Consulenza ed Assistenza

Consulenza ed assistenza in merito a cartelle di pagamento e riscossione, fermo ed ipoteche, pignoramneti presso terzi

Schema ricorso avverso intimazione di pagamento

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Lo schema di ricorso che segue si riferisce all'impugnazione di una intimazione di pagamento per imposte, tasse e tributi, la cui giurisdizione è esclusiva delle commissioni tributarie.
Con le nuove disposizioni introdotte dalla Legge di stabilità il ricorso avverso gli atti delle società di riscossione sono soggette alla procedura di reclamo (solo per le cause innanzi alle commissioni tributarie).
Le intimazioni per sanzioni amministrative, invece, sono da impugnarsi davanti al giudice ordinario.
Per i crediti vantati dagli enti pensionistici è competente il Tribunale in funzione del giudice del lavoro.
Il ricorso sottostante è un semplice facsimile.


On.le Commissione Tributaria Provinciale di______
                        RICORSO CONTENENTE ISTANZA PER TRATTAZIONE IN PUBBLICA UDIENZA
In favore del sig. , nato ed ivi residente alla via , Cod.Fisc: , rappresentato e difeso in virtù di mandato conferito a margine del presente atto dal sottoscritto Avv. (cod. fisc:) presso il cui studio in Bari, alla via  , elegge domicilio. L’avv.   dichiara di voler ricevere eventuali comunicazioni al seguente n. di fax: o alla casella di posta certificata: 
- ricorrente –
contro
Eq. S.p.A. – Agente della riscossione per la provincia di , in persona del legale rappresentante p.t.;
-resistente-
Avverso
Intimazione di pagamento n. notificata  in data 
Premesso che

Imposta di registro - Avviso di liquidazione - Maggiore imposta gravante sul decreto ingiuntivo

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COMMISSIONE TRIBUTARIA REGIONALE MILANO - Sentenza 24 aprile 2012, n. 48

Svolgimento del processo
Con avviso di liquidazione n. 1542/001D1/2009 notificato alla società (...) Gmbh (di seguito, la Società) in data 8 luglio 2009, l'Agenzia delle Entrate, Ufficio di (...), richiedeva, ai sensi dell'art. 22 DPR n. 131 del 1986, maggiore imposta di registro ed oneri accessori in relazione al decreto ingiuntivo del tribunale di Milano n. (...)/2005 rep. (...)/2006, decreto ingiuntivo che la Società già aveva assoggettato all'imposta di registro, ma in misura fissa, per un importo complessivo pari ad € 339,72, di cui € 168,00 relativamente all'imposta gravante sul decreto, € 168,00 in relazione all'imposta dovuta sull'accordo di transazione enunciato nel decreto ed € 3,72 per tributi speciali e compensi.
Nello specifico l'Agenzia contestava alla Società:
- un'imposta di registro proporzionale del 3% calcolato sull'importo del decreto ingiuntivo (€ 305.750,00) complessivo di interessi e/o rivalutazione (€ 48.581,26), per un importo pari ad € 10.630,00;
- un'imposta di registro proporzionale del 3% sul valore della transazione enunciata nel decreto ingiuntivo (€ 611.500,00), pari ad un importo di € 18.345,00.
Contestualmente irrogava sanzioni per € 22.014,00, pari al 120% dell'imposta calcolata sull'atto enunciato, nonché interessi diritti per € 797,31, cosicché la somma complessivamente richiesta la società con l'avviso di liquidazione ammontava ad € 51.786,31.
La Società ricorreva avverso il predetto avviso di liquidazione, eccependone in via principale l'illegittimità, in quanto l'Ufficio aveva calcolato la tassa in modo proporzionale, senza considerare che il decreto ingiuntivo, che disponeva il pagamento di corrispettivi soggetti all'I.V.A. in quanto derivanti dalle fatture emesse dalla società e non pagate dal debitore, in virtù di quanto disposto dall'art.8, Nota II della Tariffa, Parte Prima del T.U., scontava l'imposta di registro in misura fissa. Precisava che nella materia era operativo il principio di alternatività Iva/Registro sancito dall'art. 40 del T.U. Aggiungeva che la stessa Amministrazione Finanziaria, con circolari n. 214 del 10 settembre 1998 e 34/E del 30 marzo 2001, aveva chiarito che ai fini dell'applicazione dell'imposta di registro, "ai decreti ingiuntivi originati da fattura è applicabile l'imposta di registro nella misura fissa di lire 250.000, nonché .... una ulteriore tassa fissa per l'enunciazione del negozio sottostante quando l'atto enunciato, soggetto adiva, non sia stato già registrato".
Sempre in via principale, la società eccepiva l'illegittimità dell'avviso per essere stata la transazione, enunciata nel decreto ingiuntivo, impropriamente assoggettata ad imposta proporzionale, laddove l'enunciazione, disciplinata dall'art. 22 del T.U., è un istituto neutrale rispetto alla misura della tassazione, nel senso che attraverso l'enunciazione non si può far certo diventare soggetto d'imposta proporzionale un atto soggetto invece a registrazione in misura fissa. La società precisava che la transazione, per € 611.500,00, ma poi onorata solo per € 305.750,00, era intervenuta tra la Società e il debitore (...) s.a.s. di (...) & C, al fine di regolare la controversia sorta tra esse parti relativamente ad un contratto di distribuzione e di commercializzazione in Italia del prodotto farmaceutico "(...)", contratto per il quale la (...) era invece tenuta al pagamento di un importo complessivo di euro 951.104,00 (per il quale la società aveva emesso sette fatture) a fronte di acquisti intracomunitari effettuati dal debitore, rilevanti ai fini Iva in Italia in base al disposto di cui all'art. 38 del D.L. n. 331 del 1993. Poiché si trattava di una transazione non novativa, riferita ad atti precedentemente assoggettati ad Iva, era pacifico che si dovesse applicare l'imposta in misura fissa in forza del principio di alternatività fra Iva e imposta di registro previsto dall'articolo 40 del testo unico.
In via subordinata la Società eccepiva l'illegittimità dell'avviso di liquidazione per impropria applicazione dell'imposta e delle sanzioni sulla transazione enunciata. Premesso infatti che l'accordo di transazione definito tra la (...) e la Società era stato concluso mediante scambio di corrispondenza, e che ai sensi dell'art. 1, Tariffa Parte II del T.U. tale atto era soggetto a registrazione solo in caso d'uso, sosteneva che nel caso in esame non si configurava alcun caso d'uso, sulla base del disposto di cui all'art.6 del T.U., dovendosi escludere che il mero richiamo dell'atto non registrato in un atto registrato possa configurare un'ipotesi d'uso.
In via ulteriormente subordinata, la Società eccepiva l'illegittimità dell'avviso di liquidazione per impropria applicazione delle sanzioni in ipotesi di applicazione dell'imposta suppletiva.
L'Ufficio si costituiva, controdeducendo. In particolare, faceva rilevare, quanto alla prima eccezione, che il documento di transazione, pur richiesto alla parte senza esito tramite lettera fax prima che fosse emesso l'avviso di liquidazione, non poteva essere preso in considerazione a favore del contribuente ai fini dell'accertamento in sede contenziosa, ai sensi dell'art. 32, penultimo comma del d.p.r. 600 del 1973, in quanto allegato unitamente alle relative fatture soltanto con il ricorso.
Quanto alla seconda eccezione, faceva rilevare che, ai sensi dell'art. 22 del d.p.r. 131 del 1986, se in un atto sottoposto a registrazione sono menzionate disposizioni non sottoposte a registrazione, l'ufficio, sussistendo determinate condizioni (la presenza, nell'atto sottoposto a registrazione, degli estremi che consentano di identificare chiaramente il contenuto negoziale delle disposizioni ivi menzionate e non registrate; la intercorrenza delle disposizioni enunciate, tra le stesse parti che hanno stipulato l'atto enunciante e sottoposto a registrazione), sottopone a tassazione non solo l'atto presentato per la registrazione, ma anche le precedenti disposizioni in esso enunciate.
La società in data 13 gennaio 2010 depositava memorie.
La Commissione Provinciale adita accoglieva il ricorso a spese compensate. In particolare, osservava che la natura del titolo per il quale si procedeva era stata la transazione, la quale aveva già subito un'imposizione fiscale, come riportato dallo stesso Ufficio. Tale situazione aveva comportato il fatto che non poteva essere tassato alle stesse modalità un atto giudiziario che per sua natura comporta la tassazione fissa, con la conseguenza che la corretta interpretazione sulla tassa fissa da applicare era proprio quella effettuata dal ricorrente, laddove peraltro nel caso specifico non ricorreva il requisito della enunciazione, elemento necessario per l'eventuale applicazione della tassa proporzionale.
Avverso detta decisione ha proposto appello l'Ufficio.
Assegnata la controversia a questa Commissione Tributaria Regionale, la Società si è costituita con atto in data 08.04.2011, controdeducendo; la trattazione ha poi avuto luogo, presenti entrambe le parti, all'odierna pubblica udienza, cui l'appello è pervenuto dai rinvii disposti all'originaria udienza dell' 11.11.2011 e quindi a quella del 16.12.2011.
Motivi della decisione
Deve essere in primo luogo esaminata l'eccezione sollevata dalla Società di inammissibilità dell'appello per decorrenza del termine, in quanto l'impugnazione sarebbe dovuta essere effettuata entro e non oltre il 5 febbraio 2011, laddove appariva che la consegna per la notifica fosse avvenuta il 7 febbraio 2011. L'eccezione deve essere disattesa, risultando che il 5 febbraio fosse sabato ed applicandosi dunque la disposizione di cui all'art. 155 co. 5, prevedente la proroga di diritto al primo giorno seguente non festivo del termine scadente nella giornata del sabato.
La Società ha poi eccepito l'inammissibilità dell'appello per la non specificità dei motivi di appello.
Anche detta eccezione deve essere disattesa. Nell'atto di appello l'Ufficio risulta censurare motivatamente la decisione sotto vari profili, così assolvendo ampiamente all'onere di impugnazione specifica di cui all'art. 53 D. Lgs. n. 546 del 1992, atteso il carattere devolutivo pieno, nel processo tributario, dell'appello, mezzo quest'ultimo non limitato al controllo di vizi specifici, ma rivolto ad ottenere il riesame della causa nel merito (cfr. Cass., n. 4784 del 2011).
Venendo quindi all'esame dei motivi di appello, l'Ufficio con un primo motivo deduce l'illegittimità della sentenza di primo grado per violazione degli articoli 53 bis del d.p.r. n.131 del 1986 e 32, penultimo comma, del d.p.r. n. 600 del 1973, in quanto i primi giudici non hanno tenuto presente che i documenti - nello specifico l'accordo di transazione - non trasmessi in risposta agli inviti dell'Ufficio (che li aveva richiesti con fax del 25.01.2007), non possono essere presi in considerazione a favore del contribuente ai fini dell'accertamento in sede amministrativa e contenziosa.
Il motivo è infondato.
Va infatti tenuto presente che, ai sensi dell'art. 32 penultimo comma dell'art. 32 D.P.R. n. 600 del 1973, la inutilizzabilità in sede contenziosa, da parte del contribuente, di documenti precedentemente richiesti dall'Ufficio e non trasmessi, è subordinata alla condizione che l'Ufficio abbia, all'atto della richiesta, informato il contribuente degli effetti della sua condotta reticente, condizione che non risulta sia sussistita.
Con un secondo motivo, l'Ufficio deduce l'illegittimità della sentenza di primo grado nella parte in cui la Commissione dichiara che non ricorre il requisito della enunciazione, essendo invece in atti (in particolare l'allegato 2 dei ricorso introduttivo) la prova che il decreto ingiuntivo fa esplicito riferimento all'accordo di transazione stipulato in data 18 febbraio 2005. Assume infatti che, ai sensi dell'articolo 22, comma 1 del d.p.r. n. 131 del 1986, se in un atto sono enunciate disposizioni contenute in atti scritti o contratti verbali non registrati e posti in essere fra le stesse parti intervenute nell'atto che contiene l'enunciazione, l'imposta si applica anche alle disposizioni enunciate. Secondo l'Ufficio, qualora il provvedimento enunciato sia soggetto a registrazione in caso d'uso, è proprio la sua allegazione in giudizio che, rappresentandone una forma d'uso, ne legittima la sottoposizione all'imposta di registro.
Il motivo deve essere disatteso. Ancorché i primi giudici non si siano espressi con compiutezza, quello che rileva, come diligentemente osservato dall'appellata, è che non dipende certo dalla ricorrenza o meno dell'enunciazione la natura della tassazione, non potendo valere l'enunciazione a trasformare un atto soggetto a imposta fissa in atto soggetto a imposta proporzionale.
Con un terzo motivo, l'ufficio deduce l'illegittimità della sentenza di primo grado facendo presente che si è proceduto a tassazione solo ed esclusivamente del titolo enunciato (accordo di transazione) e non del rapporto principale (cessioni di beni). L'art.8, nota II, del d.P.R. n. 131 del 1986 su cui si è fondato il ricorso introduttivo, nel caso di specie non poteva essere richiamato, proprio perché l'Ufficio ha tassato solo ed esclusivamente il titolo enunciato e non il rapporto principale, con la conseguente impropria citazione, da parte della società, della circolare n. 34/E, che si riferisce testualmente a "i decreti ingiuntivi originati da fattura". Quanto poi al rapporto principale, premesso che l'ufficio non era stato posto nella condizione di poter comprendere il contenuto della transazione, nel caso di specie non era nemmeno corretto parlare di alternatività fra Iva e imposta di registro. Osserva l'Ufficio, infatti, che l'Iva non è stata pagata dalla Società, tedesca, in quanto cedente a fronte di cessione intracomunitaria e quindi non tenuta all'applicazione dell'IVA e neppure soggetta agli adempimenti contabili previsti dal D.P.R. n. 633 del 1972 e dall'art. 38 D.L. 331 del 1993.
Anche questo motivo deve essere disatteso.
Non può infatti prescindersi dalla natura del titolo enunciato, la transazione, in relazione al rapporto principale cui essa si riporta, fornitura intracomunitaria di beni per la quale la contribuente già aveva emesso fatture. Dall'esame della transazione emerge che si sia soltanto definito in misura forfettaria e ridotta il dovuto dalla società debitrice, già oggetto di una serie di fatture emesse a fronte delle forniture effettuate; dunque, transazione non novativa, riguardante e direttamente riconducibile a importi fatturati già assoggettati ad IVA.
La fattispecie risulta allora rientrare pienamente nella previsione della circolare n. 34/E del 30.03.2001 dell'Agenzia delle Entrate, secondo la quale appunto "ai decreti ingiuntivi originati da fattura è applicabile l'imposta di registro nella misura fissa di Lire 250.000, nonché, per il principio di alternatività di cui all'art. 40 del testo unico dell'imposta di registro, approvato con D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, una ulteriore tassa fissa per l'enunciazione del negozio sottostante quando l'atto enunciato, soggetto ad Iva, non sia stato registralo ".
Sia il decreto ingiuntivo, quindi, sia il negozio enunciato, scontano l'imposta di registro in misura fissa, essendo i corrispettivi (da cui la transazione prima e il decreto ingiuntivo sono originati) già stati assoggettati all'IVA. Che poi l'IVA, come sostenuto dall'Ufficio, non sia stata pagata dall'appellante, in quanto cedente a fronte di cessione intracomunitaria, è circostanza ininfluente, essendo rilevante il fatto dell'assoggettamento, non quello dell'effettiva debenza (l'art. 40 del D.P.R. n. 131 del 1986 dispone infatti che "per gli atti relativi a cessioni di beni e prestazioni di servizi soggetti all'imposta sul valore aggiunto, l'imposta si applica in misura fissa. Si considerano soggette all'imposta sul valore aggiunto anche le cessioni e le prestazioni per le quali l'imposta non è dovuta a norma dell'art. 7 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972 n. 633..." ( relative alle operazioni, come quella in esame, non rilevanti ai fini Iva nel territorio dello Stato per mancanza del cd. requisito territoriale).
Si impone, pertanto, il rigetto dell'appello.
La particolarità della problematica oggetto del giudizio, cui ha dato corso in sede di accertamento anche una condotta superficiale della appellata nei confronti dell'Ufficio, giustificano la integrale compensazione delle spese del grado.
P.Q.M.
Rigetta l'appello e conferma la decisione impugnata.
Spese compensate.

































Contributo unificato: impugnazione innanzi alla ctp

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CASSAZIONE N. 5994 DEL 17 APRILE 2012

L’opposizione ex art. 617 c.p.c., con la quale si fanno valere asseriti vizi della cartella di pagamento emessa in esito ad iscrizione a ruolo del contributo unificato previsto dall’art. 9 d.p.r. 115/2002, rientra nella competenza giurisdizionale del giudice tributario, atteso che il contributo unificato in oggetto ha natura di entrata tributaria (cfr. Corte cost. 73/2005 e Cass., ss.uu., 3007/08 e 3008/08) e che il controllo della legittimità delle cartelle esattoriali, configurando queste atti di riscossione e non di esecuzione forzata, spetta, quando le cartelle riguardino tributi, al giudice tributario in base alla previsione degli artt. 2, comma 1, e 19 lett. a), d.lgs. 546/1992 (cfr. Cass. SS.UU. 9840/11)”

Soggetti passivi della tassa automobilistica–società di leasing

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Con la sentenza n.4507 del 2012, la Corte di Cassazione torna nuovamente a pronunciarsi sulla  questione inerente l’individuazione del soggetto passivo tenuto al pagamento della tassa automobilistica. Nel caso affrontato dai Giudici di legittimità, la diatriba interessa essenzialmente due soggetti: la società di leasing proprietaria del veicolo e gli utilizzatori effettivi dei mezzi concessi in leasing.

La Corte, in tal senso, pare non aver dubbi: “in ipotesi di autoveicolo concesso in locazione finanziaria, soggetto passivo della tassa di possesso debba necessariamente essere considerato – nella vigenza del testo originario della norma medesima - il proprietario/concedente e non l’utilizzatore, titolare di un diritto (relativo) di godimento del bene, in virtù del rapporto, avente effetti obbligatori, nascente dal contratto stipulato. (….) Infine, quanto alla modifica apportata al citato art.5 del d.l. n.593 del 1982 dall’art.7, comma 2, della legge n.99 del 2009, il quale ha aggiunto, nel novero dei soggetti passivi del tributo de quo, gli “usufruttuari,acquirenti con patto di riservato dominio, ovvero utilizzatori a titolo di locazione finanziaria”, è agevole osservare che la norma, non avendo natura né interpretativa, né procedimentale, bensì innovativa e sostanziale, ha esteso solo a decorrere dalla sua entrata in vigore (15 agosto 2009) la soggettività passiva tributaria agli utilizzatori degli autoveicoli concessi in leasing”.

Si veda anche: http://www.pugliatributi.com/2011/03/auto-in-leasing-la-tassa.html

Avvisi bonari, i chiarimenti dell’Agenzia

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AGENZIA DELLE ENTRATE - Comunicato 23 maggio 2012

In merito ad alcuni recenti articoli di stampa che hanno riproposto il tema della impugnabilità delle comunicazioni di irregolarità (cosiddetti avvisi bonari), l’Agenzia delle Entrate conferma la propria adesione all’orientamento prevalente della giurisprudenza di legittimità, ribadito dalle sentenze a Sezioni Unite della Cassazione (SS.UU.) n.16293/2007 e n.16428/2007, secondo cui è esclusa l’impugnabilità degli avvisi bonari, con i quali si invitano i contribuenti a fornire eventuali dati o elementi non considerati o valutati erroneamente in sede di liquidazione delle dichiarazioni.

L’emanazione della sentenza della Corte di Cassazione n.7344/2012, peraltro emessa in relazione a controversia riguardante anche il ruolo che solo incidentalmente si è occupata dell’impugnabilità degli avvisi bonari, di per sé non giustificherebbe, infatti, un’eventuale modifica dell’orientamento fin qui costantemente tenuto dall’Agenzia.

Gli Uffici, pertanto, continueranno a sostenere l’inammissibilità dei ricorsi eventualmente proposti contro gli avvisi bonari.

La tutela giudiziale delle ragioni del contribuente potrà comunque essere esercitata in sede di impugnazione del ruolo: solo con la notifica della cartella di pagamento, infatti, l’effettiva pretesa tributaria viene portata a conoscenza del contribuente.

Coerentemente con questo orientamento, gli Uffici dell’Agenzia si asterranno dal chiedere l’inammissibilità del ricorso contro il ruolo per mancata impugnazione dell’avviso bonario.

Tributi - Processo tributario - Ricorso collettivo e cumulativo - Inammissibilità del ricorso

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COMMISSIONE TRIBUTARIA PROVINCIALE FIRENZE - Sentenza 27 gennaio 2012, n.19

 

Svolgimento del processo e motivi della decisione

Con unico ricorso ***** Srl, **** spa, **** SRL impugnano le cartelle di pagamento emesse da EQUITALIA CERIT spa per conto del Consorzio di Bonifica per la difesa del suolo e la tutela dell'ambiente della Toscana Centrale.

In forza del principio dell'onere della prova che grava sull'ente impositore, questi avrebbe dovuto dimostrare l'utilità conseguita dai fondi per effetto dell'attività di bonifica.

Le ingiunzioni sono poi nulle perché non è indicata la sussistenza del perimetro di contribuenza trascritto a norma dell'art. 10 R.D. 215/1933. Sempre in via pregiudiziale eccepisce l'inammissibilità del ricorso per mancata tempestiva impugnazione di un atto pregiudiziale. Nel merito sostiene l'esistenza del beneficio conseguito dagli immobili dei ricorrenti.

Si è costituito in giudizio il Consorzio e in via pregiudiziale eccepisce l'inammissibilità del ricorso proposto con un solo atto da una pluralità di ricorrenti avverso distinte ingiunzioni di pagamento riferite ad anni diversi ed alle quali corrispondono una pluralità di obbligazioni tributarie soggettivamente ed oggettivamente autonome.

Osserva, in relazione alla mancata trascrizione del perimetro di contribuenza nei registri immobiliare detta forma di pubblicità non ha carattere costitutivo dell'onere reale, ma solo carattere di pubblicità notizia.

Con memoria aggiunta deposita piani di classifica 2004/2006: relazione tecnica, perimetro di contribuenza, piano di riparto e schema calcolo tributo.

L'eccezione preliminare di inammissibilità del ricorso è fondata.

Sul punto sono convincenti le argomentazioni della Suprema Corte (Cass. Civile 30 aprile 2010 n. 10578).

E' opportuno precisare che il caso di cui si discute congiura il cd. Ricorso collettivo-cumulativo proposto da soggetti diversi avverso una pluralità di atti al riferiti ad anni diversi e relativi ad una pluralità di obbligazioni tributarie soggettivamente ed oggettivamente autonome.

Nel processo tributario non ci sono norme che trattano il cumulo dei ricorsi; l'art. 1 comma 2 del D.Leg.vo n. 546/92 rinvia alle norme del c.p.c. per quanto non disposto dal decreto e nei limiti della loro compatibilità con le norme dello stesso.

La sentenza Cass. Sez. Unite 3692/09 che riconosce l’ammissibilità in materia tributaria del ricorso cumulativo si riferisce ad un ricorso avverso più sentenze emesse tra le stesse parti, sulla base della medesima ratio, in procedimenti formalmente distinti, ma attinenti al medesimo rapporto giuridico di imposta, pur se riferiti a diverse annualità.

Nel ricorso collettivo-cumulativo il rapporto giuridico di imposta non presenta la necessaria identità degli elementi costitutivi, attenendo a soggetti diversi e diverse situazioni di fatto, tanto che è insussistente il pericolo di contrasto di giudicati.

La soprariferita sentenza della Cassazione 30 aprile 2010 n. 10578 così argomenta richiamando la Cass. SS.UU. 1052/07: "l'ipotesi di  litisconsorzio tributario si configura sempre che "per effetto della norma tributaria o per l'azione esercitata dall'A.F. l'atto impositivo debba essere o sia unitario, coinvolgendo nella unicità della fattispecie costitutiva dell'obbligazione una pluralità di soggetti ed il ricorso, pur proposto da uno o più degli obbligati, abbia ad oggetto non la singola posizione debitoria dei ricorrenti, bensì la posizione inscindibilmente comune a tutti i debitori rispetto all'obbligazione nell'atto autoritativo impugnato ".

Nel processo tributario dunque la contestazione del contribuente postula che tra le cause intercorrano questioni comuni non solo in diritto, ma anche in fatto.

Nel processo tributario un ricorso collettivo e cumulativo è ammissibile solo quando "i provvedimenti impugnati si risolvono in un unico fatto storico nei confronti di più contribuenti". La relazione tecnica depositata dalla Comunità Montana e non contestata dalla parte ricorrente fa ritenere che diversa sia per i ricorrenti la natura e la modalità di determinazione del beneficio derivato ad ogni ricorrente.

L'accoglimento dell'eccezione preliminare postula di non esaminare il merito.

Sussistono giusti motivi per compensare le spese in considerazione della difficoltà della materia e della giurisprudenza favorevole nel merito alla tesi dei ricorrenti.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso. Compensa le spese.

Nullità insanabile della notifica se la cartella non indica la data di consegna

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Cassazione n.398 del 2012

Se la copia della cartella esattoriale notificata al contribuente è sprovvista della data di consegna, la notifica della stessa è affetta da una nullità insanabile, a norma dell’art.160 c.p.c. se da tale data decorre un termine perentorio entro il quale il destinatario deve esercitare determinati diritti.

Questo il principio di diritto formulato dai giudici di legittimità: “ la disciplina di cui agli artt.148 e 160 c.p.c. è applicabile anche in materia di notificazione di una cartella esattoriale, per cui, in caso di mancata indicazione della relativa data di consegna nella copia della cartella in possesso del destinatario, alla nullità insanabile della notifica consegue la mancata decorrenza del termine per proporre opposizione”.

Appello – termine che scade di sabato – proroga al primo giorno non festivo successivo

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Cassazione n.6728 del 2012

Il termine per proporre appello deve essere qualificato come termine a decorrenza successiva sicché, ove il dies ad quem del medesimo vada a scadere nella giornata di sabato,  esso è prorogato di diritto al primo giorno seguente non festivo, e ciò in forza del novellato art.155, co.4, c.p.c., applicabile, tuttavia, ai soli ricorsi proposti successivamente al primo marzo del 2006.

La mancata indicazione della Commissione contro cui ricorrere rende nullo l’atto impositivo

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C.T. Reg. Milano 25.11.2011 n. 139/27/11

La mancata indicazione del termine per ricorrere e l'organo a cui rivolgere l'impugnazione e le forme di proposizione dell'impugnazione, previste dalla legge (art. 7, L.212/00) come "tassative" indicazioni degli atti impositivi, determina la necessità di disporre l'annullamento dell'atto, in quanto l'omessa indicazione si traduce, in concreto, in una forma di violazione del diritto di difesa.
In particolare, l’omessa indicazione del termine e dell'autorità avanti a cui il destinatario dell'atto impositivo può fare ricorso, per far valere le proprie ragioni, lede gravemente il diritto alla difesa costituzionalmente tutelato. A tal proposito l’art.24 Cost. testualmente sancisce che "la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento".
”La verità incontestabile, ravvisabile in tale precetto di rango costituzionale, è che per assicurare l'effettività del diritto di difesa occorre che tale concetto non rimanga una mera enunciazione astratta ma si concretizzi nel fornire al cittadino gli strumenti indispensabili per detta realizzazione. La mancata indicazione del termine e dell'Autorità competente avanti a cui il cittadino può proporre ricorso al fine di far valere le proprie ragioni, alla luce di quanto sopra esposto, lede pertanto in modo indiscutibile il disposto dell’art. 24 della Cost. con la consequenziale nullità e/o annullabilità dell'atto impositivo.”

In assenza delle cartelle prodromiche, l’ipoteca è illegittima

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Commissione tributaria regionale Puglia - Sezione VI - Sentenza 20 dicembre 2011 n. 93/6/11

E’ illegittima la comunicazione dell’iscrizione d’ipoteca se l’agente per la riscossione non da prova che le cartelle sottostanti alla predetta comunicazione  siano state notificate al contribuente.
Il tenore dell’art. 26 comma 4 D.P.R. n. 602/73 è tale da non ammettere dubbi circa l’assoluta necessità che «L’esattore deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell’avvenuta notificazione o l’avviso di ricevimento ed ha l’obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell’amministrazione».
Ne consegue che non è sufficiente per l’Equitalia esibire soltanto gli avvisi di ricevimento senza la matrice ovvero la copia delle cartelle alle quali essi si riferiscono.

“Né tale mancanza può legittimamente trovare supplenza nell’esibizione degli estratti dei ruoli esattoriali poiché gli stessi sono documenti elaborati dallo stesso esattore ai quali nessuna norma attribuisce valenza di prova inoppugnabile. Inoltre, non ha pregio l’esimente della conservazione della cartella oltre cinque anni dalla sua emissione al fine di giustificarne la mancata esibizione in giudizio, poiché tale disposizione costituisce per l’esattore un obbligo minimo e non massimo; onde è suo obbligo, oltre che interesse, conservare anche la matrice o la copia della cartella oltre i cinque anni e fino al momento in cui non avrà riscosso il credito in essa contenuto, al fine di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell’amministrazione.
La mancata esibizione delle cartelle o di una loro copia o matrice rende, dunque, del tutto insufficiente l’esibizione degli avvisi di ricevimento e degli estratti dei ruoli e costituisce un vulnus grave nella prova della notifica delle cartelle, che travolge irrimediabilmente la legittimità del susseguente atto di comunicazione d’iscrizione ipotecaria.”

Contante in diocesi–Vademecum

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Pagamento in contanti – nuove norme
Il decreto legge n. 201 del Governo italiano, convertito il 06.12.2011 dal Parlamento nella Legge n. 214/22.12.2011, dà nuove norme per il pagamento in contanti.
La Legge pone il limite di 1.000,00 euro, a partire dal 06.12.2011, per il pagamento in contanti e i libretti di risparmio al portatore. Ciò comporta che ogni pagamento in contanti che supera l’importo di 999,99 euro è irregolare e può essere punito. Così pure tutti i libretti di risparmio non nominali ma al portatore devono essere notificati dalle banche al Ministero delle Finanze e all’Agenzia delle Entrate.
Gli effetti della Legge sono questi:
a) non è più permesso versare a chiunque un importo di 1.000,00 euro o più in contanti o in libretti di risparmio bancari o postali o al portatore;
b) sugli assegni e vaglia postali con importo di 1.000,00 euro o più deve essere riportato il nome o l’intestazione sociale del beneficiario e la clausola “non trasferibile”;
c) i libretti di risparmio al portatore bancari o postali con un saldo di 1.000,00 euro o più devono essere estinti o ridotti a un importo inferiore a 1.000,00 euro;
d) pagamenti di fatture, tasse, scontrini per un importo complessivo di 1.000,00 euro o più dovranno obbligatoriamente essere effettuati tramite bonifico bancario, carta di credito, bancomat o assegno (non trasferibile).
In caso di non osservanza di queste norme la Legge prevede sanzioni dall’1% fino al 40% dell’importo e comunque almeno di 3.000,00 euro.
In base a una circolare del Ministero delle Finanze del 16.01.2012 queste norme non riguardano le operazioni effettuate dalla stessa persona sul suo conto, ma solo il trasferimento di denaro fra due persone o istituzioni diverse. Ciò significa che, come in antecedenza, sono permessi:
- prelievi da parte dell’intestatario dal proprio conto di importi superiori a 1.000,00 euro;
- depositi di importi superiori a 1.000,00 euro effettuati dall’intestatario sul proprio conto (in questo caso la banca, se ha fondati sospetti di riciclaggio di denaro o finanziamento del terrorismo, può chiedere al cliente la provenienza del denaro).
Anche nell’amministrazione parrocchiale è obbligatorio osservare queste norme. Oltre i 1.000,00 euro non si può più operare in contanti ma tramite bonifici bancari. Questa forma del bonifico bancario dovrebbe comunque essere preferita nel segno della trasparenza anche per importi più piccoli, in modo che le ricevute bancarie e gli estratti conto servano in certo modo al controllo delle entrate e uscite nella contabilità parrocchiale.
In particolare vale l’obbligo del bonifico bancario per le seguenti operazioni: trasmissione alla Curia delle offerte per finalità particolari e delle intenzioni di Messe.
Le Offerte alla parrocchia che superano l’importo di 999,99 euro devono essere versate sul conto bancario della parrocchia.
Il pagamento delle fatture da parte della parrocchia deve avvenire di norma solo tramite bonifico bancario, per avere in questo modo la relativa quietanza. I pagamenti in contanti non possono superare l’importo di 999,99 euro e il pagamento deve essere quietanzato dal beneficiario sulla fattura con firma, data ed eventuale timbro.
Rimborsi di spese a persone devono avvenire su presentazione di un documento scritto (es. spese di viaggio, scontrini) e la ricevuta del rimborso, se avviene in contanti e non supera l’importo di 999,99 euro, deve essere firmata dal beneficiario. Anche in questo caso il rimborso dovrebbe avvenire preferibilmente tramite bonifico bancario.
Il limite dei contanti è fissato in 999,99 euro e vale per ogni pagamento (es. acquisto di francobolli, acquisti vari, retribuzioni, rimborsi, ecc.).
È sempre possibile prelevare in banca anche importi più grandi in contanti e poi depositarli altrove. Ma i pagamenti in contanti dovrebbero essere ridotti al minimo, non possono superare i 999,99 euro e devono essere documentati (quietanza). A tale riguardo bisogna tener conto anche delle altre norme, soprattutto quelle di natura fiscale e quelle attinenti al diritto del lavoro.

Competenza territoriale della CTP in cui ha sede l’Ufficio finanziario che ha emesso l’atto impugnato

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Cass. 23.3.2012 n. 4682

Con riferimento alla individuazione della Commissione Tributaria territorialmente competente a conoscere il ricorso, la Cassazione ha sostenuto che competente è il giudice ove ha sede l’Ufficio che ha emesso l’atto impugnato e non, come sostenuto dal ricorrente, la commissione nella cui circoscrizione ha sede l'ente impositore.

Difatti, spiegano i Giudici di legittimità: “l'individuazione della Commissione tributaria di primo grado territorialmente competente debba operarsi, come si desume dalla lettera dell’art.4 del d.lgs. n. 546/92, con riferimento al luogo ove ha sede l'Ufficio finanziario che ha emesso il provvedimento impugnato, ovverosia - nel caso di specie - il Concessionario della riscossione per la Provincia di Milano, che ha emesso la cartella di pagamento impugnata dalla contribuente.
D'altra parte, tale conclusione appare coerente con il rilevo che - in via di principio - la competenza per territorio non è determinata dalla legge sulla base di criteri contenutistici, inerenti alla specifica materia, di volta in volta, controversa, essendo, invece, normativamente individuata sulla base di criteri di collegamento tra una specifica controversia ed una determinata zona del territorio, per lo più, fondati - fatte salve tassative eccezioni previste dalla legge sull'allocazione spaziale dei soggetti in causa (residenza o domicilio della persona fisica, sede della persona giuridica)".

OPPOSIZIONE ALLE IPOTECHE FISCALI: TERMINI PERENTORI

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L’iscrizione ipotecaria è uno degli atti di tutela delle pretese erariali più odiosi, soprattutto perché spesso si tratta di un’azione compiuta da Equitalia di nascosto e della quale il contribuente viene a conoscenza soltanto molto tempo dopo, quando, ad esempio, intende vendere l’immobile o chiedere un finanziamento.

Contro di essa è possibile senza dubbio proporre opposizione.

Essa, tuttavia, deve rispettare le rigorose e complicate regole procedurali poste dalle diverse disposizioni e, soprattutto, i termini in esse previsti.

Su tale argomento si è pronunciata la Corte di Cassazione con la recentissima sentenza n. 7051/2012 nella quale, oltre a ribadirsi l’impugnabilità delle iscrizioni ipotecarie illegittime, è stata anche sottolineata la perentorietà dei termini entro i quali l’impugnazione medesima deve essere proposta.

Tale tipo di azione, infatti, è da qualificarsi come impugnazione contro gli atti esecutivi ai sensi dell’art. 617 c.p.c., disposizione che prevede due diverse modalità: l’atto di citazione, se l’esecuzione non è ancora iniziata, ovvero il ricorso, se l’esecuzione è già iniziata. Punto in comune è la necessità che essa sia proposta entro il termine di 20 giorni dal compimento dell’atto impugnato o dalla sua acquisita notizia.

La Corte di Cassazione nel risolvere il caso sottopostole ha affermato che è onere del ricorrente provare la tempestività del ricorso, chiarendo e poi provando sia il giorno di avvenuto compimento/conoscenza dell’atto.

Infatti, il termine di 20 giorni sopra menzionato è da considerarsi perentorio e la rilevazione della sua violazione prescinde dalla presenza di una formale eccezione del creditore procedente, ben potendo lo stesso giudice rilevare d’ufficio la tardività e, quindi, l’inammissibilità dell’opposizione: “una volta che il soggetto interessato, proponendo l’opposizione ex art. 617 c.p.c., mostri necessariamente - proprio perché propone l’opposizione - di avere avuto conoscenza dell’atto impugnato, ancorché non gliene sia stata fatta rituale comunicazione o prima che gli venga comunicato un atto del procedimento successivo, idoneo a fargli acquisire necessariamente la conoscenza (o il dovere di conoscenza) degli atti precedenti, fra cui quello non comunicato (o non ritualmente comunicato), rientra, tra gli oneri di allegazione connessi alla soggezione dell’opposizione agli atti ad un termine decadenziale decorrente dal compimento dell’atto nullo e dall’individuazione del dies a quo nella conoscenza, comunque acquisita, del provvedimento, indicare nell’atto di opposizione quando, in concreto e di fatto, sia stata acquisita detta conoscenza, nonché darne dimostrazione (sempreché la relativa prova non sia evincibile dai documenti prodotti dalla controparte o, comunque, acquisiti al processo), essendone l’opponente onerato sulla base del principio per cui incombe a chi deve agire nell’osservanza di un termine di decadenza, dare dimostrazione di averlo osservato”.

Ciò detto e omettendo ogni considerazione circa la correttezza della qualificazione dell’iscrizione ipotecaria quale atto esecutivo (infatti, si tratta di atto cautelare più che esecutivo in senso stretto), occorre, comunque, ricordare che in materia di iscrizione ipotecaria per debiti di natura strettamente tributaria, la disciplina dell’impugnazione sconta le differenze da ciò discendenti.

Infatti, in tali circostanze cambia non soltanto il giudice competente a decidere (la Commissione Tributaria anziché il giudice ordinario - art. 19, co. 1, lett. e bis), D.Lgs. 546/1992) ma anche i termini per la proposizione dell’azione, che da 20 giorni passano a 60 in virtù dell’art. 21 del medesimo decreto.

In ogni caso, tuttavia, il rispetto dei termini perentori appena ricordati è assolutamente fondamentale, poiché la loro violazione rende la citazione/ricorso inammissibile e comporta la sanatoria di tutti i vizi che il creditore può aver compiuto.

Avv. Diego Conte

SLTC – Studio Legale Tributario (www.sltc.it).

NOTIFICA A FAMIGLIARI NON CONVIVENTI: SI, MA…

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Con la recente sentenza n. 4679/2012 la Suprema Corte di Cassazione torna sull’annosa questione dei soggetti legittimati a ricevere gli atti tributari in luogo del legittimo destinatario, confermando una linea invero già consolidata.

Il caso affrontato era quello di una persona cui erano stati notificati una serie di avvisi di accertamento, mediante consegna degli atti non a lei personalmente ma a una parente, non legata al destinatario da un vincolo di convivenza.

Oggetto dell’esame della Corte è stato, quindi, l’art. 139 c.p.c. che al comma 2 ammette la consegna degli atti anche a “persona di famiglia”, dovendosi considerare tali soggetti del tutto “idonei a curar[e] la sollecita consegna al destinatario [dell’atto notificando], in forza della solidarietà connessa con detti vincoli e del dovere giuridico conseguente all’accettazione della notifica” (Cass.Civ. SS.UU. n. 250/1999).

Sebbene tale considerazione sia assolutamente ragionevole e possa facilmente riscontrare sia le esigenze del destinatario all’effettiva ricezione dell’atto che quelle del mittente alla prosecuzione dell’iter processione/esecutivo, il vero punto dolente è legato ai famigliari non conviventi, i quali, proprio per l’occasionalità del contatto con il destinatario, potrebbero non fornire quelle garanzie di consegna che stanno alla base della conoscenza legale degli atti.

Sul punto, tuttavia, la giurisprudenza si è più volte espressa nel senso della non decisiva rilevanza del requisito della convivenza “- non espressamente menzionato dall’art. 139 c.p.c. -, risultando sufficiente l’esistenza di un vincolo (di parentela o affinità) tale da giustificare la presunzione che la «persona di famiglia» consegnerà l’atto al destinatario” (Cass. Civ. sent. 23368/2006; nello stesso senso, ad esempio, Cass. Civ. ord. 21362/2010 e Cass. Civ. sent. 9590/2010).

Tale indirizzo è stato da ultimo confermato anche dalla sentenza in commento, la quale si è rifatta esplicitamente proprio al passo appena citato.

Sebbene tale linea interpretativa sia sicuramente difficile da scalfire, occorre però evidenziare che la stessa sentenza n. 4672/2012 lascia aperta la porta alla possibilità che insorgano situazioni tali da escludere la validità della notifica anche se l’atto è consegnato secondo le descritte modalità. Infatti, non è in linea di principio possibile escludere che l’atto consegnato a un famigliare non convivente non sia poi effettivamente consegnato al legittimo destinatario.

In tali casi, quest’ultimo, per ottenere la declaratoria di nullità della notifica, il notificatario dovrà provare “il carattere del tutto occasionale della presenza del consegnatario in casa propria, senza che a tal fine rilevino le sole certificazioni anagrafiche del familiare medesimo”.

Avv. Diego Conte – diego.conte@sltc.it

SLTC – Studio Legale Tributario – www.sltc.it