Consulenza ed Assistenza

Consulenza ed assistenza in merito a cartelle di pagamento e riscossione, fermo ed ipoteche, pignoramneti presso terzi

Cartella impugnabile solo per vizi propri

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Corte di Cassazione n. 16641/2011

La cartella di pagamento, quando faccia seguito ad un avviso di accertamento divenuto definitivo,  si esaurisce in una intimazione di pagamento della somma dovuta in base all’avviso, e non integra un nuovo ed autonomo atto impositivo, con la conseguenza che essa resta sindacabile innanzi al giudice solo per vizi propri, con esclusione di qualsiasi questione attinente all’accertamento stesso, salvo il caso in cui il contribuente dimostri di essere venuto a conoscenza della pretesa impositiva solo con la notificazione della cartella.

Questo essenzialmente è il principio espresso dalla Suprema Corte che ha altresì precisato che: “i vizi dell'atto da cui nasce il debito alla fonte dell'iscrizione a ruolo e della cartella non sono perciò deducibili davanti al giudice chiamato a conoscere dell'impugnazione di quest'ultima, eccettuato il caso, non ricorrente nella specie, in cui solo attraverso la cartella il contribuente venga a conoscenza della pretesa impositiva e dell'atto con cui è stata accertata: una siffatta eccezione, nondimeno, secondo l'orientamento di questa Corte (Cass. n. 21477 del 2004, n. 7310 del 2006), non troverebbe spazio quando il debito sia fondato su provvedimenti giurisdizionali, i quali debbono essere impugnati con gli specifici strumenti previsti dalla norme processuali, e non possono essere contestati dinanzi al giudice chiamato a conoscere della cartella di pagamento

Le gravi anomalie nella gestione dell'impresa giustificano l'accertamento induttivo

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Corte di Cassazione n.11645 del 2011

Il ricorso all'accertamento induttivo sulla base di elementi concreti, quali le gravi anomalie riscontrate nel rapporto tra ricavi ed immobilizzazioni tecniche e tra ricavi ed oneri per il personale dipendente, nonché nella situazione patrimoniale-finanziaria della società, caratterizzata da un cospicuo indebitamento verso le banche, giustificano, secondo i giudici della Cassazione, il ricorso all’accertamento induttivo da parte dell’Amministrazione Finanziaria.

Difatti, in presenza di un comportamento assolutamente contrario ai canoni dell'economia, che il contribuente non spieghi in alcun modo, è legittimo l'accertamento ai sensi dell'art. 39, primo comma, lett. d), del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, che consente all'ufficio delle imposte di desumere l'esistenza di attività non dichiarate o l'inesistenza di passività dichiarate anche sulla base di presunzioni semplici, purché queste siano gravi, precise e concordanti, e così di prescindere in tutto o in parte - in base al secondo comma della citata disposizione - dalle risultanze del bilancio e dalle scritture contabili.

Affidamento invocabile solo se c’è buona fede

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Cassazione n.23309 del 2011

Il principio dell’affidamento statuito dall’art. 10 della L.212/2000 non può essere invocato dal contribuente il cui comportamento, ab origine, è stato contrario al dovere di correttezza e carente del requisito soggettivo della buona fede. In particolare, precisano i giudici di legittimità, “In tema di legittimo affidamento del contribuente di fronte all’azione dell’Amministrazione finanziaria, ai sensi dell’art. 10, commi primo e secondo, legge n. 212 del 2000 (cd. Statuto del contribuente), che tale tutela ha voluto esplicitamente offrire, costituisce situazione tutelabile quella caratterizzata: a) da un’apparente legittimità e coerenza dell’attività dell’Amministrazione finanziaria,in senso favorevole al contribuente; b) dalla buona fede del contribuente, rilevabile dalla sua condotta, in quanto connotata dall’assenza di qualsiasi violazione del dovere di correttezza gravante sul medesimo; c) dall’eventuale esistenza di circostanze specifiche e rilevanti, idonee a indicare la sussistenza dei due presupposti che precedono. Infatti, i casi di tutela espressamente enunciati dal comma secondo del cit. art. 10 (attinenti all’area della irrogazione di sanzioni e della richiesta di interessi), riguardanti situazioni meramente esemplificative e legate a ipotesi ritenute maggiormente frequenti, non limitano la portata generale della regola, idonea a disciplinare una serie indeterminata di casi concreti” Cass,N.17576/2002, n.2133/2002, n. 14782/2001”.

E’ valido l’atto notificato all'addetto al servizio del contribuente destinatario

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Corte di Cassazione n.23822 del 2011

La notifica dell’avviso di accertamento a mezzo del servizio postale a persona che si definisce addetta “al servizio del destinatario” è validamente eseguita ed esonera l’agente postale dall’eseguire “indagini” volte  ad accertare la corrispondenza al vero delle dichiarazioni rese dal ricevente.

Questo il principio espresso dai giudici di legittimità secondo cui  “nell’ipotesi di notificazione a mezzo del servizio postale, qualora, per l’impossibilità di effettuare la consegna del piego personalmente al destinatario, lo stesso, L. n. 890 del 1982, ex art. 7, comma 2, sia stato come nella specie consegnato, nel luogo indicato sulla busta che contiene l’atto e nel rispetto dell’ordine stabilito da detta norma, a persona dichiaratasi addetta “al servizio del destinatario”, l’agente postale non è tenuto ad accertare la corrispondenza al vero della dichiarazione, essendo sufficiente che essa concordi con la situazione apparente, consistente nella presenza del consegnatario nei luoghi indicati dalla norma, gravando sul destinatario l’onere di provare l’inesistenza della qualità dichiarata dal consegnatario (v. sez. 5^, n. 13063/2006). In questa prospettiva, è consolidato (v. sez. 3^, n. 1605/2005) che l’invalidità della notifica non può essere sostenuta sulla base del solo difetto di rapporto di lavoro subordinato tra consegnatario e destinatario, essendo, invece, sufficiente che esista tra i due una relazione idonea a far presumere che il primo porti a conoscenza del secondo l’atto ricevuto, come si desume dalla generica qualifica di “addetto” richiesta dal legislatore”

E’ inefficace la cartella emessa nei confronti della società cancellata dal registro delle imprese

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Corte di Cassazione n.22863 del 03.11.2011

I giudici di legittimità si sono pronunciati in merito alla delicata questione dell’emissione e notifica degli atti della riscossione in danno alle società cancellate.

In tale fattispecie, secondo la Cassazione, è priva di efficacia la cartella di pagamento emessa nei confronti di una società cancellata dal Registro delle imprese giacché con la cancellazione si produce l’immediata estinzione della società. Tuttavia, hanno avuto modo di precisare gli ermellini, l’estinzione irreversibile dell’impresa - anche in presenza di debiti e rapporti non definiti -   ha efficacia costitutiva solo se la cancellazione abbia avuto luogo dopo l’1.1.2004, data di entrata in vigore della riforma del diritto societario che, nel caso di specie, modificando l’art.2945 co.2, c.c., ha attribuito efficacia costitutiva alla cancellazione.

Logico corollario è che il liquidatore della vecchia società cancellata difetterà di legittimazione attiva a proporre ricorso innanzi alla commissione tributaria in quanto l’estinzione dell’azienda fa decadere il potere di rappresentanza in capo al liquidatore il quale, dunque, risponderà solo se il mancato pagamento dei debiti derivi da una sua responsabilità colposa o dolosa.

Fatture emesse da società con vita breve: è elusione fiscale

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Cassazione n.19530 del 23.09.2011

Ricevere fatture da società che hanno vita brevissima può configurare una frode carosello e un’elusione fiscale. La durata limitata dei fornitori fa presumere un’illegittima detrazione dei costi. In materia tributaria, alla stregua dell'elaborazione giurisprudenziale comunitaria e nazionale, sussiste l'abuso del diritto quando le operazioni poste in essere, nonostante siano formalmente lecite e rispettose della legislazione nazionale e comunitaria, procurino alla parte un vantaggio fiscale contrario all'obiettivo perseguito dalle disposizioni di legge formalmente rispettate; in tal caso il giudice nazionale può prendere in considerazione il carattere totalmente o parzialmente elusivo delle operazioni per escludere l'opponibilità dei negozi giuridici all'amministrazione finanziaria.

INESISTENTI LE NOTIFICHE TRIBUTARIE SENZA IL RICEVIMENTO DELLA RACCOMANDATA INFORMATIVA

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L’attuale crisi economica spinge anche l’Agenzia delle Entrate a premere sull’acceleratore per incrementare le entrate fiscali. L’aumento del carico di lavoro, tuttavia, porta spesso con sé il rischio della commissione di errori che in materia fiscale si traducono in violazioni di diritti fondamentali dei contribuenti.

Come noto, ai sensi dell’art. 6, L. 212/2000 (Statuto del Contribuente) uno dei principali diritti del contribuente è quello della piena conoscibilità e conoscenza degli atti fiscali a loro indirizzati, conoscenza che viene garantita attraverso quel complesso di norme che disciplinano le notifiche tributarie.

Caso di particolare delicatezza è quello in cui l’atto non viene consegnato al destinatario, temporaneamente assente, ma a un soggetto diverso oppure depositato all’ufficio postale ovvero in Comune.

Su tali fatti si è recentemente pronunciata la Suprema Corte di Cassazione che con la sentenza n. 11993/2011 ha chiarito un principio di fondamentale importanza su cui è bene attirare l’attenzione del lettore.

A garanzia del destinatario, infatti, la legge ha previsto che chi provvede alla notifica si curi di inviare al destinatario una lettera raccomandata con cui quest’ultimo viene informato dell’avvenuta consegna dell’atto a una diversa persona (comunque legittimata a riceverlo) o del deposito presso la casa comunale o l’ufficio postale, laddove nessuno sia stato trovato.

L’importanza di tale adempimento è tale che la Corte Costituzionale con la sentenza n. 3/2010 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 140 c.p.c. nella parte in cui non legava il perfezionamento della notifica all’invio della predetta raccomandata informativa.

La menzionata sentenza della Corte di Cassazione ha portato il principio della Consulta a una logica conseguenza: se la raccomandata informativa non viene ricevuta o, comunque, non giunge al domicilio del destinatario dell’atto tributario, non può considerarsi perfezionato il procedimento notificatorio.

Infatti, “ai fini della validità della notifica di un atto processuale, ai sensi dell’art. 140 c.p.c. è necessario che il notificante comprovi l’avvenuta ricezione, da parte del destinatario, della raccomandata confermativa dell’effettivo compimento di tutte le formalità previste dalla norma (o il perfezionamento della cd. compiuta giacenza)[…]. Non è, infatti, più sufficiente a tal fine […] la mera spedizione di detta raccomandata al destinatario, non accompagnata dal deposito della cd. ricevuta di ritorno”.

La violazione del richiamato principio è di tale gravità che la notifica non è considerata soltanto nulla ma, addirittura, inesistente con la conseguenza che la pretesa dell’Erario non può considerarsi legittimamente avanzata.

Diego Conte - diegoconte.8@gmail.com

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