Consulenza ed Assistenza

Consulenza ed assistenza in merito a cartelle di pagamento e riscossione, fermo ed ipoteche, pignoramneti presso terzi

Il valore delle dichiarazioni dei terzi nel processo tributario

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CTP Campobasso n.229 del 18.12.2012

Il divieto di ammissione della prova testimoniale nel processo tributario (posto dall’art. 7 d.Lgs.546/92) è riferito unicamente alla fase processuale e non comporta comunque per il giudice il divieto di utilizzare ai fini della decisione le dichiarazioni dei terzi (anche clienti del contribuente) assunte dalla A.F. nel procedimento amministrativo di accertamento tributario. Dette dichiarazioni hanno però solo valore di indizi ed acquistano efficacia probatoria ai fini della decisione solo se completate da ulteriori elementi.

Illegittima l'ipoteca sotto gli ottomila euro

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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza n. 16348 del 26.09.2012 

In piena sintonia con la precedente pronuncia n.4077 del 22 febbraio 2010, la Corte di Cassazione ha ribadito l'illegittimità delle iscrizioni ipotecarie effettuate per debiti di importo inferiore agli € 8.000.
"In tema di riscossione coattiva delle imposte, l’ipoteca prevista dal D.P.R. n. 602 del 1973, art. 77, rappresentando un atto preordinato e strumentale all’espropriazione immobiliare, soggiace agli stessi limiti per quest’ultima stabiliti dall’art. 76 del medesimo D.P.R., come da ultimo modificato dal D.L. n. 203 del 2005, art. 3, convertito in L. n. 248 del 2005, e non può, quindi, essere iscritta se il debito del contribuente non supera gli ottomila Euro".

Inammissibilità dell'appello non depositato presso la Segreteria della Commissione Tributaria che ha pronunciato la sentenza impugnata.

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COMMISSIONE TRIBUTARIA REGIONALE PALERMO - Sentenza 26 settembre 2012, n. 263

Ai sensi dall’art.53 del D.Lgs. n.546/1992 deve essere dichiarato inammissibile  l'appello del contribuente  per il mancato deposito, nel termine perentorio di trenta giorni dalla proposizione dell'impugnazione, della copia dell'appello presso l'ufficio di segreteria della commissione tributaria che ha pronunziato la sentenza impugnata.

Con la legge n. 248/2005 è stata introdotta la disciplina della ipotesi di notifica operata senza il tramite dell'Ufficiale Giudiziario, prevedendosi che in tal caso l'appellante deve, a pena d'inammissibilità, depositare copia dell'appello presso l'ufficio di segreteria della commissione tributaria che ha pronunciato la sentenza impugnata.
Le ragioni di tale previsione sono state ampiamente chiarite anche da vari interventi giurisprudenziali e risiedono, comunque, nella esigenza di ridurre il rischio del rilascio di erronee attestazioni di passaggio in giudicato delle sentenze delle Commissioni tributarie provinciali, mediante una attività posta a carico dello stesso appellante allorché questi scelga di non avvalersi, per effettuare una notifica, dell'opera dell'Ufficiale Giudiziario.
Nell'ambito di tale problematica è stata enucleata anche la specifica questione della sussistenza o meno di un termine entro il quale debba essere effettuato il previsto deposito dell'appello presso la Segreteria della Commissione Tributaria Provinciale che ha pronunciato la sentenza impugnata e la giurisprudenza intervenuta in merito ha indicato la esistenza del termine di trenta giorni per il detto deposito di copia dell'appello.
Gli interventi giurisprudenziali che, interpretando le norme esistenti, hanno chiarito che il detto termine di trenta giorni è "certamente ricavabile" (v. Corte Costituzionale n. 43/2010 e n. 141/2011) dal complesso delle norme in materia di impugnazioni nel processo tributario, non possono essere qualificati come jus superveniens, ma solo come ordinario svolgimento della funzione interpretativa da parte della giurisprudenza, rispetto a norme date dal Legislatore, anche se non sempre agevolmente interpretabili.
Gli interventi della Corte di Cassazione sulla materia in discorso sono ormai molteplici (Ordinanze n. 8209/2010, n. 8388/2010, n. 21047/2010) e sono tutti nel senso che si tratti di una mera questione interpretativa dell'art. 53, comma secondo, seconda parte, del d. lgs. n. 546/1992 attraverso il richiamo all'art. 22, comma primo.
Con le Ordinanze citate i Supremi Giudici hanno rilevato che l'adempimento introdotto, nell'art. 53 del D. Lgs. n. 546/1992, con l'art. 3-bis, comma 7, del D.L. 30/9/2005, n. 203, convertito in legge 2/12/2005, n. 248 («Ove il ricorso non sia notificato a mezzo di ufficiale giudiziario, l'appellante deve, a pena d'inammissibilità, depositare copia dell'appello presso l'ufficio di segreteria della commissione tributaria che ha pronunziato la sentenza impugnata») è stato prescritto a pena di inammissibilità dell'appello e quindi «il compimento della formalità del deposito di copia dell'appello presso l'ufficio di segreteria del giudice a quo deve ritenersi anch'esso previsto, a pena della preclusione dell'impugnazione, entro un termine perentorio» che non può essere altrimenti individuato se non in quello (di trenta giorni) della prima parte del comma 2 dell'art. 53 d.lgs. n. 546 del 1992 (come modif. dall'art. 3 bis D.L. n. 203 del 2005) già indicato mediante il richiamo al precedente art. 22, comma 1, per il deposito del ricorso presso la segreteria della Commissione ad quem. (v. Ordinanza Corte Cassazione n. 8209/10 del 12/1/2010 depositata 6/4/2010).
Tale posizione interpretativa è stata confermata con la Ordinanza n. 8388/10 e, ancora, con la Ordinanza n. 21047/10 dell'8/7/2010 depositata il 12/10/2010.
Nella Ordinanza citata in ultimo, a proposito degli adempimenti previsti e prescritti nell'art. 53 del D. Lgs. n. 546/1992, si legge che «tale secondo adempimento, anch'esso testualmente prescritto a pena d'inammissibilità dell'appello presuppone ineludibilmente l'esecuzione entro un termine perentorio, termine, che deve essere identificato in quello di trenta giorni dalla proposizione dell'impugnazione, già indicato dalla prima parte del comma 2 dell'art. 53 d.lgs. 546/1992 (attraverso il richiamo all'art. 22, comma 1) per il deposito del ricorso presso la segreteria della commissione adquem».








Necessità della motivazione per la revisione della rendita catastale

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CORTE DI CASSAZIONE - Ordinanza 13 novembre 2012, n. 19812

“Quando precede all' attribuzione d'ufficio di un nuovo classamento ad un'unità immobiliare a destinazione ordinaria, l'Agenzia del Territorio deve specificare se tale mutato classamento è dovuto a trasformazioni specifiche subite dalla unità immobiliare in questione; oppure ad una risistemazione dei parametri relativi alla microzona, in cui si colloca l'unità Immobiliare.”
“Nel primo caso, l’Agenzia deve indicare le trasformazioni edilizie intervenute. Nel secondo caso, deve indicare l'atto con cui si è provveduto alla revisione dei parametri relativi alla microzona, a seguito di significativi e concreti miglioramenti del contesto urbano; rendendo così possibile la conoscenza dei presupposti del riclassamento da parte del contribuente" (Cass. n. 9629/2012, n. 11370/2012, n. 11371/2012).
“ l'Agenzia del Territorio, quando procede all'attribuzione d'ufficio di un nuovo classamento ad un'unità immobiliare a destinazione ordinaria, deve specificare se tale mutato classamento è dovuto a trasformazioni specifiche subite dalla unita immobiliare in questione; oppure ad una risistemazione dei parametri relativi alla microzona, in cui si colloca l'unità immobiliare, rendendo così possibile la conoscenza dei presupposti del riclassamento da parte del contribuente.”(sent. 9629/2012, 11370/2010, 11371/2010)
“La motivazione del provvedimento di riclassamento di un immobile, già munito di rendita catastale, deve esplicitare se il nuovo classamento sia stato adottate, ai sensi del comma 336 dell'articolo 1 L. 311/04, in ragione di trasformazioni edilizie subite dall'unità immobiliare, recando, in tal caso, l'analitica indicazione di tali trasformazioni; oppure se il nuovo classamento sia stato adottato, ai sensi del comma 335 dell'articolo 1 L. 311/04, nell'ambito di una revisione dei parametri catastali della microzona in cui l'immobile è situato, giustificata dal significativo scostamento del rapporto tra valore di mercato e valore catastale in tale microzona rispetto all'analogo rapporto nell'insieme delle microzone comunali, recando, in tal caso, la specifica menzione dei suddetti rapporti e del relativo scostamento; oppure, ancora, se il nuovo classamento sia stato adottato ai sensi del comma 58 dell'articolo 3 L. 662/96 in ragione della constatata manifesta incongruenza tra il precedente classamento dell'unità immobiliare e il classamento di fabbricati similari aventi caratteristiche analoghe, recando, in tal caso, la specifica individuazione di tali fabbricati, del loro classamento e delle caratteristiche analoghe che li renderebbero similari all'unità immobiliare oggetto di rilassamento.”
“Considerato che la non coincidenza dei presupposti applicativi del comma 53 dell'articolo 3 della legge n. 662/96 rispetto a quelli dì cui ai commi 335 e 336 dell'articolo 1 della legge n. 311/04 del 2004, ed il disposto dell'articolo 7 della legge 212/00- ) laddove prescrive che negli atti dell'amministrazione finanziaria vengano indicati "i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione dell'amministrazione"- comportano che la revisione della classificazione dì un immobile deve essere motivata in termini che esplicitino in maniera intellegibile le specifiche giustificazioni della riclassificazione concretamente operate che, d'altro canto, è la conoscenza di tali presupposti che consente al contribuente di valutare l'opportunità di impugnare l'atto impositivo e, in tal caso, di specificare, come richiesto dall'art. 18 D.Lgs.vo 546/92, i motivi di doglianza.”



SOSPETTA ILLEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE DELL’ALIQUOTA AGEVOLATA 1% DELL’IMPOSTA DI REGISTRO

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La CTP Trapani ha disposto la sospensione del processo e la trasmissione degli atti alla Consulta, ritenendo “non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla ricorrente, secondo cui l’art. 1, comma 5 della prima parte della Tariffa allegata al D.P.R. n. 131/1986, così come modificato, è in contrasto con l’art. 3 della Costituzione nella parte in cui non prevede l’applicazione del trattamento agevolato ivi indicato, anche agli acquisti aventi ad oggetto fabbricati o porzioni di fabbricato da soggetti privati, non soggetti IVA […]. Infatti, il Legislatore, senza alcuna ragione, ha posto su due piani nettamente distinti due fattispecie che, però, sono del tutto simili, concedendo solo in un caso il trattamento agevolato” (CTR Trapani ord. n. 138 del 9 marzo 2012).

L’USO PRIVATO TEMPORANEO DI UN BENE AZIENDALE NON ESCLUDE IL DIRITTO ALLA DETRAZIONE IVA

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Secondo la Corte di Giustizia non è inibito a un soggetto passivo IVA il diritto alla detrazione dell’imposta sul valore aggiunto il fatto che il bene aziendale cui tale imposta fa riferimento sia stato temporaneamente utilizzato per scopi aziendali in via esclusiva. Infatti, “L’interpretazione secondo la quale un uso esclusivamente per fini privati di un bene destinato all’azienda seguito da un uso esclusivamente per i fini della stessa non può influire sul diritto alla detrazione dell’IVA assolta a monte è inoltre conforme al principio della neutralità fiscale insito nel sistema comune dell’IVA” (CGE sent. n. C-334/2010 del 19 luglio 2012).

FERMO CONTABILE: BASTA IL FUMUS BONI IURIS MA OCCORRE UN PROVVEDIMENTO MOTIVATO E NOTIFICATO

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La Suprema Corte ha confermato il proprio precedente indirizzo per cui il fermo amministrativo del pagamento dei debiti amministrativi (art. 69, R.D. 2440/1923 e art. 23, D.Lgs. 472/1997) è legittimo laddove il controcredito della pubblica amministrazione appaia esistente, liquido ed esigibile, senza che assuma alcuna rilevanza il cd. periculum in mora. Ciononostante, esso deve essere adottato attraverso un atto “dotato dei requisiti prescritti dalla legge, compresa un’adeguata motivazione in ordine al “fumus boni iuris” della vantata ragione di credito da parte dell’Amministrazione, e portato a legale conoscenza dell’interessato, per garantirgli ogni tutela giurisdizionale” (C.Cass. sent. n. 11962 del 13 luglio 2012).

Diego Conte (diego.conte@sltc.it)

SLTC – Studio Legale Tributario (www.sltc.it)

IL VALORE DI UN IMMOBILE NON È DATO SOLO DALLA POSIZIONE

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Nel giudizio di opposizione agli avvisi di variazione del classamento catastale di un immobile non è sufficiente che si faccia riferimento alla sola posizione geografica dell’immobile stesso. Il valore, infatti, è dato da una serie di elementi quali “il tessuto urbano di inserimento, il piano di ubicazione ed i servizi strutturati in godimento, lo stato di conservazione dell’unità in questione e del fabbricato di cui fa parte; elementi, tutti, singolarmente e nel loro insieme, di certo, rilevanti nell’iter sotteso al classamento ed alla determinazione della rendita” e, pertanto, da considerarsi necessariamente ai fini del corretto esercizio del potere amministrativo-tributario (C.Cass. sent. 9113 del 6 giugno 2012)

Diego Conte (diego.conte@sltc.it)

SLTC – Studio Legale Tributario (www.sltc.it)

Schema ricorso avverso intimazione di pagamento

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Lo schema di ricorso che segue si riferisce all'impugnazione di una intimazione di pagamento per imposte, tasse e tributi, la cui giurisdizione è esclusiva delle commissioni tributarie.
Con le nuove disposizioni introdotte dalla Legge di stabilità il ricorso avverso gli atti delle società di riscossione sono soggette alla procedura di reclamo (solo per le cause innanzi alle commissioni tributarie).
Le intimazioni per sanzioni amministrative, invece, sono da impugnarsi davanti al giudice ordinario.
Per i crediti vantati dagli enti pensionistici è competente il Tribunale in funzione del giudice del lavoro.
Il ricorso sottostante è un semplice facsimile.


On.le Commissione Tributaria Provinciale di______
                        RICORSO CONTENENTE ISTANZA PER TRATTAZIONE IN PUBBLICA UDIENZA
In favore del sig. , nato ed ivi residente alla via , Cod.Fisc: , rappresentato e difeso in virtù di mandato conferito a margine del presente atto dal sottoscritto Avv. (cod. fisc:) presso il cui studio in Bari, alla via  , elegge domicilio. L’avv.   dichiara di voler ricevere eventuali comunicazioni al seguente n. di fax: o alla casella di posta certificata: 
- ricorrente –
contro
Eq. S.p.A. – Agente della riscossione per la provincia di , in persona del legale rappresentante p.t.;
-resistente-
Avverso
Intimazione di pagamento n. notificata  in data 
Premesso che

Imposta di registro - Avviso di liquidazione - Maggiore imposta gravante sul decreto ingiuntivo

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COMMISSIONE TRIBUTARIA REGIONALE MILANO - Sentenza 24 aprile 2012, n. 48

Svolgimento del processo
Con avviso di liquidazione n. 1542/001D1/2009 notificato alla società (...) Gmbh (di seguito, la Società) in data 8 luglio 2009, l'Agenzia delle Entrate, Ufficio di (...), richiedeva, ai sensi dell'art. 22 DPR n. 131 del 1986, maggiore imposta di registro ed oneri accessori in relazione al decreto ingiuntivo del tribunale di Milano n. (...)/2005 rep. (...)/2006, decreto ingiuntivo che la Società già aveva assoggettato all'imposta di registro, ma in misura fissa, per un importo complessivo pari ad € 339,72, di cui € 168,00 relativamente all'imposta gravante sul decreto, € 168,00 in relazione all'imposta dovuta sull'accordo di transazione enunciato nel decreto ed € 3,72 per tributi speciali e compensi.
Nello specifico l'Agenzia contestava alla Società:
- un'imposta di registro proporzionale del 3% calcolato sull'importo del decreto ingiuntivo (€ 305.750,00) complessivo di interessi e/o rivalutazione (€ 48.581,26), per un importo pari ad € 10.630,00;
- un'imposta di registro proporzionale del 3% sul valore della transazione enunciata nel decreto ingiuntivo (€ 611.500,00), pari ad un importo di € 18.345,00.
Contestualmente irrogava sanzioni per € 22.014,00, pari al 120% dell'imposta calcolata sull'atto enunciato, nonché interessi diritti per € 797,31, cosicché la somma complessivamente richiesta la società con l'avviso di liquidazione ammontava ad € 51.786,31.
La Società ricorreva avverso il predetto avviso di liquidazione, eccependone in via principale l'illegittimità, in quanto l'Ufficio aveva calcolato la tassa in modo proporzionale, senza considerare che il decreto ingiuntivo, che disponeva il pagamento di corrispettivi soggetti all'I.V.A. in quanto derivanti dalle fatture emesse dalla società e non pagate dal debitore, in virtù di quanto disposto dall'art.8, Nota II della Tariffa, Parte Prima del T.U., scontava l'imposta di registro in misura fissa. Precisava che nella materia era operativo il principio di alternatività Iva/Registro sancito dall'art. 40 del T.U. Aggiungeva che la stessa Amministrazione Finanziaria, con circolari n. 214 del 10 settembre 1998 e 34/E del 30 marzo 2001, aveva chiarito che ai fini dell'applicazione dell'imposta di registro, "ai decreti ingiuntivi originati da fattura è applicabile l'imposta di registro nella misura fissa di lire 250.000, nonché .... una ulteriore tassa fissa per l'enunciazione del negozio sottostante quando l'atto enunciato, soggetto adiva, non sia stato già registrato".
Sempre in via principale, la società eccepiva l'illegittimità dell'avviso per essere stata la transazione, enunciata nel decreto ingiuntivo, impropriamente assoggettata ad imposta proporzionale, laddove l'enunciazione, disciplinata dall'art. 22 del T.U., è un istituto neutrale rispetto alla misura della tassazione, nel senso che attraverso l'enunciazione non si può far certo diventare soggetto d'imposta proporzionale un atto soggetto invece a registrazione in misura fissa. La società precisava che la transazione, per € 611.500,00, ma poi onorata solo per € 305.750,00, era intervenuta tra la Società e il debitore (...) s.a.s. di (...) & C, al fine di regolare la controversia sorta tra esse parti relativamente ad un contratto di distribuzione e di commercializzazione in Italia del prodotto farmaceutico "(...)", contratto per il quale la (...) era invece tenuta al pagamento di un importo complessivo di euro 951.104,00 (per il quale la società aveva emesso sette fatture) a fronte di acquisti intracomunitari effettuati dal debitore, rilevanti ai fini Iva in Italia in base al disposto di cui all'art. 38 del D.L. n. 331 del 1993. Poiché si trattava di una transazione non novativa, riferita ad atti precedentemente assoggettati ad Iva, era pacifico che si dovesse applicare l'imposta in misura fissa in forza del principio di alternatività fra Iva e imposta di registro previsto dall'articolo 40 del testo unico.
In via subordinata la Società eccepiva l'illegittimità dell'avviso di liquidazione per impropria applicazione dell'imposta e delle sanzioni sulla transazione enunciata. Premesso infatti che l'accordo di transazione definito tra la (...) e la Società era stato concluso mediante scambio di corrispondenza, e che ai sensi dell'art. 1, Tariffa Parte II del T.U. tale atto era soggetto a registrazione solo in caso d'uso, sosteneva che nel caso in esame non si configurava alcun caso d'uso, sulla base del disposto di cui all'art.6 del T.U., dovendosi escludere che il mero richiamo dell'atto non registrato in un atto registrato possa configurare un'ipotesi d'uso.
In via ulteriormente subordinata, la Società eccepiva l'illegittimità dell'avviso di liquidazione per impropria applicazione delle sanzioni in ipotesi di applicazione dell'imposta suppletiva.
L'Ufficio si costituiva, controdeducendo. In particolare, faceva rilevare, quanto alla prima eccezione, che il documento di transazione, pur richiesto alla parte senza esito tramite lettera fax prima che fosse emesso l'avviso di liquidazione, non poteva essere preso in considerazione a favore del contribuente ai fini dell'accertamento in sede contenziosa, ai sensi dell'art. 32, penultimo comma del d.p.r. 600 del 1973, in quanto allegato unitamente alle relative fatture soltanto con il ricorso.
Quanto alla seconda eccezione, faceva rilevare che, ai sensi dell'art. 22 del d.p.r. 131 del 1986, se in un atto sottoposto a registrazione sono menzionate disposizioni non sottoposte a registrazione, l'ufficio, sussistendo determinate condizioni (la presenza, nell'atto sottoposto a registrazione, degli estremi che consentano di identificare chiaramente il contenuto negoziale delle disposizioni ivi menzionate e non registrate; la intercorrenza delle disposizioni enunciate, tra le stesse parti che hanno stipulato l'atto enunciante e sottoposto a registrazione), sottopone a tassazione non solo l'atto presentato per la registrazione, ma anche le precedenti disposizioni in esso enunciate.
La società in data 13 gennaio 2010 depositava memorie.
La Commissione Provinciale adita accoglieva il ricorso a spese compensate. In particolare, osservava che la natura del titolo per il quale si procedeva era stata la transazione, la quale aveva già subito un'imposizione fiscale, come riportato dallo stesso Ufficio. Tale situazione aveva comportato il fatto che non poteva essere tassato alle stesse modalità un atto giudiziario che per sua natura comporta la tassazione fissa, con la conseguenza che la corretta interpretazione sulla tassa fissa da applicare era proprio quella effettuata dal ricorrente, laddove peraltro nel caso specifico non ricorreva il requisito della enunciazione, elemento necessario per l'eventuale applicazione della tassa proporzionale.
Avverso detta decisione ha proposto appello l'Ufficio.
Assegnata la controversia a questa Commissione Tributaria Regionale, la Società si è costituita con atto in data 08.04.2011, controdeducendo; la trattazione ha poi avuto luogo, presenti entrambe le parti, all'odierna pubblica udienza, cui l'appello è pervenuto dai rinvii disposti all'originaria udienza dell' 11.11.2011 e quindi a quella del 16.12.2011.
Motivi della decisione
Deve essere in primo luogo esaminata l'eccezione sollevata dalla Società di inammissibilità dell'appello per decorrenza del termine, in quanto l'impugnazione sarebbe dovuta essere effettuata entro e non oltre il 5 febbraio 2011, laddove appariva che la consegna per la notifica fosse avvenuta il 7 febbraio 2011. L'eccezione deve essere disattesa, risultando che il 5 febbraio fosse sabato ed applicandosi dunque la disposizione di cui all'art. 155 co. 5, prevedente la proroga di diritto al primo giorno seguente non festivo del termine scadente nella giornata del sabato.
La Società ha poi eccepito l'inammissibilità dell'appello per la non specificità dei motivi di appello.
Anche detta eccezione deve essere disattesa. Nell'atto di appello l'Ufficio risulta censurare motivatamente la decisione sotto vari profili, così assolvendo ampiamente all'onere di impugnazione specifica di cui all'art. 53 D. Lgs. n. 546 del 1992, atteso il carattere devolutivo pieno, nel processo tributario, dell'appello, mezzo quest'ultimo non limitato al controllo di vizi specifici, ma rivolto ad ottenere il riesame della causa nel merito (cfr. Cass., n. 4784 del 2011).
Venendo quindi all'esame dei motivi di appello, l'Ufficio con un primo motivo deduce l'illegittimità della sentenza di primo grado per violazione degli articoli 53 bis del d.p.r. n.131 del 1986 e 32, penultimo comma, del d.p.r. n. 600 del 1973, in quanto i primi giudici non hanno tenuto presente che i documenti - nello specifico l'accordo di transazione - non trasmessi in risposta agli inviti dell'Ufficio (che li aveva richiesti con fax del 25.01.2007), non possono essere presi in considerazione a favore del contribuente ai fini dell'accertamento in sede amministrativa e contenziosa.
Il motivo è infondato.
Va infatti tenuto presente che, ai sensi dell'art. 32 penultimo comma dell'art. 32 D.P.R. n. 600 del 1973, la inutilizzabilità in sede contenziosa, da parte del contribuente, di documenti precedentemente richiesti dall'Ufficio e non trasmessi, è subordinata alla condizione che l'Ufficio abbia, all'atto della richiesta, informato il contribuente degli effetti della sua condotta reticente, condizione che non risulta sia sussistita.
Con un secondo motivo, l'Ufficio deduce l'illegittimità della sentenza di primo grado nella parte in cui la Commissione dichiara che non ricorre il requisito della enunciazione, essendo invece in atti (in particolare l'allegato 2 dei ricorso introduttivo) la prova che il decreto ingiuntivo fa esplicito riferimento all'accordo di transazione stipulato in data 18 febbraio 2005. Assume infatti che, ai sensi dell'articolo 22, comma 1 del d.p.r. n. 131 del 1986, se in un atto sono enunciate disposizioni contenute in atti scritti o contratti verbali non registrati e posti in essere fra le stesse parti intervenute nell'atto che contiene l'enunciazione, l'imposta si applica anche alle disposizioni enunciate. Secondo l'Ufficio, qualora il provvedimento enunciato sia soggetto a registrazione in caso d'uso, è proprio la sua allegazione in giudizio che, rappresentandone una forma d'uso, ne legittima la sottoposizione all'imposta di registro.
Il motivo deve essere disatteso. Ancorché i primi giudici non si siano espressi con compiutezza, quello che rileva, come diligentemente osservato dall'appellata, è che non dipende certo dalla ricorrenza o meno dell'enunciazione la natura della tassazione, non potendo valere l'enunciazione a trasformare un atto soggetto a imposta fissa in atto soggetto a imposta proporzionale.
Con un terzo motivo, l'ufficio deduce l'illegittimità della sentenza di primo grado facendo presente che si è proceduto a tassazione solo ed esclusivamente del titolo enunciato (accordo di transazione) e non del rapporto principale (cessioni di beni). L'art.8, nota II, del d.P.R. n. 131 del 1986 su cui si è fondato il ricorso introduttivo, nel caso di specie non poteva essere richiamato, proprio perché l'Ufficio ha tassato solo ed esclusivamente il titolo enunciato e non il rapporto principale, con la conseguente impropria citazione, da parte della società, della circolare n. 34/E, che si riferisce testualmente a "i decreti ingiuntivi originati da fattura". Quanto poi al rapporto principale, premesso che l'ufficio non era stato posto nella condizione di poter comprendere il contenuto della transazione, nel caso di specie non era nemmeno corretto parlare di alternatività fra Iva e imposta di registro. Osserva l'Ufficio, infatti, che l'Iva non è stata pagata dalla Società, tedesca, in quanto cedente a fronte di cessione intracomunitaria e quindi non tenuta all'applicazione dell'IVA e neppure soggetta agli adempimenti contabili previsti dal D.P.R. n. 633 del 1972 e dall'art. 38 D.L. 331 del 1993.
Anche questo motivo deve essere disatteso.
Non può infatti prescindersi dalla natura del titolo enunciato, la transazione, in relazione al rapporto principale cui essa si riporta, fornitura intracomunitaria di beni per la quale la contribuente già aveva emesso fatture. Dall'esame della transazione emerge che si sia soltanto definito in misura forfettaria e ridotta il dovuto dalla società debitrice, già oggetto di una serie di fatture emesse a fronte delle forniture effettuate; dunque, transazione non novativa, riguardante e direttamente riconducibile a importi fatturati già assoggettati ad IVA.
La fattispecie risulta allora rientrare pienamente nella previsione della circolare n. 34/E del 30.03.2001 dell'Agenzia delle Entrate, secondo la quale appunto "ai decreti ingiuntivi originati da fattura è applicabile l'imposta di registro nella misura fissa di Lire 250.000, nonché, per il principio di alternatività di cui all'art. 40 del testo unico dell'imposta di registro, approvato con D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, una ulteriore tassa fissa per l'enunciazione del negozio sottostante quando l'atto enunciato, soggetto ad Iva, non sia stato registralo ".
Sia il decreto ingiuntivo, quindi, sia il negozio enunciato, scontano l'imposta di registro in misura fissa, essendo i corrispettivi (da cui la transazione prima e il decreto ingiuntivo sono originati) già stati assoggettati all'IVA. Che poi l'IVA, come sostenuto dall'Ufficio, non sia stata pagata dall'appellante, in quanto cedente a fronte di cessione intracomunitaria, è circostanza ininfluente, essendo rilevante il fatto dell'assoggettamento, non quello dell'effettiva debenza (l'art. 40 del D.P.R. n. 131 del 1986 dispone infatti che "per gli atti relativi a cessioni di beni e prestazioni di servizi soggetti all'imposta sul valore aggiunto, l'imposta si applica in misura fissa. Si considerano soggette all'imposta sul valore aggiunto anche le cessioni e le prestazioni per le quali l'imposta non è dovuta a norma dell'art. 7 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972 n. 633..." ( relative alle operazioni, come quella in esame, non rilevanti ai fini Iva nel territorio dello Stato per mancanza del cd. requisito territoriale).
Si impone, pertanto, il rigetto dell'appello.
La particolarità della problematica oggetto del giudizio, cui ha dato corso in sede di accertamento anche una condotta superficiale della appellata nei confronti dell'Ufficio, giustificano la integrale compensazione delle spese del grado.
P.Q.M.
Rigetta l'appello e conferma la decisione impugnata.
Spese compensate.

































Contributo unificato: impugnazione innanzi alla ctp

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CASSAZIONE N. 5994 DEL 17 APRILE 2012

L’opposizione ex art. 617 c.p.c., con la quale si fanno valere asseriti vizi della cartella di pagamento emessa in esito ad iscrizione a ruolo del contributo unificato previsto dall’art. 9 d.p.r. 115/2002, rientra nella competenza giurisdizionale del giudice tributario, atteso che il contributo unificato in oggetto ha natura di entrata tributaria (cfr. Corte cost. 73/2005 e Cass., ss.uu., 3007/08 e 3008/08) e che il controllo della legittimità delle cartelle esattoriali, configurando queste atti di riscossione e non di esecuzione forzata, spetta, quando le cartelle riguardino tributi, al giudice tributario in base alla previsione degli artt. 2, comma 1, e 19 lett. a), d.lgs. 546/1992 (cfr. Cass. SS.UU. 9840/11)”

Soggetti passivi della tassa automobilistica–società di leasing

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Con la sentenza n.4507 del 2012, la Corte di Cassazione torna nuovamente a pronunciarsi sulla  questione inerente l’individuazione del soggetto passivo tenuto al pagamento della tassa automobilistica. Nel caso affrontato dai Giudici di legittimità, la diatriba interessa essenzialmente due soggetti: la società di leasing proprietaria del veicolo e gli utilizzatori effettivi dei mezzi concessi in leasing.

La Corte, in tal senso, pare non aver dubbi: “in ipotesi di autoveicolo concesso in locazione finanziaria, soggetto passivo della tassa di possesso debba necessariamente essere considerato – nella vigenza del testo originario della norma medesima - il proprietario/concedente e non l’utilizzatore, titolare di un diritto (relativo) di godimento del bene, in virtù del rapporto, avente effetti obbligatori, nascente dal contratto stipulato. (….) Infine, quanto alla modifica apportata al citato art.5 del d.l. n.593 del 1982 dall’art.7, comma 2, della legge n.99 del 2009, il quale ha aggiunto, nel novero dei soggetti passivi del tributo de quo, gli “usufruttuari,acquirenti con patto di riservato dominio, ovvero utilizzatori a titolo di locazione finanziaria”, è agevole osservare che la norma, non avendo natura né interpretativa, né procedimentale, bensì innovativa e sostanziale, ha esteso solo a decorrere dalla sua entrata in vigore (15 agosto 2009) la soggettività passiva tributaria agli utilizzatori degli autoveicoli concessi in leasing”.

Si veda anche: http://www.pugliatributi.com/2011/03/auto-in-leasing-la-tassa.html

Avvisi bonari, i chiarimenti dell’Agenzia

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AGENZIA DELLE ENTRATE - Comunicato 23 maggio 2012

In merito ad alcuni recenti articoli di stampa che hanno riproposto il tema della impugnabilità delle comunicazioni di irregolarità (cosiddetti avvisi bonari), l’Agenzia delle Entrate conferma la propria adesione all’orientamento prevalente della giurisprudenza di legittimità, ribadito dalle sentenze a Sezioni Unite della Cassazione (SS.UU.) n.16293/2007 e n.16428/2007, secondo cui è esclusa l’impugnabilità degli avvisi bonari, con i quali si invitano i contribuenti a fornire eventuali dati o elementi non considerati o valutati erroneamente in sede di liquidazione delle dichiarazioni.

L’emanazione della sentenza della Corte di Cassazione n.7344/2012, peraltro emessa in relazione a controversia riguardante anche il ruolo che solo incidentalmente si è occupata dell’impugnabilità degli avvisi bonari, di per sé non giustificherebbe, infatti, un’eventuale modifica dell’orientamento fin qui costantemente tenuto dall’Agenzia.

Gli Uffici, pertanto, continueranno a sostenere l’inammissibilità dei ricorsi eventualmente proposti contro gli avvisi bonari.

La tutela giudiziale delle ragioni del contribuente potrà comunque essere esercitata in sede di impugnazione del ruolo: solo con la notifica della cartella di pagamento, infatti, l’effettiva pretesa tributaria viene portata a conoscenza del contribuente.

Coerentemente con questo orientamento, gli Uffici dell’Agenzia si asterranno dal chiedere l’inammissibilità del ricorso contro il ruolo per mancata impugnazione dell’avviso bonario.

Tributi - Processo tributario - Ricorso collettivo e cumulativo - Inammissibilità del ricorso

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COMMISSIONE TRIBUTARIA PROVINCIALE FIRENZE - Sentenza 27 gennaio 2012, n.19

 

Svolgimento del processo e motivi della decisione

Con unico ricorso ***** Srl, **** spa, **** SRL impugnano le cartelle di pagamento emesse da EQUITALIA CERIT spa per conto del Consorzio di Bonifica per la difesa del suolo e la tutela dell'ambiente della Toscana Centrale.

In forza del principio dell'onere della prova che grava sull'ente impositore, questi avrebbe dovuto dimostrare l'utilità conseguita dai fondi per effetto dell'attività di bonifica.

Le ingiunzioni sono poi nulle perché non è indicata la sussistenza del perimetro di contribuenza trascritto a norma dell'art. 10 R.D. 215/1933. Sempre in via pregiudiziale eccepisce l'inammissibilità del ricorso per mancata tempestiva impugnazione di un atto pregiudiziale. Nel merito sostiene l'esistenza del beneficio conseguito dagli immobili dei ricorrenti.

Si è costituito in giudizio il Consorzio e in via pregiudiziale eccepisce l'inammissibilità del ricorso proposto con un solo atto da una pluralità di ricorrenti avverso distinte ingiunzioni di pagamento riferite ad anni diversi ed alle quali corrispondono una pluralità di obbligazioni tributarie soggettivamente ed oggettivamente autonome.

Osserva, in relazione alla mancata trascrizione del perimetro di contribuenza nei registri immobiliare detta forma di pubblicità non ha carattere costitutivo dell'onere reale, ma solo carattere di pubblicità notizia.

Con memoria aggiunta deposita piani di classifica 2004/2006: relazione tecnica, perimetro di contribuenza, piano di riparto e schema calcolo tributo.

L'eccezione preliminare di inammissibilità del ricorso è fondata.

Sul punto sono convincenti le argomentazioni della Suprema Corte (Cass. Civile 30 aprile 2010 n. 10578).

E' opportuno precisare che il caso di cui si discute congiura il cd. Ricorso collettivo-cumulativo proposto da soggetti diversi avverso una pluralità di atti al riferiti ad anni diversi e relativi ad una pluralità di obbligazioni tributarie soggettivamente ed oggettivamente autonome.

Nel processo tributario non ci sono norme che trattano il cumulo dei ricorsi; l'art. 1 comma 2 del D.Leg.vo n. 546/92 rinvia alle norme del c.p.c. per quanto non disposto dal decreto e nei limiti della loro compatibilità con le norme dello stesso.

La sentenza Cass. Sez. Unite 3692/09 che riconosce l’ammissibilità in materia tributaria del ricorso cumulativo si riferisce ad un ricorso avverso più sentenze emesse tra le stesse parti, sulla base della medesima ratio, in procedimenti formalmente distinti, ma attinenti al medesimo rapporto giuridico di imposta, pur se riferiti a diverse annualità.

Nel ricorso collettivo-cumulativo il rapporto giuridico di imposta non presenta la necessaria identità degli elementi costitutivi, attenendo a soggetti diversi e diverse situazioni di fatto, tanto che è insussistente il pericolo di contrasto di giudicati.

La soprariferita sentenza della Cassazione 30 aprile 2010 n. 10578 così argomenta richiamando la Cass. SS.UU. 1052/07: "l'ipotesi di  litisconsorzio tributario si configura sempre che "per effetto della norma tributaria o per l'azione esercitata dall'A.F. l'atto impositivo debba essere o sia unitario, coinvolgendo nella unicità della fattispecie costitutiva dell'obbligazione una pluralità di soggetti ed il ricorso, pur proposto da uno o più degli obbligati, abbia ad oggetto non la singola posizione debitoria dei ricorrenti, bensì la posizione inscindibilmente comune a tutti i debitori rispetto all'obbligazione nell'atto autoritativo impugnato ".

Nel processo tributario dunque la contestazione del contribuente postula che tra le cause intercorrano questioni comuni non solo in diritto, ma anche in fatto.

Nel processo tributario un ricorso collettivo e cumulativo è ammissibile solo quando "i provvedimenti impugnati si risolvono in un unico fatto storico nei confronti di più contribuenti". La relazione tecnica depositata dalla Comunità Montana e non contestata dalla parte ricorrente fa ritenere che diversa sia per i ricorrenti la natura e la modalità di determinazione del beneficio derivato ad ogni ricorrente.

L'accoglimento dell'eccezione preliminare postula di non esaminare il merito.

Sussistono giusti motivi per compensare le spese in considerazione della difficoltà della materia e della giurisprudenza favorevole nel merito alla tesi dei ricorrenti.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso. Compensa le spese.

Nullità insanabile della notifica se la cartella non indica la data di consegna

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Cassazione n.398 del 2012

Se la copia della cartella esattoriale notificata al contribuente è sprovvista della data di consegna, la notifica della stessa è affetta da una nullità insanabile, a norma dell’art.160 c.p.c. se da tale data decorre un termine perentorio entro il quale il destinatario deve esercitare determinati diritti.

Questo il principio di diritto formulato dai giudici di legittimità: “ la disciplina di cui agli artt.148 e 160 c.p.c. è applicabile anche in materia di notificazione di una cartella esattoriale, per cui, in caso di mancata indicazione della relativa data di consegna nella copia della cartella in possesso del destinatario, alla nullità insanabile della notifica consegue la mancata decorrenza del termine per proporre opposizione”.

Appello – termine che scade di sabato – proroga al primo giorno non festivo successivo

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Cassazione n.6728 del 2012

Il termine per proporre appello deve essere qualificato come termine a decorrenza successiva sicché, ove il dies ad quem del medesimo vada a scadere nella giornata di sabato,  esso è prorogato di diritto al primo giorno seguente non festivo, e ciò in forza del novellato art.155, co.4, c.p.c., applicabile, tuttavia, ai soli ricorsi proposti successivamente al primo marzo del 2006.

La mancata indicazione della Commissione contro cui ricorrere rende nullo l’atto impositivo

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C.T. Reg. Milano 25.11.2011 n. 139/27/11

La mancata indicazione del termine per ricorrere e l'organo a cui rivolgere l'impugnazione e le forme di proposizione dell'impugnazione, previste dalla legge (art. 7, L.212/00) come "tassative" indicazioni degli atti impositivi, determina la necessità di disporre l'annullamento dell'atto, in quanto l'omessa indicazione si traduce, in concreto, in una forma di violazione del diritto di difesa.
In particolare, l’omessa indicazione del termine e dell'autorità avanti a cui il destinatario dell'atto impositivo può fare ricorso, per far valere le proprie ragioni, lede gravemente il diritto alla difesa costituzionalmente tutelato. A tal proposito l’art.24 Cost. testualmente sancisce che "la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento".
”La verità incontestabile, ravvisabile in tale precetto di rango costituzionale, è che per assicurare l'effettività del diritto di difesa occorre che tale concetto non rimanga una mera enunciazione astratta ma si concretizzi nel fornire al cittadino gli strumenti indispensabili per detta realizzazione. La mancata indicazione del termine e dell'Autorità competente avanti a cui il cittadino può proporre ricorso al fine di far valere le proprie ragioni, alla luce di quanto sopra esposto, lede pertanto in modo indiscutibile il disposto dell’art. 24 della Cost. con la consequenziale nullità e/o annullabilità dell'atto impositivo.”

In assenza delle cartelle prodromiche, l’ipoteca è illegittima

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Commissione tributaria regionale Puglia - Sezione VI - Sentenza 20 dicembre 2011 n. 93/6/11

E’ illegittima la comunicazione dell’iscrizione d’ipoteca se l’agente per la riscossione non da prova che le cartelle sottostanti alla predetta comunicazione  siano state notificate al contribuente.
Il tenore dell’art. 26 comma 4 D.P.R. n. 602/73 è tale da non ammettere dubbi circa l’assoluta necessità che «L’esattore deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell’avvenuta notificazione o l’avviso di ricevimento ed ha l’obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell’amministrazione».
Ne consegue che non è sufficiente per l’Equitalia esibire soltanto gli avvisi di ricevimento senza la matrice ovvero la copia delle cartelle alle quali essi si riferiscono.

“Né tale mancanza può legittimamente trovare supplenza nell’esibizione degli estratti dei ruoli esattoriali poiché gli stessi sono documenti elaborati dallo stesso esattore ai quali nessuna norma attribuisce valenza di prova inoppugnabile. Inoltre, non ha pregio l’esimente della conservazione della cartella oltre cinque anni dalla sua emissione al fine di giustificarne la mancata esibizione in giudizio, poiché tale disposizione costituisce per l’esattore un obbligo minimo e non massimo; onde è suo obbligo, oltre che interesse, conservare anche la matrice o la copia della cartella oltre i cinque anni e fino al momento in cui non avrà riscosso il credito in essa contenuto, al fine di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell’amministrazione.
La mancata esibizione delle cartelle o di una loro copia o matrice rende, dunque, del tutto insufficiente l’esibizione degli avvisi di ricevimento e degli estratti dei ruoli e costituisce un vulnus grave nella prova della notifica delle cartelle, che travolge irrimediabilmente la legittimità del susseguente atto di comunicazione d’iscrizione ipotecaria.”

Contante in diocesi–Vademecum

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Pagamento in contanti – nuove norme
Il decreto legge n. 201 del Governo italiano, convertito il 06.12.2011 dal Parlamento nella Legge n. 214/22.12.2011, dà nuove norme per il pagamento in contanti.
La Legge pone il limite di 1.000,00 euro, a partire dal 06.12.2011, per il pagamento in contanti e i libretti di risparmio al portatore. Ciò comporta che ogni pagamento in contanti che supera l’importo di 999,99 euro è irregolare e può essere punito. Così pure tutti i libretti di risparmio non nominali ma al portatore devono essere notificati dalle banche al Ministero delle Finanze e all’Agenzia delle Entrate.
Gli effetti della Legge sono questi:
a) non è più permesso versare a chiunque un importo di 1.000,00 euro o più in contanti o in libretti di risparmio bancari o postali o al portatore;
b) sugli assegni e vaglia postali con importo di 1.000,00 euro o più deve essere riportato il nome o l’intestazione sociale del beneficiario e la clausola “non trasferibile”;
c) i libretti di risparmio al portatore bancari o postali con un saldo di 1.000,00 euro o più devono essere estinti o ridotti a un importo inferiore a 1.000,00 euro;
d) pagamenti di fatture, tasse, scontrini per un importo complessivo di 1.000,00 euro o più dovranno obbligatoriamente essere effettuati tramite bonifico bancario, carta di credito, bancomat o assegno (non trasferibile).
In caso di non osservanza di queste norme la Legge prevede sanzioni dall’1% fino al 40% dell’importo e comunque almeno di 3.000,00 euro.
In base a una circolare del Ministero delle Finanze del 16.01.2012 queste norme non riguardano le operazioni effettuate dalla stessa persona sul suo conto, ma solo il trasferimento di denaro fra due persone o istituzioni diverse. Ciò significa che, come in antecedenza, sono permessi:
- prelievi da parte dell’intestatario dal proprio conto di importi superiori a 1.000,00 euro;
- depositi di importi superiori a 1.000,00 euro effettuati dall’intestatario sul proprio conto (in questo caso la banca, se ha fondati sospetti di riciclaggio di denaro o finanziamento del terrorismo, può chiedere al cliente la provenienza del denaro).
Anche nell’amministrazione parrocchiale è obbligatorio osservare queste norme. Oltre i 1.000,00 euro non si può più operare in contanti ma tramite bonifici bancari. Questa forma del bonifico bancario dovrebbe comunque essere preferita nel segno della trasparenza anche per importi più piccoli, in modo che le ricevute bancarie e gli estratti conto servano in certo modo al controllo delle entrate e uscite nella contabilità parrocchiale.
In particolare vale l’obbligo del bonifico bancario per le seguenti operazioni: trasmissione alla Curia delle offerte per finalità particolari e delle intenzioni di Messe.
Le Offerte alla parrocchia che superano l’importo di 999,99 euro devono essere versate sul conto bancario della parrocchia.
Il pagamento delle fatture da parte della parrocchia deve avvenire di norma solo tramite bonifico bancario, per avere in questo modo la relativa quietanza. I pagamenti in contanti non possono superare l’importo di 999,99 euro e il pagamento deve essere quietanzato dal beneficiario sulla fattura con firma, data ed eventuale timbro.
Rimborsi di spese a persone devono avvenire su presentazione di un documento scritto (es. spese di viaggio, scontrini) e la ricevuta del rimborso, se avviene in contanti e non supera l’importo di 999,99 euro, deve essere firmata dal beneficiario. Anche in questo caso il rimborso dovrebbe avvenire preferibilmente tramite bonifico bancario.
Il limite dei contanti è fissato in 999,99 euro e vale per ogni pagamento (es. acquisto di francobolli, acquisti vari, retribuzioni, rimborsi, ecc.).
È sempre possibile prelevare in banca anche importi più grandi in contanti e poi depositarli altrove. Ma i pagamenti in contanti dovrebbero essere ridotti al minimo, non possono superare i 999,99 euro e devono essere documentati (quietanza). A tale riguardo bisogna tener conto anche delle altre norme, soprattutto quelle di natura fiscale e quelle attinenti al diritto del lavoro.

Competenza territoriale della CTP in cui ha sede l’Ufficio finanziario che ha emesso l’atto impugnato

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Cass. 23.3.2012 n. 4682

Con riferimento alla individuazione della Commissione Tributaria territorialmente competente a conoscere il ricorso, la Cassazione ha sostenuto che competente è il giudice ove ha sede l’Ufficio che ha emesso l’atto impugnato e non, come sostenuto dal ricorrente, la commissione nella cui circoscrizione ha sede l'ente impositore.

Difatti, spiegano i Giudici di legittimità: “l'individuazione della Commissione tributaria di primo grado territorialmente competente debba operarsi, come si desume dalla lettera dell’art.4 del d.lgs. n. 546/92, con riferimento al luogo ove ha sede l'Ufficio finanziario che ha emesso il provvedimento impugnato, ovverosia - nel caso di specie - il Concessionario della riscossione per la Provincia di Milano, che ha emesso la cartella di pagamento impugnata dalla contribuente.
D'altra parte, tale conclusione appare coerente con il rilevo che - in via di principio - la competenza per territorio non è determinata dalla legge sulla base di criteri contenutistici, inerenti alla specifica materia, di volta in volta, controversa, essendo, invece, normativamente individuata sulla base di criteri di collegamento tra una specifica controversia ed una determinata zona del territorio, per lo più, fondati - fatte salve tassative eccezioni previste dalla legge sull'allocazione spaziale dei soggetti in causa (residenza o domicilio della persona fisica, sede della persona giuridica)".

OPPOSIZIONE ALLE IPOTECHE FISCALI: TERMINI PERENTORI

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L’iscrizione ipotecaria è uno degli atti di tutela delle pretese erariali più odiosi, soprattutto perché spesso si tratta di un’azione compiuta da Equitalia di nascosto e della quale il contribuente viene a conoscenza soltanto molto tempo dopo, quando, ad esempio, intende vendere l’immobile o chiedere un finanziamento.

Contro di essa è possibile senza dubbio proporre opposizione.

Essa, tuttavia, deve rispettare le rigorose e complicate regole procedurali poste dalle diverse disposizioni e, soprattutto, i termini in esse previsti.

Su tale argomento si è pronunciata la Corte di Cassazione con la recentissima sentenza n. 7051/2012 nella quale, oltre a ribadirsi l’impugnabilità delle iscrizioni ipotecarie illegittime, è stata anche sottolineata la perentorietà dei termini entro i quali l’impugnazione medesima deve essere proposta.

Tale tipo di azione, infatti, è da qualificarsi come impugnazione contro gli atti esecutivi ai sensi dell’art. 617 c.p.c., disposizione che prevede due diverse modalità: l’atto di citazione, se l’esecuzione non è ancora iniziata, ovvero il ricorso, se l’esecuzione è già iniziata. Punto in comune è la necessità che essa sia proposta entro il termine di 20 giorni dal compimento dell’atto impugnato o dalla sua acquisita notizia.

La Corte di Cassazione nel risolvere il caso sottopostole ha affermato che è onere del ricorrente provare la tempestività del ricorso, chiarendo e poi provando sia il giorno di avvenuto compimento/conoscenza dell’atto.

Infatti, il termine di 20 giorni sopra menzionato è da considerarsi perentorio e la rilevazione della sua violazione prescinde dalla presenza di una formale eccezione del creditore procedente, ben potendo lo stesso giudice rilevare d’ufficio la tardività e, quindi, l’inammissibilità dell’opposizione: “una volta che il soggetto interessato, proponendo l’opposizione ex art. 617 c.p.c., mostri necessariamente - proprio perché propone l’opposizione - di avere avuto conoscenza dell’atto impugnato, ancorché non gliene sia stata fatta rituale comunicazione o prima che gli venga comunicato un atto del procedimento successivo, idoneo a fargli acquisire necessariamente la conoscenza (o il dovere di conoscenza) degli atti precedenti, fra cui quello non comunicato (o non ritualmente comunicato), rientra, tra gli oneri di allegazione connessi alla soggezione dell’opposizione agli atti ad un termine decadenziale decorrente dal compimento dell’atto nullo e dall’individuazione del dies a quo nella conoscenza, comunque acquisita, del provvedimento, indicare nell’atto di opposizione quando, in concreto e di fatto, sia stata acquisita detta conoscenza, nonché darne dimostrazione (sempreché la relativa prova non sia evincibile dai documenti prodotti dalla controparte o, comunque, acquisiti al processo), essendone l’opponente onerato sulla base del principio per cui incombe a chi deve agire nell’osservanza di un termine di decadenza, dare dimostrazione di averlo osservato”.

Ciò detto e omettendo ogni considerazione circa la correttezza della qualificazione dell’iscrizione ipotecaria quale atto esecutivo (infatti, si tratta di atto cautelare più che esecutivo in senso stretto), occorre, comunque, ricordare che in materia di iscrizione ipotecaria per debiti di natura strettamente tributaria, la disciplina dell’impugnazione sconta le differenze da ciò discendenti.

Infatti, in tali circostanze cambia non soltanto il giudice competente a decidere (la Commissione Tributaria anziché il giudice ordinario - art. 19, co. 1, lett. e bis), D.Lgs. 546/1992) ma anche i termini per la proposizione dell’azione, che da 20 giorni passano a 60 in virtù dell’art. 21 del medesimo decreto.

In ogni caso, tuttavia, il rispetto dei termini perentori appena ricordati è assolutamente fondamentale, poiché la loro violazione rende la citazione/ricorso inammissibile e comporta la sanatoria di tutti i vizi che il creditore può aver compiuto.

Avv. Diego Conte

SLTC – Studio Legale Tributario (www.sltc.it).

NOTIFICA A FAMIGLIARI NON CONVIVENTI: SI, MA…

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Con la recente sentenza n. 4679/2012 la Suprema Corte di Cassazione torna sull’annosa questione dei soggetti legittimati a ricevere gli atti tributari in luogo del legittimo destinatario, confermando una linea invero già consolidata.

Il caso affrontato era quello di una persona cui erano stati notificati una serie di avvisi di accertamento, mediante consegna degli atti non a lei personalmente ma a una parente, non legata al destinatario da un vincolo di convivenza.

Oggetto dell’esame della Corte è stato, quindi, l’art. 139 c.p.c. che al comma 2 ammette la consegna degli atti anche a “persona di famiglia”, dovendosi considerare tali soggetti del tutto “idonei a curar[e] la sollecita consegna al destinatario [dell’atto notificando], in forza della solidarietà connessa con detti vincoli e del dovere giuridico conseguente all’accettazione della notifica” (Cass.Civ. SS.UU. n. 250/1999).

Sebbene tale considerazione sia assolutamente ragionevole e possa facilmente riscontrare sia le esigenze del destinatario all’effettiva ricezione dell’atto che quelle del mittente alla prosecuzione dell’iter processione/esecutivo, il vero punto dolente è legato ai famigliari non conviventi, i quali, proprio per l’occasionalità del contatto con il destinatario, potrebbero non fornire quelle garanzie di consegna che stanno alla base della conoscenza legale degli atti.

Sul punto, tuttavia, la giurisprudenza si è più volte espressa nel senso della non decisiva rilevanza del requisito della convivenza “- non espressamente menzionato dall’art. 139 c.p.c. -, risultando sufficiente l’esistenza di un vincolo (di parentela o affinità) tale da giustificare la presunzione che la «persona di famiglia» consegnerà l’atto al destinatario” (Cass. Civ. sent. 23368/2006; nello stesso senso, ad esempio, Cass. Civ. ord. 21362/2010 e Cass. Civ. sent. 9590/2010).

Tale indirizzo è stato da ultimo confermato anche dalla sentenza in commento, la quale si è rifatta esplicitamente proprio al passo appena citato.

Sebbene tale linea interpretativa sia sicuramente difficile da scalfire, occorre però evidenziare che la stessa sentenza n. 4672/2012 lascia aperta la porta alla possibilità che insorgano situazioni tali da escludere la validità della notifica anche se l’atto è consegnato secondo le descritte modalità. Infatti, non è in linea di principio possibile escludere che l’atto consegnato a un famigliare non convivente non sia poi effettivamente consegnato al legittimo destinatario.

In tali casi, quest’ultimo, per ottenere la declaratoria di nullità della notifica, il notificatario dovrà provare “il carattere del tutto occasionale della presenza del consegnatario in casa propria, senza che a tal fine rilevino le sole certificazioni anagrafiche del familiare medesimo”.

Avv. Diego Conte – diego.conte@sltc.it

SLTC – Studio Legale Tributario – www.sltc.it

Nulle (definitivamente) le ipoteche di Equitalia sotto gli 8.000 euro

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Un nuovo e, forse, definitivo colpo alla vessatoria pratica di Equitalia di iscrivere ipoteche per importi bagatellari è arrivato dalla Corte di Cassazione con la recentissima sentenza n. 5771/2012.

Come noto, l’art. 77, D.P.R. 602/1973, quello che autorizza esplicitamente Equitalia a iscrivere ipoteche sui beni immobili dei contribuenti per crediti “pubblici” (fiscali e non solo), è stato per lungo tempo oggetto di molte contese, in quanto il precedente art. 76 autorizza l’espropriazione e, quindi, la vendita forzosa dei medesimi beni immobili soltanto se il credito azionato è superiore a € 8.000,00. Ci si chiedeva, infatti, se fosse possibile iscrivere ipoteca nei casi in cui concretamente non si sarebbe potuto procedere esecutivamente sullo stesso immobile.

Il contrasto pareva risolto nel 2010, quando la Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza n. 4077 aveva esplicitamente affermato che “rappresentando un atto preordinato e strumentale all’espropriazione immobiliare, anche l’ipoteca soggiace al limite per essa stabilito, nel senso che non può essere iscritta se il debito del contribuente non supera gli 8.000,00 Euro”.

Tuttavia, il co. 2 ter dell’art. 3, D.L. 40/2010 ha creato qualche confusione, in quanto, ponendo esplicitamente il divieto di iscrizione ipotecaria per debiti inferiori al limite degli 8.000,00 ma tacendo sulla sorte delle iscrizioni precedenti la sua entrata in vigore, è stato letto come un riconoscimento implicito della legittimità di queste ultime. Del resto, un simile procedimento interpretativo era già stato efficacemente proposto con riferimento all’indicazione del responsabile del procedimento sulle cartelle relative a ruoli emessi prima del 1/06/2008.

Per tale ragione, la stessa Equitalia ha continuato a resistere nei contenziosi aperti da numerosi contribuenti difendendo strenuamente il proprio operato.

Al contrario, come anticipato, la recentissima sentenza n. 5771/2012 si è opposta con forza alla condotta del concessionario della riscossione ribadendo il suo fermo “no” alle ipoteche iscritte per crediti inferiori al menzionato limite. Ciò che è importante sottolineare, però, è che il diniego è arrivato considerando proprio la predetta modifica normativa e dichiarando infondata l’interpretazione di essa che ne aveva dato Equitalia.

La Suprema Corte, infatti, senza alcun tentennamento ha affermato che, per accettarsi la linea dell’agente erariale, “il D.L. n. 40 del 2010, art. 3, co. 2 ter, avrebbe dovuto stabilire il contrario e, cioè, che a partire dal momento della emanazione della legge di conversione non sarebbe più stato possibile iscrivere ipoteca per crediti non realizzabili a mezzo di espropriazione immobiliare; che il D.L. succitato non ha, però, detto nulla di simile, in quanto non ha fatto cenno al predetto collegamento, ma si è limitato a fissare in modo autonomo il presupposto per le future iscrizioni dell’ipoteca, indicandolo in un importo che seppure coincidente con quello minimo all’epoca previsto per l’espropriazione, non può essere per ciò solo apprezzato come indiretta dimostrazione della inesistenza di limiti per il passato”.

Per concludere, quindi, pare proprio potersi affermare che la perentorietà e la decisione con cui il Giudice di legittimità ha dichiarato l’illegittimità del comportamento esecutivo di Equitalia siano tali da aver definitivamente chiuso la questione.

Avv. Diego Conte – diego.conte@sltc.it

www.sltc.it

Danno patrimoniale e all’immagine – Concessionario della riscossione – Illegittima iscrizione di ipoteca – Fondamento

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Tribunale di Roma, sez. distaccata di Ostia, sentenza del 29.03.2012

Il concessionario della riscossione dei tributi che si è reso responsabile di un’illegittima iscrizione di ipoteca sull’immobile del contribuente, in seguito annullata dal giudice di pace insieme con le sanzioni amministrative e le corrispondenti cartelle esattoriali. peraltro relative a somme sotto gli 8 mila euro, deve essere condannato a risarcire al contribuente il danno patrimoniale riconducibile alla compravendita dell’immobile non portata a termine e al successivo deprezzamento del cespite a causa della crisi del mercato oltre che al danno all’immagine equitativamente determinato per la lesione inferta alla reputazione del proprietario del bene oggetto dell’iscrizione.

NULLI I FERMI AMMINISTRATIVI E IPOTECHE FISCALI NON MOTIVATI

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Il procedimento di decisione ed esecuzione dei fermi amministrativi, così come quello per l’iscrizione delle ipoteche per debiti fiscali, è un procedimento avente, appunto, natura amministrativa e, pertanto, non si sottrae all’obbligo di motivazione.

Sono in sintesi queste le conclusioni, ineccepibili, a cui è giunta la Commissione Tributaria di Bari, sez. I, con la sentenza n. 276 del 15-21 dicembre 2011.

La causa verteva proprio su un preavviso di fermo amministrativo di cui la ricorrente lamentava, tra gli altri, “genericità della motivazione del provvedimento impugnato, […] mancata indicazione dei modi, termini ed autorità per proporre impugnazione”.

Il Collegio, quindi, dopo aver riconosciuto la piena impugnabilità del preavviso di fermo così come già affermato anche dalla Suprema Corte (es. C.Cass. SS.UU. n. 10672/2009) ha esplicitamente riconosciuto che “una volta riconosciuta la natura di procedimento amministrativo del fermo, il preavviso di fermo deve essere motivato in modo congruo e specifico, in quanto deve individuare le specifiche esigenze che giustificano l’adozione della misura cautelare sia in rapporto all’entità del credito tributario e sia in relazione alle circostanze, proprie del debitore, che inducano a temere la compromissione delle garanzie del credito”.

La pronuncia della Commissione pugliese è del tutto ineccepibile.

Il fermo amministrativo e l’ipoteca “fiscale” sono due strumenti che il legislatore ha previsto per garantire il procedimento di riscossione dei crediti pubblici (artt. 86 e 77, D.P.R. 602/1973).

Come tutti i provvedimenti amministrativo-tributari, tuttavia, essi soggiacciono agli obblighi di motivazione previsti in linea generale dall’artt. 3 L. 241/1990 e 7 L. 212/2002 (Statuto del Contribuente).

Tali disposizioni assumono cruciale importanza sia all’interno dell’amministrazione procedente che nei suoi rapporti con i terzi, dando piena attuazione agli obblighi di buon andamento e imparzialità dell’azione amministrativa previsti dall’art. 96 Cost.: ciò in quanto soltanto una compiuta motivazione permette che la stessa amministrazione possa valutare successivamente il proprio operato e che il cittadino, ritenuto l’atto illegittimo o illecito, lo impugni per ottenerne l’annullamento.

Proprio per le medesime ragioni devono essere motivati anche i fermi amministrativi dei veicoli e le ipoteche fiscali: la natura cautelare di simili atti, infatti, consente che ad essi si ricorra unicamente nei casi in cui vi sia pericolo per la riscossione nel mentre della procedura esecutiva (periculum in mora), proprio come giustamente ha ricordato la sentenza barese.

Di conseguenza, se l’atto notificato al contribuente è privo della specifica indicazione dei presupposti di fatto e di diritto (leggasi esistenza del debito e periculum in mora) su cui è fondato, esso è nullo e potrà essere impugnato avanti l’organo giudiziario competente.

La sentenza è liberamente scaricabile dal sito www.dirittodimpresa.com

Avv. Diego Conte – diego.conte@sltc.it

SLTC – Studio legale tributario (www.sltc.it).

NULLITÀ DELLE CARTELLE ESATTORIALI SE LA RELAZIONE DI NOTIFICA È COMPILATA MALE

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In tema di notifica di cartelle di pagamento da parte di Equitalia la Corte di Cassazione ha di recente ribadito un indirizzo già affermatosi nella giurisprudenza di legittimità che, nonostante faccia ancora fatica a trovare spazio tra le Commissioni di primo e secondo grado, rappresenta sicuramente una buona notizia per tutti i contribuenti soggetti all’azione dell’esattore.

Si fa particolare riferimento alla sentenza n. 398/2012 che ha affrontato nuovamente il tema della relazione di notifica che deve accompagnare tutti gli atti soggetti a notificazione.

Il caso affrontato dai giudici era relativo a una cartella la cui relazione di notifica contenuta nella copia consegnata al contribuente, sebbene compilata, risultava carente di alcuni elementi e, cioè, della indicazione della data dell’eseguita notifica.

A tal proposito i giudici, richiamando un proprio precedente, hanno esplicitamente affermato che “ai fini della validità della notifica ai sensi dell’art. 148 c.p.c., in caso di contrasto tra i dati risultanti dalla copia di relata allegata all’originale e i dati risultanti dalla copia consegnata al destinatario, occorre far riferimento alle risultanze ricavabili dalla copia in possesso del destinatario, mentre, ove in questa manchi qualche elemento essenziale, la sua presenza nella relata allegata all’originale non è idonea ad escludere la nullità della notifica ai sensi dell’art. 160 c.p.c.”.

Per tali ragioni, rilevando che non era contestato che nella copia della cartella esattoriale consegnata al contribuente non risultava indicata la data della consegna, la Suprema Corte dichiarava la cartella impugnata insanabilmente nulla, annullando di conseguenza la pretesa del concessionario.

L’indirizzo appena descritto, come detto, non è per nulla innovativo o isolato (la stessa sentenza n. 398/2012 richiama propri precedenti) e, anzi, non rappresenta altro che la semplice applicazione delle norme di legge in tema di notificazione di atti tributari e cartelle di pagamento.

Tuttavia, è ben intuibile la ragione per cui fatica a trovare spazio tra i giudici di merito: la quasi totalità delle cartelle di pagamento notificate da Equitalia, infatti, risulta addirittura priva della relazione di notifica e l’avallo della corretta interpretazione della Corte di Cassazione, di cui si è appena dato atto, comporterebbe l’annullamento di esse e in molti casi l’impossibilità di riscuotere i crediti sottostanti.

La “ragione di Stato” sottostante non è però sufficiente, a modesto parere di chi scrive, per giustificare violazioni macroscopiche delle regole procedurali, in quanto queste, ben lungi dal rappresentare vuoti formalismi, sono l’espressione della necessità di tutelare anche gli interessi dei contribuenti, oltre quelli del fisco.

Per questo si ritiene di dover salutare positivamente la pronuncia citata, che fornisce ulteriori e validi argomenti di difesa nel caso (purtroppo frequente) di attività illecite dell’agente della riscossione.

Avv. Diego Conte - diego.conte@sltc.it

SLTC – Studio Legale Tributario (www.sltc.it)

Nulla la cartella sprovvista della data di consegna

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Con la sentenza n. 398 del 2012, la Corte di Cassazione ha statuito che la disciplina di cui agli artt. 148 e 160 c.p.c. è applicabile anche in materia di notificazione di una cartella esattoriale, per cui, in caso di mancata indicazione della data di consegna nella copia della cartella in possesso del destinatario ne discende la nullità insanabile della notifica.
Inoltre, in caso di contrasto tra i dati risultanti dalla copia di relata allega all'originale e i dati risultanti dalla copia consegnata al destinatario, occorre far riferimento alla copia del destinatario, ma se in quest'ultima mancano degli elementi essenziali, la notifica è passibile di nullità.

Nullità dell’accertamento anticipato

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Di seguito le motivazioni della sentenza n.13/27/12 con cui la Commissione Regionale di Torino, in maniera cristallina, spiega l’illegittimità del c.d. accertamento anticipato ovvero dell’avviso emesso  prima del decorso dei 60 giorni dalla redazione del pvc in assenza di una particolare e motivata urgenza. Nel caso di specie, i giudici torinesi non hanno ritenuto come motivata ed urgente la circostanza della scadenza dei termini decadenziali per procedere all'accertamento.

Lo Statuto del Contribuente al comma 7 dell'art. 12 prevede che dopo il rilascio del processo verbale di chiusura delle operazioni da parte degli organi di controllo, il contribuente possa comunicare entro 60 giorni osservazioni e richieste che sono valutate dagli uffici impostori.
L'avviso di accertamento non può essere emanato prima della scadenza del predetto termine, salvo casi di particolare e motivata urgenza.
L'art. 12 comma 7 rafforza in modo ancor più incisivo rispetto alle altre disposizioni dello Statuto la collaborazione tra le due parti del rapporto tributario ponendosi in diretta attuazione dei principi di buon andamento ed imparzialità dell'Amministrazione in base all'art. 91
della Costituzione.
Occorre stabilire quali possano essere gli effetti del mancato rispetto da parte dell'Ufficio del termine suddetto e quali siano i casi di "particolare e motivata urgenza" che legittimano l'emissione dell'atto impositivo senza il rispetto dei 60 giorni ed in particolare se tra questi possano rientrare le verifiche per le quali scatta la decadenza entro la fine dell'anno.
Riguardo al primo aspetto la Corte di Cassazione (sent. Cass. 3.11.2010 n. 22430) sulla scia della pronuncia della Corte Costituzionale (ordinanza n. 244
del 24.7.2009) ha stabilito che l'atto impositivo non è di per se stesso nullo, ma diventa tale se non c'è una motivazione adeguata sulla particolare urgenza.
In merito al secondo aspetto (i casi di "particolare e motivata urgenza") è stato evidenziato dalla giurisprudenza che non ogni urgenza è idonea a restituire il potere sospeso ma è idonea solo l'urgenza "particolare e motivata", propria di una situazione specifica che deve essere portata all'esterno, inserita nell'atto, per consentire il controllo.
Nel caso che ci interessa l'Amministrazione ha motivato la particolare urgenza con la necessità di notificare l'accertamento data l'immediatezza dei termini di decadenza.
Il rispetto dei sessanta giorni ha lo scopo di consentire al contribuente di comunicare all'Ufficio osservazioni e richieste che altrimenti gli uffici impositori non sarebbero in grado di conoscere e pone gli Uffici Finanziari nella condizione di emettere atti ben fondati e meno attaccabili in sede contenziosa.
Il periodo di sessanta giorni consente al contribuente anche di chiedere all'Ufficio la definizione in via amministrativa della questione attraverso un'istanza di accertamento con adesione o con la richiesta di autotutela.
Si deve concludere che data l'importanza degli interessi protetti, il termine non può che avere carattere perentorio.
Non può rappresentare giustificazione l'urgenza dedotta dall'Ufficio dovuta alla prossima scadenza del termine per l'accertamento giacché la mancanza di organizzazione si traduce in una pregiudizio per il contribuente.
Lo stesso avviso è manifestato nella circolare 1/2008
della Guardia di Finanza che ha disposto che le scelte attinenti ai periodi da sottoporre ad ispezione devono essere adottate in modo da porre in condizione l'Ufficio titolare dell'accertamento di rispettare le norme dello Statuto.
Lo stesso documento ha poi indicato che tendenzialmente occorre procedere alla redazione del Processo Verbale di Constatazione non oltre la fine del mese di agosto.
L'indirizzo conferma quello già espresso nelle istruzioni fornite dalla Circolare del Comando Generale della Guardia di Finanza n. 250400 del 17.8.2000.
Queste disposizioni rivelano che il problema del rispetto del termine stabilito dallo Statuto in 60 giorni è considerato molto seriamente anche dagli organi verificatori e che tale rispetto non può essere considerato solamente facoltativo ed inoltre che l'imminenza del termine di decadenza per l'accertamento non rappresenta particolare e motivata urgenza nel senso richiesto dalla legge
.”

la mancata indicazione del termine per impugnare rende nullo l’atto impositivo

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La C.T. Reg. di Milano con la sentenza n. 139/27/11 ha dichiarato la nullità dell’atto impositivo che non rechi il termine per ricorrere, l'organo a cui rivolgere l'impugnazione e le forme di proposizione dell'impugnazione.
La Commissione, contrariamente a quanto statuito dal giudice di prime cure, ha ritenuto che la mancata indicazione delle citate menzioni, previste dallo Statuto dei diritti del contribuente (art. 7, L.212/00) come "tassative" indicazioni degli atti impositivi, determina la necessità di disporre l'annullamento dell'atto, in quanto l'omessa indicazione si traduce, in concreto, in una forma di violazione del diritto di difesa.
Difatti, tale omessa indicazione lede gravemente il diritto alla difesa costituzionalmente tutelato. A tal proposito l’art.24 Cost. testualmente sancisce che "la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento".
Ciò posto, i giudici di appello hanno contraddetto quanto statuito nella sentenza di primo grado secondi cui le norme sui requisiti degli atti impositivi, non prevedendo per la loro inosservanza una espressa sanzione, non possono compromettere la legittimità dell’atto impositivo. Tuttavia, secondo la Regionale non si può esulare dal constatare che la sanzione è insita nello stesso dettato normativo, sulla scorta del principio che la violazione di una norma imperativa di legge comporta motu proprio l'illegittimità di un qualsiasi atto conseguente e, comunque, riconducibile alla violazione.

Mancata notifica dell’atto presupposto – Non sussiste il litisconsorzio necessario fra l’Amministrazione ed Equitalia

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Cassazione n.1532 del 02.02.2012

In conformità con il precedente orientamento espresso dalle SS.UU., la Corte di Cassazione, sez. tributaria, ha ribadito che, nell’ambito tributario, l'omessa notifica di un atto presupposto costituisce vizio procedurale che comporta la nullità dell'atto successivo e - per quanto interessa in ordine al profilo sollevato nell'odierno ricorso - l'azione del contribuente, diretta a far valere la nullità detta, può essere svolta indifferentemente nei confronti dell'ente creditore o del concessionario alla riscossione (senza litisconsorzio necessario tra i due), essendo rimessa al concessionario, ove evocato in lite, la facoltà di chiamata nei riguardi dell'ente medesimo.

La firma è illeggibile ma la notifica è valida

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Cassazione n. 26178 del 06.12.2011

La circostanza che la firma sulla ricevuta di ritorno della raccomandata spedita al contribuente sia illeggibile non comporta la nullità della notifica.

Questo è il principio stabilito dai giudici di legittimità con la sentenza n.26178 del 2011.

In particolare, il Collegio, aderendo ad un recente orientamento della stessa Corte (cfr. Cass. n.9962/2010), ha ribadito che, “nel caso di notifica a mezzo del servizio postale, ove l’atto sia consegnato all’indirizzo del destinatario a persona che abbia sottoscritto l’avviso di ricevimento, con grafia illeggibile, nello spazio relativo alla “firma del destinatario o di persona delegata”, e non risulti che il piego sia stato consegnato dall’agente postale a persona diversa dal destinatario tra quelle indicate dalla L. n. 890 del 1982, art. 7, comma 2, la consegna deve ritenersi validamente effettuata a mani proprie del destinatario, fino a querela di falso, a nulla rilevando che nell’avviso non sia stata sbarrata la relativa casella e non sia altrimenti indicata la qualità del consegnatario, non essendo integrata alcuna delle ipotesi di nullità di cui all’art. 160 c.p.c.

Non paga l’irap il medico che si fa sostituire per lunghi periodi da un collega. Ma paga se ha una segretaria

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Cassazione n.25910 del 2011

In tema di IRAP, la disponibilità, da parte dei medici di medicina generale convenzionati con il Servizio sanitario nazionale, di uno studio, avente le caratteristiche e dotato delle attrezzature indicate nell’art. 22 dell’Accordo collettivo nazionale per la disciplina dei rapporti con i medici di medicina generale, reso esecutivo con D.P.R. 28 luglio 2000, n. 270, rientrando nell’ambito del “minimo indispensabile” per l’esercizio dell’attività professionale, ed essendo obbligatoria ai fini dell’instaurazione e del mantenimento del rapporto convenzionale, non integra, di per sé, in assenza di personale dipendente, il requisito dell’autonoma organizzazione ai fini del presupposto impositivo (Sez. 5, Ordinanza n. 10240 del 28/04/2010).

Secondo i giudici di legittimità, sarebbe esclusa l’assoggettabilità ad irap anche nell’ipotesi in cui il medico convenzionato si è fatto sostituire da un collega nei periodi di ferie o per altri impedimenti. Di contro, sarà tenuto al versamento dell’imposta nel caso in cui si avvalga di una segretaria.

Invio di più avvisi con unica raccomandata– onere del Comune di provare la presenza nel plico di più atti

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Cassazione n.20027 del 30.09.2011
Qualora il Comune notifichi più avvisi di accertamento con una unica busta raccomandata è suo onere  dimostrare che tutti gli atti fossero contenuti nel plico spedito a mezzo posta.
Nel pronunciarsi a favore del contribuente che lamentava la mancata notifica di uno degli avvisi, la Corte ha preliminarmente ricordato che secondo l’art.1335 c.c. spetta al destinatario l’onere di dimostrare che il plico non contiene alcuna lettera al suo interno, ovvero che esso contiene una lettera di contenuto diverso da quello indicato dal mittente.
Tuttavia, “la presunzione di invio e di conoscenza (con conseguente inversione dell'' onere della prova) può ritenersi operante solo nell'ipotesi in cui la busta contenga un solo atto, mentre, ove il mittente affermi di avere inserito nella busta più atti ed il destinatario contesti tale circostanza, torna a carico del mittente l’onere di provare l’intervenuta notifica e quindi il fatto che tutti gli atti fossero contenuti nella busta spedita per raccomandata”, (..) “atteso che, secondo l'”id quod plerumque accidit", ad ogni atto da comunicare corrisponde una singola spedizione (v. cass. n. 12135 del 2003)”.

Documentazione “in nero” e sequestro tributario

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Con la sentenza n. 24923 del 25 novembre 2011 la Suprema Corte offre una chiave di lettura molto interessante di una norma particolare, l’art. 52, commi 7 e 9, D.P.R. 633/1972, avente ad oggetto i poteri investigativi con riferimento alla documentazione aziendale.

A tal proposito, è bene evidenziare che lo stesso art. 52 prevede una diversa disciplina a seconda che la documentazione aziendale possa essere compresa nella categoria dei documenti e scritture piuttosto che in quella dei libri e registri: infatti, nel primo caso essa può essere asportata dai locali in cui veniva conservata se “non è possibile riprodurne o farne constare il contenuto nel verbale, nonché in caso di mancata sottoscrizione o di contestazione del contenuto del verbale”; nel secondo caso, invece, non vi può essere asportazione, essendo concesso agli accertatori unicamente “eseguirne o farne eseguire copie o estratti, […] apporre nelle parti che interessano la propria firma o sigla insieme con la data e il bollo d’ufficio e […] adottare le cautele atte ad impedire l’alterazione o la sottrazione dei libri e dei registri”.

Nell’art. 52, tuttavia, manca un qualsiasi accenno circa la possibilità di distinguere tra documentazione ufficiale e documentazione “in nero”, distinzione che, invece, ha accolto la giurisprudenza in rassegna.

Uno dei vari motivi di gravame proposto contro la sentenza impugnata, infatti, era proprio relativo all’asportazione dai locali aziendali di documentazione (agende e floppy disk) contenente, come dice la Corte, “una vera e propria contabilità parallela” e alla sua ispezione da parte degli organi ispettivi senza il contraddittorio con il contribuente.

A parere del ricorrente tale operazione avrebbe invalidato l’avviso di accertamento conseguente all’ispezione, in quanto lesiva del diritto di difesa garantito dal menzionato art. 52, co. 7, D.P.R. 633/1972.

La Corte ha rigettato l’impugnazione proposta, dando risposta al quesito relativo alla distinzione tra la contabilità ufficiale e “in nero”.

Il Collegio, infatti, ha affermato la necessità di distinguere tra le due diverse documentazioni, ritenendo che le tutele previste dall’art. 52, commi 7 e 9 richiamato dovessero essere assicurate soltanto con riferimento alla documentazione ufficiale: ciò perché soltanto con riguardo a questa vi è la “esigenza […] di non ostacolare l’esercizio della ordinaria attività d’impresa”.

Dietro il principio espresso dalla Corte si celano rischi gravi, in quanto parrebbe significare che l’attività d’impresa totalmente o parzialmente “in nero” non sia meritevole di tutela nei confronti di attività ispettive e possa da queste essere liberamente ostacolata.

La conclusione a cui è giunta la Cassazione, quindi, non pare affatto soddisfacente.

Innanzitutto, è facile osservare che il giudizio di ufficialità o meno della documentazione asportata non può essere dato che al termine della verifica e spesso del procedimento di opposizione, con la conseguenza che ben potrebbe ostacolarsi un’attività in realtà perfettamente in regola.

In secondo luogo, al di fuori dell’ambito strettamente tributario, le attività condotte in violazione degli obblighi fiscali godono generalmente delle stesse tutele di quelle che tali violazioni non commettono.

Inoltre, è facile osservare come la documentazione “parallela” ben potrebbe tenere nota e/o prova, ad esempio, di rapporti di credito oltre che di proventi “in nero” e non si vede perché questi non debbano essere protetti; tanto più se si vuole evitare il rischio di avvantaggiare paradossalmente un altro evasore: il debitore.

Infine, non pare corretta nemmeno l’idea di ostacolare le attività non in regola con i doveri tributari: queste, senza dubbio, devono essere sanzionate e ricondotte alla legalità fiscale, ma non certo ostacolate in fase di ispezione.

Avv. Diego Conte

diego.conte@sltc.it - www.sltc.it

Onere di depositare l’appello presso la segreteria della CTP

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CASSAZIONE N. 23499 DEL 10 NOVEMBRE 2011

E’ inammissibile l’appello proposto dal contribuente se il medesimo,appellante, non abbia fornito la prova della tempestiva ricezione dell’atto da parte della segreteria della Commissione tributaria provinciale.

Difatti, nel caso in cui l’appellante decida di non avvalersi dell’Ufficiale Giudiziario per la notifica del ricorso in appello deve depositare, nel termine perentorio di 30 giorni, copia notificata dell’atto presso la CTP. Ne discende che l’atto di impugnazione deve  essere depositato e non spedito, posto che occorre la certezza che la segreteria della CTP abbia ricevuto il documento, in difetto l’appello è inammissibile.

Notifica degli accertamenti tributari - Invalida la notifica al vecchio domicilio del contribuente

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Corte di Cassazione – Ordinanza n. 24877/2011

“In tema di notifica degli avvisi di accertamento tributario, il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 60, u.c., nella parte in cui prevede che le variazioni o le modificazioni dell’indirizzo del contribuente, non risultanti dalla dichiarazione annuale, hanno effetto, ai fini delle notificazioni, dal 60 giorno successivo a quello dell’avvenuta variazione anagrafica, è stato espunto dall’ordinamento a seguito di declaratoria di incostituzionalità (C. Cost. n. 360/03), con conseguente espansione della regola generale, secondo la quale l’effetto delle variazioni anagrafiche, ai fini delle notifiche, è immediato. Il nuovo termine dilatorio di trenta giorni, introdotto dal d.l. 223 del 2006, art. 37, comma 27, convertito in L. n. 248 del 2006, non può, infatti, applicarsi retroattivamente e riguarda le sole notifiche eseguite dopo l’entrata in vigore del decreto legge medesimo (Cass. 26542/08, 13510/09). Ne discende che, nel caso di specie, essendo la variazione del domicilio fiscale della contribuente divenuta efficace in epoca precedente la notifica dell’avviso di accertamento - avendo detta variazione effetto immediato, poiché avvenuta prima dell’entrata in vigore del D.L. n. 223 del 2006 - la notifica di tale atto deve ritenersi invalida, come correttamente ritenuto dal giudice di appello”.

RIGETTO TACITO DI RIMBORSO E RICONOSCIMENTO DELLA SUA LEGITTIMITÀ PRECEDENTE ALL’ISTANZA

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Il ricorso avverso il diniego di rimborso, seppur ammissibile ai sensi dell’art. 19, lett. g), D.Lgs. 546/1992, è da respingersi se proposto contro il rigetto tacito dell’istanza successivo al riconoscimento da parte dell’organo competente circa la spettanza del rimborso medesimo. Infatti, “Nell'ipotesi in cui […] l'ente impositore abbia riconosciuto il diritto del contribuente al rimborso (come qui asserito dalla società), la controversia più non riguarda la risoluzione di una questione tributaria correlata a un atto impugnabile, ma un mero indebito oggettivo di diritto comune” (C.Cass., sen. V, ord. n. 27621 del 20 dicembre 2011).

Avv. Diego Conte (dconte@sltc.it - www.sltc.it).