intimazione di pagamento - CTP Bari n.13/04/13

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L’intimazione di pagamento, pur essendo un atto preordinato alla fase esecutiva, non può essere impugnato con le modalità ed i termini indicati nell’art. 615 del codice di procedura civile.

Difatti, per giurisprudenza costante della S.C. (cfr tra le tante la sentenza n.565/2005), in tema di esecuzione esattoriale per la riscossione mediante ruoli di entrate di natura tributaria si applica il DPR n.602/73 che preclude l'esperimento delle opposizioni ex art. 615 e ss. c.p.c..

Pertanto, anche l’intimazione, alla stregua della cartella esattoriale, dev’essere impugnata tempestivamente nel termine di 60 giorni dalla sua notificazione.

20 giorni per impugnare i vizi propri della cartella per le violazioni al Codice della Strada

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Con la sentenza n.6565 del 14.03.2013, la Corte di Cassazione ha chiarito quali sono i termini di impugnazione delle cartelle esattoriali afferenti (esclusivamente) le sanzioni amministrative derivanti dalla violazione delle norme contenute nel codice della strada.
I giudici di legittimità hanno pertanto stabilito che:
1) qualora si contesti la mancata notificazione dell'ordinanza - ingiunzione o del verbale di accertamento di violazione al codice della strada, il contribuente può avvalersi dello strumento dell’opposizione ai sensi della L. n.689 del 1981 (30 giorni dalla notifica della cartella);
2) qualora si contesti la legittimità dell'iscrizione a ruolo per omessa notifica della stessa cartella, e quindi per la mancanza di un titolo legittimante l'iscrizione a ruolo, o si adducano fatti estintivi sopravvenuti alla formazione del titolo, sarà possibile esperire l’opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c.;
3) qualora si deducano vizi formali della cartella esattoriale o del successivo avviso di mora, si potrà esperire l'opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c.
Pertanto se la contestazione riguarda i vizi propri della cartella esattoriale, l'opposizione va proposta ai sensi dell'art. 617 c.p.c., nel termine di venti giorni stabilito da detta norma.

 
Fermo restando quanto stabilito dalla Suprema Corte, è bene ricordare che le cartelle esattoriali possono essere emesse per la riscossione, oltre che delle sanzioni amministrative, anche (e soprattutto) per le imposte ed i tributi di ogni genere specie.
Resta immutata, per tale ultima fattispecie, il termine di impugnazione di 60 giorni dalla notifica dell’atto.
Inoltre, mentre le opposizioni alle cartelle inerenti le sanzioni amministrative vanno proposte al Giudice ordinario (Giudice di Pace o Tribunale a seconda del valore), quelle aventi ad oggetto il mancato pagamento di imposte dirette e indirette, tributi e tasse regionali e/o comunali, sono affidate alla giurisdizione esclusiva delle Commissioni Tributarie.