Consulenza ed Assistenza

Consulenza ed assistenza in merito a cartelle di pagamento e riscossione, fermo ed ipoteche, pignoramneti presso terzi

Legittimato passivo nei giudizi aventi ad oggetto atti dell'agente della riscossione

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Nel caso di tardiva o mancata notifica della cartella esattoriale, il contribuente può chiamare in causa indifferentemente l'ente creditore oppure l'agente della riscossione

In tal senso, la Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con sentenza n. 16412 del 25 luglio 2007, si è espressa sulla individuazione del soggetto (agente della riscossione ovvero ente creditore) legittimato passivo in caso di impugnazione di avviso di mora non preceduto da cartella di pagamento.

I giudici di legittimità hanno affermato che "l'azione (del contribuente per la contestazione della pretesa tributaria) può essere svolta dal contribuente indifferentemente nei confronti dell'ente creditore o del concessionario e senza che tra costoro si realizzi una ipotesi dì litisconsorzio necessario, essendo rimessa alla sola volontà del concessionario, evocato in giudizio, la facoltà di chiamare in causa l'ente creditore".

Ciò si ricava dall'articolo 39 del Decreto Legislativo 13 aprile 1999, n. 112, secondo cui "il concessionario, nelle liti promosse contro di lui che non riguardano esclusivamente la regolarità o la validità degli atti esecutivi, deve chiamare in causa l'ente creditore interessato; in mancanza, risponde delle conseguenze della lite".

Conseguentemente, afferma la Corte, "l'aver il contribuente individuato nell'uno o nell'altro il legittimato passivo nei cui confronti dirigere la propria impugnazione non determina l'inammissibilità della domanda, ma può comportare la chiamata in causa dell'ente creditore nell'ipotesi di azione svolta avverso il concessionario, onere che, tuttavia, grava su quest'ultimo, senza che il giudice adito debba ordinare l'integrazione del contraddittorio. La risposta non può essere diversa per il caso in cui il contribuente, a fondamento dell'impugnazione dell'atto consequenziale, abbia dedotto l'omessa notificazione dell'atto presupposto".

A seguito della sentenza della Corte di Cassazione n. 16412 del 2007, i giudici di legittimità, richiamando i principi di diritto enunciati nella citata sentenza n. 16412 del 2007, hanno affermato che il contribuente che impugni l'avviso di mora sostenendo il venir meno del debito tributario per prescrizione ben può notificare il ricorso esclusivamente all'amministrazione, senza coinvolgere l'agente della riscossione.

Mentre in ogni altro caso di lite che riguardi esclusivamente la regolarità, o la validità degli atti esecutivi del concessionario, legittimato passivo deve ritenersi solo il concessionario stesso.

Su queste basi, l'Agenzia delle entrate, con circolare del 17 luglio 2008 , n. 51/E, ha fissato alcuni principi in ordine all'individuazione del soggetto legittimato passivo nei giudizi aventi ad oggetto atti dell'agente della riscossione, fornendo le seguenti istruzioni per la gestione delle controversie incardinate innanzi alle Commissioni Tributarie:

  • per la gestione delle controversie nelle quali sia stata chiamata in causa soltanto l'Agenzia delle entrate per questioni concernenti esclusivamente la regolarità e la validità degli atti dell'agente della riscossione, l'ufficio eccepisce in via preliminare il difetto di legittimazione passiva, in quanto trattasi di vizi imputabili all'attività riscossiva e, successivamente, chiama in causa lo stesso agente della riscossione. Al riguardo si ricorda che la Corte di cassazione ha affermato che la chiamata di terzi nel processo tributario può essere effettuata dal resistente con l'atto di costituzione in giudizio, a pena di decadenza, entro il termine di sessanta giorni dalla notifica del ricorso (Cassazione, sezione tributaria, n. 24563 del 26 novembre 2007; n. 16119 del 20 luglio 2007; n. 7329 del 13 maggio 2003; Circolare n. 98/E del 23 aprile 1996, a commento dell'articolo 23 del decreto legislativo n. 546 del 1992);
  • nel caso in cui il ricorrente evochi in giudizio esclusivamente l'agente della riscossione, rilevando l'esistenza di vizi riferibili alla pretesa tributaria, è onere dell'agente della riscossione chiamare in causa l'ufficio competente ai sensi dell'articolo 39 del decreto legislativo n. 112 del 1999, al fine di evitare gli effetti pregiudizievoli di una condanna;
  • per la gestione delle controversie nelle quali sia stata chiamata in causa sia l'Agenzia delle entrate sia l'agente della riscossione, per vizi imputabili solo a quest'ultimo, l'ufficio può limitarsi ad eccepire il proprio difetto di legittimazione passiva;
  • nei casi in cui il ricorrente faccia valere sia vizi ascrivibili all'agente della riscossione sia questioni relative all'esercizio del potere impositivo dell'Amministrazione, l'ufficio legittimato passivo predispone adeguate controdeduzioni con riferimento agli atti di propria competenza.

Sulla questione della legittimazione passiva in capo al Concessionario per vizi propri della cartella esattoriale, si è pronunciata di recente anche  la Commissione Tributaria Regionale di Roma, con la sentenza n. 503 del 8 aprile 2008, che afferma:

"Per quanto la proposizione sia, in linea di principio esatta e condivisibile, erra l’Ufficio nel continuare pervicacemente a considerare che la tardività della notificazione sia inerente i poteri del Concessionario e come tali rientri nei vizi propri dell’atto imputabili solo a quest’ultimo.

Erra l’Ufficio perché insiste nel parcellizzare il procedimento impositivo scaturente dall’articolo 36 bis del dpr 600/73 (ma in realtà analogo ragionamento deve essere eseguito per qualsiasi altra imposizione scaturente da avviso di accertamento) mentre il procedimento impositivo è unitario ed inizia con la rettifica dell’ufficio, completandosi con l’esternazione della potestà impositiva attraverso l’ordine di pagamento (coattivamente eseguibile) mediante la cartella esattoriale.

La tempestività della notificazione di questa, dunque, è riferibile alla tempestività dell’esercizio del potere pubblico, risalente, quanto ad imputazioni giuridiche ed effetti, all’Ufficio tributario e non al Concessionario.

Le questioni di responsabilità per tardività della notificazione e decadenza dall’azione tributaria devono essere risolte all’interno del rapporto fra Fisco e Concessionario, cui il contribuente è estraneo, ma non possono impingere sull’elementare principio giuridico che vuole che il contribuente sia informato esattamente, a pena dì decadenza, nei termini previsti dell’avvenuto esercizio definitivo della pretesa tributaria.

Il significato della sentenza n. 280 del 205 della Corte Costituzionale è esattamente questo, e il decreto legge a 106 del 2005 ha finalmente, con anni di ritardo, adeguato l’ordinamento giuridico a questo elementare principio, stabilendo che anche la notificazione deve avvenire nei termini, espressamente decadenziali (facendo cosi anche giustizia della inopinata interpretazione autentica dell’”articolo 36 bis effettuata a suo tempo con l’articolo 28 della legge n. 449 del 1994).

In definitiva, resta definitivamente acclarato che il contribuente deve individuare il legittimato passivo del ricorso avverso la tardività della notificazione della cartella esattoriale nei confronti dell’Ufficio tributario e non del concessionario delle imposte. Sul punto, per altro, la Cassazione a Sezioni Unite, con sentenza n. 16412 del 25 luglio 2007 ha affrontato ed esaminato funditus la questione della legittimazione passiva nel caso di impugnazione della cartella o dell’avviso di mora.

La Corte ritiene, e questa Commissione aderisce totalmente alla tesi, che in entrambi i casi, la legittimazione passiva spetta all’ente titolare del credito tributario e non già al concessionario al quale, se è fatto destinatario dell’impugnazione, incombe l’onere dì chiamare in giudizio il predetto ente, se non vuole rispondere dell’esito della lite, non essendo il giudice tenuto a disporne d’ufficio l’integrazione del contraddittorio, in quanto non è configurabile nella specie un litisconsorzio necessario"

Avv. Antonella Pedone - antonellapedone@yahoo.it
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Fondo patrimoniale: atti di disposizione ed esecuzione forzata

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Il fondo patrimoniale: limiti alla disponibilità ed all'esecuzione forzata dei beni e dei frutti del fondo.

Il fondo patrimoniale, previsto negli articoli da 167 a 171 del Codice civile, è un complesso di beni (immobili, mobili registrati o titoli di credito) costituito al fine di soddisfare i bisogni della famiglia.

La sua funzione principale è, quindi, quella di soddisfare i bisogni della famiglia (ossia quelli relativi ai diritti di mantenimento, assistenza e contribuzione).

Esso può essere costituito dai coniugi, durante il matrimonio, oppure può essere costituito da un terzo.

L'atto di costituzione del fondo deve rivestire la forma dell'atto pubblico.

In qualsiasi momento è possibile comprendere altri beni nel fondo patrimoniale già costituito, con un nuovo atto notarile.

La costituzione del fondo non comporta il trasferimento dei beni, che restano intestati a chi ne era già proprietario.

Una volta costituito il fondo, i beni in esso conferiti e i loro redditi non sono soggetti ad esecuzione forzata né ad iscrizione di ipoteca giudiziale per i debiti contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia.

Tra questi rientrano ad esempio i debiti contratti nell’esercizio di un’impresa commerciale o comunque di un’attività professionale, ma anche, secondo l’opinione prevalente, i debiti derivanti da obblighi di risarcimento dei danni, da sanzioni penali o amministrative.

Riguardo i debiti tributari, vi sono delle opinioni discordanti, in quanto alcuni ritengono che la presenza del fondo non sia opponibile all'amministrazione finanziaria.

Se si tratta di debiti anteriori alla costituzione del fondo, il creditore potrebbe esperire l’azione revocatoria fallimentare (entro due anni dalla costituzione del fondo) oppure l'azione revocatoria ordinaria (entro cinque anni, ricorrendone i presupposti), sostenendo che il fondo è stato costituito fraudolentemente per sottrare i beni all'esecuzione forzata.

Il fondo, quindi, non può essere utilizzato per sottrarsi al pagamento di debiti già contratti. Un simile tentativo, infatti, potrebbe avere rilevanza penale, soprattutto se si tratta di debiti fiscali o nei confronti dello Stato.

Se invece si tratta di obbligazioni contratte nell'interesse della famiglia, i beni del fondo possono essere aggrediti per soddisfare tali crediti.

È fatta salva, inoltre, la buona fede del creditore che ignorava che il debito era stato contratto per soddisfare i bisogni della famiglia (articolo 170 del Codice civile). I coniugi, infatti, devono in ogni caso dimostrare che il creditore sapeva che il debito era stato contratto per scopi estranei ai bisogni della famiglia.

Per quanto riguarda gli atti di disposizione da parte dei coniugi sui beni del fondo, è necessario il consenso di entrambi per ipotecarli, alienarli, darli in pegno o comunque vincolarli.

Se poi vi sono figli minori è anche necessaria l'autorizzazione del giudice.

In ogni caso gli atti suddetti possono essere compiuti solo nei casi di necessità o utilità evidente per la famiglia.

Avv. Antonella Pedone - antonellapedone@yahoo.it
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Notifiche a mezzo posta: vane ricerche e consegna al portiere

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Nel caso di notifica a mezzo posta, è consentita la consegna del plico al portiere solo se è stata constatata l'assenza del destinatario, dei familiari conviventi e degli addetti alla casa o al servizio.

Nell'ipotesi di notifica a mezzo posta, la Legge n. 890/82 stabilisce una successione preferenziale tra le persone alle quali, in assenza del destinatario, può essere consegnato il plico.

In particolare l'articolo 7 della Legge n. 890/82 prevede che, in assenza del destinatario, il plico può essere consegnato ai seguenti soggetti nell'ordine:

  1. i familiari conviventi, gli addetti alla casa o al servizio.
  2. il portiere dello stabile, solo nel caso di constatata assenza delle suddette persone (articolo 7: "<……>In mancanza delle persone suindicate, il piego può essere consegnato al portiere dello stabile ovvero a persona che, vincolata da rapporto di lavoro continuativo, è comunque tenuta alla distribuzione della posta al destinatario").

L'ordine sopra indicato è tassativo e non può essere modificato.

Tanto è vero che negli stessi avvisi di ricevimento è indicata la dicitura "portiere – solo in caso di constatata assenza del destinatario, del familiare convivente e dell'addetto alla casa, all'ufficio o azienda", mentre analoga dicitura non è riportata per il caso del familiare convivente o dell'addetto alla casa o al servizio.

Da quanto affermato deriva la nullità della notificazione se:

  • non è rispettato l'ordine preferenziale sopra indicato;
  • non è specificamente indicata, nell'avviso di ricevimento, la ragione per la quale l'atto non è stato consegnato al destinatario a mani proprie o ad alcuna di quelle persone che nell'ordine tassativo precedono quella che viene indicata come consegnataria nella relazione di notifica.

Tale nullità si radica nell'articolo 160 del Codice di procedura civile, prima ipotesi ("La notificazione è nulla se non sono osservate le disposizioni circa la persona alla quale deve essere consegnata la copia <….>").

In tal senso si sono espresse le seguenti sentenze:

  • Cassazione a Sezioni Unite, sentenza n. 1097/2000, in materia di notifiche a mezzo posta "<…> l'inosservanza dell'ordine delle persone indicate dall'articolo 7 della legge 20 novembre 1982 n. 890, quali possibili consegnatari dell'atto in caso di assenza del destinatario è causa di nullità della notificazione <…>";
  • Cassazione, sentenza del 10.01.2007, n. 279, che ribadito il principio della necessaria certificazione dell'avvenuta ricerca delle ulteriori persone abilitate a ricevere l'atto, anche per la notificazione a mezzo del servizio postale;
  • Cassazione a Sezioni Unite, sentenza n. 8214/2005, per la quale l'ufficiale notificante deve dare atto, oltre che dell'assenza del destinatario, delle vane ricerche delle altre persone preferenzialmente abilitate ad avere l'atto, onde il relativo accertamento, sebbene non debba necessariamente tradursi in forme sacramentali né riprodurre testualmente le ipotesi normative, deve, non di meno, attestare chiaramente l'assenza del destinatario e dei soggetti rientranti nelle categorie contemplate dal secondo comma dell'articolo 139 del Codice di procedura civile, la successione preferenziale dei quali è, ivi, tassativamente stabilita;
  • Cassazione a Sezioni Unite, sentenza del 30.5.2005, n. 11332;
  • Cassazione, sezione civile, sentenze n. 11332/2005; n. 1131/1988; n. 4739/1998;
  • Cassazione, sezione civile, sentenza n. 6101/2006, secondo cui l'ufficiale giudiziario non deve dare solo atto dell'inutile tentativo di consegna a mani proprie per l'assenza del destinatario e delle vane ricerche delle altre persone preferenzialmente abilitate a ricevere l'atto, ma deve anche attestare chiaramente, pur senza fare uso necessariamente di formule sacramentali, l'assenza del destinatario e dei soggetti rientranti nelle categorie contemplate dal secondo comma dell'articolo 139 del Codice di procedura civile. È pertanto nulla la notificazione nelle mani del portiere quando la relazione dell'ufficiale giudiziario non contenga l'attestazione del mancato rinvenimento delle persone indicate nella norma citata;
  • Giudice di Pace di Roma, sentenza del 14.12.2005, n. 55357, che si è pronunciato proprio in materia di cartelle esattoriali "In caso di opposizione avverso cartella esattoriale relativa al pagamento di sanzioni per violazioni al codice della strada, è nulla a notificazione dei verbali, oggetto della cartella,eseguita a mezzo posta e ricevuta dal portiere, qualora l'ufficiale giudiziario abbia omesso l'attestazione del mancato rinvenimento delle altre persone idonee di cui al secondo e terzo comma dell'articolo 7 l. 890/82".

Note

  1. L'articolo 7 prevede:
    "L'agente postale consegna il piego nelle mani proprie del destinatario, anche se dichiarato fallito.
    Se la consegna non può essere fatta personalmente al destinatario, il piego è consegnato, nel luogo indicato sulla busta che contiene l'atto da notificare, a persona di famiglia che conviva anche temporaneamente con lui ovvero addetta alla casa ovvero al servizio del destinatario, purché il consegnatario non sia persona manifestamente affetta da malattia mentale o abbia età inferiore a quattordici anni.
    In mancanza delle persone suindicate, il piego può essere consegnato al portiere dello stabile ovvero a persona che, vincolata da rapporto di lavoro continuativo, è comunque tenuta alla distribuzione della posta al destinatario.
    L'avviso di ricevimento ed il registro di consegna debbono essere sottoscritti dalla persona alla quale è consegnato il piego e, quando la consegna sia effettuata a persona diversa dal destinatario, la firma deve essere seguita, su entrambi i documenti summenzionati, dalla specificazione della qualità rivestita dal consegnatario, con l'aggiunta, se trattasi di familiare, dell'indicazione di convivente anche se temporaneo.
    Qualora il consegnatario non sappia firmare o ne sia impossibilitato, l'agente postale fa menzione di tale circostanza sia sul registro di consegna sia sull'avviso di ricevimento, apponendovi la data e la propria sottoscrizione
    ".

Avv. Antonella Pedone - antonellapedone@yahoo.it
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Omessa notifica della cartella: l'Equitalia ha l'onere di depositare la copia?

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Se il contribuente contesta in giudizio l'omessa notifica della cartella esattoriale, l'Agente della riscossione ha l'onere di provare l'avvenuta notifica, producendo la relata di notifica e la copia della cartella stessa.

Qualora il contribuente deduca l'omessa o invalida notifica della cartella esattoriale, è pacifico che l'agente della riscossione abbia l'onere di provare l'avvenuta notifica.

Tale onere è stato ribadito dalla Cassazione con la sentenza del 11 settembre 2010, n. 19415.

Nel caso esaminato dalla Corte, il ricorrente aveva proposto opposizione avverso la cartella esattoriale per mancata notificazione del verbale di accertamento presupposto.

A fronte della contumacia dell'Ufficio, mancava in atti qualsiasi prova in ordine a tale notifica, l'onere della quale incombeva sull'amministrazione rimasta contumace.

Al riguardo la Cassazione ha anche affermato: "allorchè una delle parti deduca in giudizio la nullità o l'inesistenza d'una notificazione, il giudice, nel deciderne, non può limitarsi a disattendere la deduzione facendo generiche affermazioni, ma deve individuare i singoli documenti sui quali basa il proprio convincimento, fornendo dettagliata indicazione degli elementi costitutivi di ciascuno (data, provenienza, sottoscrizioni, identificazione dei relativi autori, ecc.) e dando logica dimostrazione del raggiunto convincimento per cui dagli stessi possa desumersi la regolarità della discussa notificazione”.

Pacifico è dunque l'onere dell'Agente della riscossione di dimostrare l'avvenuta notifica della cartella.

Ci si chiede tuttavia se debba anche depositare la matrice o la copia della cartella, al fine di provare anche il contenuto della pretesa.

Sul punto i Giudici hanno manifestato opinioni contrastanti.

Prima tesi: onere di depositare la relata e la copia della cartella

Secondo una prima tesi, l'Agente della riscossione deve depositare non solo la relata ma anche la copia della cartella.

In tal senso si è espressa la Commissione Tributaria Provinciale di Parma, secondo cui "le relate, se non accompagnate dalle relative cartelle di pagamento, non hanno alcun valore in quanto nulla dimostrano in merito alla spettanza di un credito tributario o meno" (sentenze n. 39/01/10 e n.40/01/10).

Tale obbligo deriverebbe dall’articolo 26, comma 4, del D.P.R. n. 602/73, il quale prevede che "il concessionario deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell’avvenuta notificazione o l’avviso di ricevimento ed ha obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell’amministrazione".

Seconda tesi: è sufficiente il deposito della relata

Secondo altra tesi, invece, è sufficiente che l'Agente della riscossione depositi la relata di notifica.

In tale senso si è espresso il Tribunale di Reggio Calabria (sentenza del 15 ottobre 2009) in un caso in cui l'Agente della Riscossione aveva depositato la riproduzione fotografica dell'avviso di ricevimento della raccomandata con cui era stata spedita la cartella e firmato da familiare convivente (notifica a mezzo posta).

Il ricorrente contestava l'inidoneità della riproduzione fotografica della cartolina a fungere da prova della notifica nonchè la conformità all'originale, affermando che in base all'articolo 26 del D.P.R. n.602/1973 doveva essere prodotta anche la matrice o la copia dell'atto.

Il Giudice ha ritenuto che tale riproduzione fotografica, per altro dichiarata conforme all'originale da parte dell'Agente della riscossione, è consentita dall'uso degli apparecchi scanner che riproducono le immagini per permetterne la conservazione in un archivio informatico, e la sua efficacia va pienamente riconosciuta nel processo in ragione del disposto di cui all'articolo 2712 del codice civile ("Le riproduzioni fotografiche o cinematografiche, le registrazioni fotografiche e, in genere, ogni altra rappresentazione meccanica di fatti e di cose formano piena prova dei fatti e delle cose rappresentate, se colui contro il quale sono prodotte non ne disconosce la conformi ai fatti o alle cose medesime").

Inoltre, afferma il Tribunale, la contestazione di conformità non può essere generica, essendo preciso onere della parte di specificare sotto quale profilo si assuma la non corrispondenza della copia prodotta all'originale, anche al fine di evidenziare, anche solo in astratto, la serietà e ragionevolezza della censura, potendo, altrimenti, tale condotta processuale essere valutata dal Giudice anche in relazione al dovere di lealtà imposto alle parti dall'articolo 88 del codice di procedura civile.

Nel caso di specie, la parte ricorrente non aveva assolto a tale onere di specificità limitandosi ad una generica contestazione.

Si aggiunge poi che la corrispondenza all'originale risultava sostenuta dall'attestazione di conformità all'originale compiuta dall'Agente di Riscossione.

Tale dichiarazione deve ritenersi valida, in quanto il dipendente delegato della concessionaria è investito di poteri certificativi, come affermato dalla giurisprudenza (Corte dei Conti dell'Emilia Romagna, sez. giurisd., 16 febbraio 2004, n. 235, sez. giurisd., 22 dicembre 2003, n. 2562 sez. giurisd., 1 marzo 2004, n. 456, secondo cui "il dipendente di società concessionaria di esazione tributi addetto agli atti di riscossione, [...] è pubblico ufficiale munito di poteri autoritativi e certificativi e svolge attività diretta all'acquisizione ed alla custodia di "pecunia pubblica").

Nelle sentenze in esame si rileva che il rapporto che intercorre tra l'Amministrazione concedente e la società concessionaria debba essere inquadrato nell'ambito della disciplina della concessione del servizio di riscossione dei tributi.

Ne consegue che il concessionario della riscossione viene a porsi come un vero e proprio organo indiretto della Pubblica Amministrazione, munito di poteri di organizzazione, gestione ed esecuzione di attività di interesse pubblico e, pertanto, come pubblico ufficiale.

Il Tribunale ha perciò ritenuto adeguatamente dimostrata l'avvenuta notifica attraverso la riproduzione fotografica dell'avviso di ricevimento, che reca il riferimento al numero della cartella esattoriale n. 094 2007 0038 2233 19 000, con attestazione di consegna in data 29 dicembre 2007 a mani di persona che sottoscriveva qualificandosi "familiare convivente" del destinatario.

Dunque, la dichiarazione di parentela e convivenza compiuta dal consegnatario unita al luogo di consegna costituiscono elementi che di per sé suffragano la correttezza della notifica, ove si consideri che la qualità di persona di famiglia o di addetta alla casa, all'ufficio o all'azienda di chi ha ricevuto l'atto si presume iuris tantum dalle dichiarazioni recepite dall'ufficiale giudiziario nella relata di notifica, mentre incombe sul destinatario dell'atto, che contesti la validità della notificazione, l'onere di fornire la prova contraria ed, in particolare, di allegare e provare l'inesistenza di alcun rapporto con il consegnatario, comportante una delle qualità su indicate, ovvero la occasionalità della presenza dello stesso consegnatario (Cassazione, sentenza n. 24998/2008; sentenza n. 6270/2005).

Riguardo la questione se vada o meno depositata anche la copia dell'atto notificato unitamente alla relata, il Tribunale ha osservato che l'articolo 26, comma 4, del DPR n. 602/1973 ("Il concessionario deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell'avvenuta notificazione o l'avviso del ricevimento ed ha l'obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell'amministrazione") prevede modalità alternative per dimostrare l'avvenuta notifica, e precisamente:

  • la conservazione della matrice;
  • la conservazione della copia della cartella con la relata;
  • la conservazione dell'avviso di ricevimento.

Si tratta di modalità alternative e fra loro equivalenti (per l'uso della disgiuntiva "o").

Ciò vuol dire che ciascuna di essere è capace, di per se sola, di fornire prova della notifica in quanto rechi in sé gli elementi essenziali a fornire certezza dell'attività notificatoria (quindi, attestazione, del soggetto abilitato alla notifica dell'avvenuta consegna con l'indicazione del tempo, del luogo di consegna e della qualità del ricevente se non è il destinatario).

Deve ricordarsi che la Cassazione, pronunciandosi in generale in materia di atti ricettizi, abbia spesso ritenuto idonea a fornire prova della conoscenza dell'atto sia la lettera raccomandata che il telegramma, affermando che, in presenza della prova certa della spedizione, segue, anche in assenza dell'avviso di ricevimento, "la presunzione, fondata sulle univoche e concludenti circostanze della spedizione e dell'ordinaria regolarità del servizio postale e telegrafico, di arrivo dell'atto al destinatario e di conoscenza ex articolo 1335 del codice civile dello stesso, per cui spetta al destinatario l'onere di dimostrare che il plico non contiene alcuna lettera o contiene una lettera di contenuto diverso" ( Cassazione, sentenza n. 20144/2005).

Se quindi l'Agente della riscossione deposita in giudizio l'avviso di ricevimento, spetterà al destinatario provare che non sia stata notificata, unitamente alla cartolina, anche la cartella esattoriale.

Avv. Antonella Pedone - antonellapedone@yahoo.it
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Effetti dell'accertamento su società estinta. Atto nullo e cessata materia del contendere.

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Il contrasto giurisprudenziale in ordine alle conseguenze giuridiche, sostanziali e processuali, della cancellazione di una società dal registro delle imprese, appare finalmente composto.

Infatti, pacifico è il principio per il quale, a seguito della riforma del diritto societario, l’iscrizione nel registro delle imprese della cancellazione della società abbia efficacia costitutiva.

L’art. 2495 c.c. così come riformato, ha introdotto la regola secondo cui: la società si estingue con la cancellazione dal registro delle imprese, senza che la stessa possa considerarsi più, in alcun modo, ancora vivente, e nonostante la presenza di eventuali rapporti ancora pendenti e non liquidati.

Pertanto, poiché con la cancellazione la società si estingue, i creditori insoddisfatti possono rivolgersi esclusivamente contro i soci fino a concorrenza delle somme da questi riscosse, risultanti dal bilancio finale di liquidazione e dal piano di riparto, e contro i liquidatori, se il mancato pagamento è dipeso da loro dolo o colpa.
A tale traguardo sono giunte le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con le sentenze n. 4060, 4061 e 4062 del 22 febbraio 2010.

Tali pronunce hanno infatti chiarito che: Con la cancellazione dal Registro delle imprese, per le società, anche quelle di persone, si determina l'estinzione della stesse con effetto retroattivo e con conseguente nullità di eventuali atti di accertamento emessi nei confronti delle stesse.

Secondo i Giudici della Suprema Corte: “pur avendo in tal caso l'iscrizione nel registro delle imprese natura meramente dichiarativa, con la pubblicizzata cancellazione si realizza il venir meno della loro capacità e della loro legittimazione negli stessi limiti temporali sopra indicati, anche se perdurino rapporti o azioni di cui le stesse società sono parti, in attuazione di una lettura costituzionalmente orientata delle norme relative a tale tipo di società da leggere in parallelo ai nuovi effetti costitutivi della cancellazione delle società di capitali.(C.Css. SS. UU., n. 4062/2010)

La cancellazione-estinzione della società ha come effetto il venir meno della legittimazione attiva e passiva della società nonché la preclusione per l'Ufficio di emanare o notificare atti impositivi, o, anche solo istruttori (inviti a comparire; P.V.C., ecc.), nei confronti di un soggetto estinto e che più non esiste, con la conseguenza che gli atti comunque così emanati e notificati sono giuridicamente inesistenti e privi di ogni giuridico effetto.

Conformemente al dettato delle Sez.Unite della Suprema Corte si è uniformata la giurisprudenza tributaria successiva, si veda la sentenza n. 88 del 4/06/2010 della Comm.Trib.Prov. di Reggio Emilia che in estratto si riporta:

“Applicando i suddetti principi (C.Css. SS. UU., n. 4062/2010), alla fattispecie in giudizio può dunque affermarsi che:

1- la CE. S.a.s. al momento della notifica degli atti impugnati era/è società estinta;

2- la stessa non era/è più soggetto giuridico;

3- gli atti alla stessa notificati ed impugnati sono stati emessi a carico di un soggetto inesistente;

4- gli stessi, pertanto, sono atti nulli;

5- gli atti notificati al socio Le.Al.Ac. sono nulli essendo la diretta conseguenza di altri atti nulli;”.

Sul punto, appare doveroso richiamare anche la sentenzan.80/09/2011 della Comm.Trib.Proviciale di Catania, che statuendo su un caso analogo a quello oggetto dell'odierno esame così recita: La Commissione...ritiene meritevole di accoglimento l'avanzata eccezione pregiudiziale della società. Infatti, la cancellazione della Società avvenuta in data ….ne comporta l'estinzione, indipendentemente dall'esistenza di creditori non soddisfatti o di rapporti giuridici ancora non definiti, per cui il provvedimento emesso dall'Ufficio è da considerarsi, allo stato attuale, giuridicamente inesistente e privo di ogni effetto giuridico e cio' comporta la cessazione della materia del contendere per il sopravvenuto venir meno dell'oggetto e del soggetto, dal momento che nei confronti di quest'ultimo non è possibile configurarsi alcun fenomeno successorio.

Da ultimo, la Commissione Tributaria Regionale di Milano ha fatto propri i principi sopra richiamati, con la sentenza 79/08/2011 depositata il 15.06.2011 che in estratto si riporta:

"Va precisato a chiare lettere che, con l'estinzione della società non si apre alcuna successione, nè a titolo universale, nè a titolo particolare. Ciò perchè non vi sono eredi della società: tali non sono sicuramente i soci, tanto meno possono essere gli ex amministratori ed ex liquidatori e, pertanto, nei confronti di costoro neppure può configurarsi una successione a titolo particolare,

Nè i soci nè i liquidatori, infatti, sono aventi causa della società estinta.

Non può non essere sottolineato il fatto che con l'esperimento dell'onere pubblicistico presso il registro delle imprese di cui all'art. 2312 c.c., l'atto intestato al soggetto giuridico estinto è da ritenersi nullo in re ipsa, altresì determinando, nel caso in esame, la cessazione della materia del contendere.

Rileva ancora questo Giudice che l'ultimo legale della società sopraccitata non può comunque essere considerato responsabile nei confronti dell'amministrazione finanziaria, quest'ultima non vantando alcun titolo nei confronti della società ( Omissis) sas, al momento della cancellazione dal registro delle imprese.

Và da sè che l'atto impugnato è nullo, e come tale deve essere consederato"

Alfio Gambino

alfiogambino@gmail.com