Consulenza ed Assistenza

Consulenza ed assistenza in merito a cartelle di pagamento e riscossione, fermo ed ipoteche, pignoramneti presso terzi

L’Irap va sempre pagata dallo studio associato a prescindere dall’autonoma organizzazione

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Con ordinanza n.22212 del 29.10.2010, la sez.tributaria della Corte di Cassazione ha fissato il principio per cui gli studi associati tra professionisti sono sempre soggetti ad irap.
Secondo i giudici di legittimità, infatti, sarebbe indifferente, per tale tipologia di attività, la sussistenza di una struttura organizzativa giacché è la legge stessa che fa discendere  l'applicazione del tributo a siffatta categoria professionale.
Difatti, precisa la Corte, l'art.2 del d.lgs. n.446/97 nel primo periodo stabilisce come presupposto dell'irap  l'esercizio "abituale di una attività autonomamente organizzata diretta alla produzione o allo scambio di beni ovvero alla prestazione di servizi". L'esercizio di un'attività con siffatti requisiti non è invece richiesta per le società e per gli enti, compresi gli organi e le amminsitrazioni dello Stato, in quanto l'attività esercitata da tali soggetti, a mente del secondo periodo dello stesso articolo 2, "costutuisce in ogni caso presupposto d'imposta".
Il successivo art.3, tra i "soggetti passivi dell'imposta", che "sono coloro che esercitano una o più delle attività di cui all'articolo 2", individua espressamente, alla lettera c) del comma 1, le società semplici esercenti arti o professioni e quelle ad esse equiparate a norma dell'art.5 c.3 del T.U.I.R., vale a dire "le associazioni senza personalità giuridica costituite fra persone fisiche per l'esercizio in forma associata di arti e professioni".
In definitiva, l'attività esercitata da tali soggetti, strutturalmente "organizzati" per la forma nella quale l'attività stessa è svolta, costituisce, ex lege, presupposto d'imposta (in ogni caso), prescindendosi dal requisito dell'autonoma organizzazione.
Ne discende che dalla natura stessa  dello studio (in forma associata) non può derivare un reddito  frutto soltanto della professionalità di ciascun componente dello studio. Per l'effetto, si verifica sempre l’assoggettamento ad IRAP dello studio medesimo, salvo che non si sia in grado di dimostrare che tale reddito è derivato dal solo lavoro professionale dei singoli associati.
Corte di Cassazione, ordinanza n.22212 del 29.10.2010

Ammessa la "class action" nel processo tributario per le stesse questioni di diritto

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Fermo restando il principio di recente affermato dalla Corte di Cassazione con la pronuncia n.10578/10, secondo cui nel processo tributario non è, di regola, ammissibile il ricorso collettivo (proposto da più parti) e cumulativo (proposto nei confronti di più atti impugnabili), essendo necessaria, per la configurazione del litisconsorzio facoltativo, la comunanza delle questioni sia in diritto, sia in fatto, con la sentenza n.21955 del 27.10.2010, i Giudici di legittimità hanno stabilito che "nel caso di specie deve tuttavia rilevarsi che la contestazione dell'Ufficio rispetto alle istanze di rimborso proposte dalle attrici si fonda su questioni di diritto, e non di fatto, comuni alle contribuenti, cosicché il richiamo alla necessaria identità in fatto delle questioni appare in concreto ultroneo". 
In particolare, l'Ufficio aveva lamentato la violazione e falsa applicazione dell'art.29 del d.lgs. n.546/92 e degli artt. 103 e 104 cpc, deducendo in tal senso l'inammissibilità del ricorso cumulativo e la conseguente erroneità della sentenza impugnanta che aveva respinto l'anzidetto motivo di appello assumendo che "i tratti di comunanza delle rispettive materie del contendere si riducono al rilievo che si discute in tutti e tre i casi di IRAP".
(Il giudizio era stato promosso da alcune contribuenti con ricorso collettivo e cumulativo avverso il silenzio-rifiuto formatosi sulle istanze di rimborso irap relative a tre pregressi anni d'imposta.)
Cassazione n.21955 del 27.10.2010

Indagini bancarie: l’accertamento induttivo si applica anche in presenza di entrate/uscite in pareggio

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Con sentenza n.21695 del 22/10/2010, la Corte di Cassazione ha stabilito che l’accertamento induttivo fondato sui conti bancari dell’amministratore di società non cade neppure se le entrate e le uscite sono in pareggio. Difatti, le movimentazioni bancarie che non trovano riscontro nella contabilità del contribuente fanno scattare le presunzioni legali previste dalla normativa vigente, secondo cui sia i prelevamenti sia i versamenti si presumono imponibili non dichiarati. Ciò vale anche se le entrate e le uscite sono “in pareggio”, in quanto “il fatto che le entrate e le uscite fossero in pareggio non significa che si tratta di movimenti di cui si sia tenuto conto nella dichiarazione dei redditi”.
Pertanto, nonostante le entrate coincidano con le uscite, il contribuente può essere notificatario di un accertamento fondato su dette presunzioni legali.

LA QUERELA BLOCCA LA CARTELLA - CTP REGGIO EMILIA N. 169/01/10 DEL 28.09.2010)

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Solo con querela di falso una cartella notificata al contribuente, ma che riporta una firma falsa mai apposta da quest’ultimo, può essere considerata annullabile in quanto mai formalmente notificata. Il riferimento dei giudici emiliani è alla sentenza di Cassazione n. 24852/2006 in cui veniva stabilito come l'avviso di ricevimento della raccomandata riveste natura di atto pubblico e, di conseguenza, il destinatario che ritenesse la propria firma falsa, ha l'onere di impugnarlo a mezzo di querela di falso, anche se l'immutazione del vero non sia ascrivibile a dolo, ma soltanto ad imperizia, leggerezza o negligenza dell'agente postale.
Per l'effetto, la carenza della querela di falso rende legittima la notifica contestata.

Cartelle di pagamento: nuovo restyling

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La cartella di pagamento è l’atto che l’Agente della riscossione invia ai contribuenti per la riscossione dei crediti vantati dagli enti creditori (Agenzia delle Entrate, Inps, Comuni, ecc.).
Le cartelle di pagamento contengono la descrizione delle somme dovute, le istruzioni sul pagamento (dove, come ed entro quale scadenza), l’invito a provvedere entro 60 giorni, come e a chi richiedere la rateazione, le spiegazioni per proporre eventuali ricorsi, il nome del responsabile del procedimento di iscrizione a ruolo e di quello di emissione e di notifica della cartella.
La procedura di riscossione è, in sintesi, la seguente: le somme che risultano dovute a seguito dei controlli, di qualsiasi tipo, e degli accertamenti effettuati dall’amministrazione finanziaria vengono iscritte a ruolo.
Il ruolo non è altro che un elenco, formato dall’ente impositore ai fini della riscossione, che contiene i nominativi dei debitori e le somme dovute.
Il ruolo viene trasmesso a Equitalia che provvede alle successive procedure che sono nel dettaglio:
  • predisposizione e notifica delle cartelle
  • riscossione delle somme e relativo riversamento alle casse dello Stato e degli altri enti impositori
  • in caso di mancato pagamento, avvio dell’esecuzione forzata.
Se non si paga la cartella nel termine di 60 giorni, sulle somme iscritte a ruolo sono dovuti gli interessi di mora maturati giornalmente dalla data di notifica della stessa, l’aggio dovuto agli Agenti della riscossione (calcolato sul capitale e sugli interessi di mora) e tutte le eventuali ulteriori spese derivanti dal mancato (o ritardato) pagamento della cartella.
Trascorso questo termine, gli Agenti della riscossione possono avviare le azioni cautelari e conservative e le procedure per la riscossione coattiva su tutti i beni del creditore e dei suoi coobbligati (ad esempio, il fermo amministrativo di beni mobili registrati e il pignoramento dei beni).
A partire dai ruoli consegnati agli Agenti della riscossione successivamente al 30 settembre 2010 entrerà in vigore il nuovo modello di cartella di pagamento, introdotto con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate del 20 marzo 2010 e frutto anche del confronto tra Equitalia e associazioni dei consumatori.
Caratteri più grandi che agevolano la lettura del documento e informazioni più dettagliate consentiranno di comprendere con maggiore chiarezza la natura della somma richiesta.
Tra le principali novità:
1) un quadro di sintesi già in prima pagina,
2) istruzioni più complete, immediato il dovuto e chiaro l'emittente,
3) fogli di avvertenze su misura (le avvertenze saranno differenziate di volta in volta in base alla natura delle somme iscritte).
Per vedere il nuovo modello clicca sul link sottostante:
http://www.equitaliaspa.it/equitalia/export/capogruppo/files/lacartella_pag_2010.pdf 

Nullità della cartella notificata a mezzo posta direttamente dall'Agente della riscossione. CTP Foggia n.348 del 29.09.2010

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Nuova pronuncia di merito sulle modalità e forme della notificazione degli atti a cura dell'Agente della riscossione.
Nel caso di specie il contribuente aveva eccepito la irregolare ed assoluta inesistenza della notifica a mezzo posta della cartella di pagamento poichè la stessa, effettuata direttamente dall'agente per la riscossione, non rispetta i dettami sanciti dall'art.26 co.1 del D.P.R. 602/73.
Anche in questo caso, la notifica era stata posta in essere direttamente dall'agente e non dal soggetto abilitato indicato per legge, ovvero l'ufficiale giudiziario o il messo speciale dell'agente della riscossione.
In contrasto con quanto sostenuto in giudizio dall soggetto abilitato alla riscossione, la Commissione Tributaria Provinciale di Foggia, con la sentenza n.348 del 29.09.2010, ha  ribadito che la possibilità di procedere direttamente alla notifica è riservata soltanto agli uffici finanziari, secondo quanto previsto dall'art.14 della L.890/92 e quindi con esclusione degli agenti della riscossione.
Il Collegio pugliese ha inoltre affermato che è ammessa la notifica a mezzo di lettera raccomandata ma sempre per il tramite di uno dei soggetti previsti ex lege.
Pertanto, la notifica avvenuta in contrasto con quanto disposto dalle norme sopra richiamate deve intendersi  giuridicamente inesistente.
CTP Foggia n.348 del 29.09.2010
Dello stesso tenore:
CTP Milano,sentenza n. 264 del 19.07.2010; 
CTP Lecce, sentenza n. 909/5/09 del 23.10.2009; 
CTP Genova, sentenza n. 125 del 12.06.2008.

E' inammissibile il ricorso contro gli inviti bonari - Risoluzione n.110 del 22.10.2010

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Con la risoluzione n.110 del 22.10.2010, l'Agenzia delle Entrate ha stabilito che  l'invito con cui l'amministrazione finanziaria chiede al contribuente di fornire dei chiarimenti sulla dichiarazione (c.d. avviso bonario) non contiene in sé alcuna pretesa tributaria (definita)  e, di conseguenza, non è un atto impugnabile.
Quanto affermato nella risoluzione trova fondamento in alcune pronunce della Suprema Corte secondo cui gli avvisi bonari sono delle mere comunicazioni finalizzate a portare a conoscenza del contribuente i risultati della fase di controllo delle dichiarazioni, offrendogli la possibilità di pagare una sanzione ridotta, ma non sono dei veri e propri atti impositivi. (Cass. 24 luglio 2007 n. 16293; Cass. 26 luglio 2007 n.16428)
Nel medesimo documento, inoltre, l’Agenzia richiama  la sentenza n. 25699 del 2009, con cui la S.C. ha affermato che sono impugnabili, sebbene non rientranti nell’elenco di cui all’art. 19 del DLgs. 546/92, tutti i provvedimenti con cui “l’Amministrazione comunica al contribuente una pretesa tributaria ormai definita, ancorchè tale comunicazione non si concluda con una formale intimazione di pagamento”. 
In conclusione, secondo la risoluzione rubricata in oggetto, è inammissibile il ricorso contro gli inviti bonari e le comunicazioni, in quanto si tratta di atti che non contenengono una pretesa tributaria definita e come tali non producono effetti negativi immediati per i contribuenti.

Processo tributario. Ricorso introduttivo: elementi essenziali.

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Il contenzioso tributario è, attualmente, disciplinato dai decreti legislativi 31 dicembre 1992 n. 545 e n. 546.
Il processo è introdotto con ricorso (articolo 18, comma 1, del Dlgs 546/1992) da spiegarsi avverso uno degli atti ricompresi nel novero di quelli specificatamente e tassativamente contemplati dalla legge.
Il Legislatore, con l'articolo 10 del Dlgs 546/1992, ha inteso individuare i soggetti aventi la capacità di essere parte nel processo tributario. Si tratta, più esattamente de:
- il ricorrente (generalmente è il contribuente)
- il resistente (l’ufficio che ha emanato l’atto o che non ha emanato l’atto richiesto) .
A pena d’inammissibilità, il ricorso deve contenere i seguenti elementi:
• la Commissione tributaria cui è diretto (competenza territoriale della CTP ove ha sede l'ente impositore);
• nome, cognome (o la ragione sociale o la denominazione) del ricorrente, suo eventuale legale rappresentante, sede legale o il domicilio eletto e codice fiscale;
• l'ufficio o l'ente o il concessionario della riscossione nei cui confronti è proposto (la c.d. parte resistente);
• gli estremi dell'atto impugnato
• l'oggetto della domanda (cosiddetto petitum);
• i motivi di fatto e di diritto atti a provare la sua fondatezza (causa petendi);
• la sottoscrizione del ricorrente e del difensore, quando è presente, con l'indicazione dell'incarico conferito;
• elenco dei documenti allegati.
La mancata indicazione di uno o più elementi sopra indicati determina l'inammissibilità del ricorso, eccezion fatta per l'omessa indicazione del solo codice fiscale.
Il ricorso deve essere assogettato ad imposta di bollo mediante applicazione di una marca da € 14,62 ogni 4 pagine di cui è composto l'atto nonchè una marca di eguale importo da apporre per la procura ad litem. Non è necessaria l'imposta di bollo per l'istanza di discussione in pubblica udienza spiegata nell'atto introduttivo.
Il ricorso, completo degli elementi anzidetti, può essere notificato, alternativamente:
1) mediante spedizione diretta da parte del ricorrente a mezzo posta, in plico raccomandato senza busta con avviso di ricevimento;
2) tramite l'ufficiale giudiziario; (in questo caso sia l'originale che la copia del ricorso devono assolvere  l'imposta di bollo)
3) tramite consegna all'impiegato addetto all'ufficio, facendosi rilasciare la relativa ricevuta.
L'intempestività del ricorso, poiché afferente a un presupposto processuale, è sempre rilevabile, anche d'ufficio, in ogni stato e grado del giudizio; l'ufficio, tuttavia, dovrà anteporre tale verifica a qualunque attività processuale al fine di pervenire a un'immediata declaratoria di inammissibilità.
Segue: cotituzione in giudizio - modalità

Ennesima pronuncia in tema di IRAP - Agente di commercio - Assogettamento al tributo per tale presupposto - non sussiste

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Con sentenza n.21578, depositata in data 21 ottobre 2010, la Corte di Cassazione conferma l'orientamento oramai prevalente secondo cui l’assoggettamento ad IRAP dell’attività esercitata dagli agenti di commercio e dai promotori finanziari è possibile soltanto in presenza del presupposto oggettivo d’imposta ovvero qualora l’attività di agente di commercio sia autonomamente organizzata, requisito da accertare secondo i consueti criteri.(in tal senso cfr. Cass. n.6068 del 12.03.2010)
Vale la pena di sottolineare che, l'Amministrazione finanziaria, in sede di giudizio ha sostenuto che gli agenti e i rappresentanti di commercio, in quanto imprenditori, sono in ogni caso soggetti passivi d'impsta, a nulla rilevando l’organizzazione della quale si avvalgono per lo svolgimento della loro attività.

INIZIO DI UNA NUOVA ATTIVITA' ECONOMICA: LA SCELTA DEL REGIME FISCALE. PARTE II: IL REGIME "DEI CONTRIBUENTI MINIMI"

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L'art.1, comma da 96 a 117, della Legge 24 dicembre 2007, n.244 (Finanziaria 2008) ha introdotto dal 1° gennaio 2008, un regime fiscale semplificato ed agevolato (c.d. regime dei contribuenti minimi), per le persone fisiche esercenti attività d'impresa o professionale, in possesso di determinati requisiti.
Possono aderire al regime dei contribuenti minimi le persone fisiche residenti in Italia esercenti attività d'impresa, arti o professioni che, nell'anno solare precedente:
- hanno conseguito ricavi o compensi, ragguagliati ad anno, in misura non superiore a € 30.000,00;
- non hanno effettuato cessioni all'esportazione;
- non hanno sostenuto spese per lavoratori dipendenti, non hanno erogato utili di partecipazione ad associati che portano solo lavoro;
- nel triennio solare precedente non hanno efffettuato acquisti di beni strumentali per un ammontare complessivo superiore a € 15.000,00.
I ricavi ed i compensi che rilevano, ai fini suddetti, sono per le imprese, quelli disciplinati dagli artt. da 57 a 85 del T.U.I.R. e dall'art.54 per gli esercenti arti e professioni.
Per le imprese occorre considerare i ricavi di competenza conseguiti nell'anno precedente.
Il comma 99 della Finanziaria 2008 fissa le cause di esclusione dal regime dei minimi. In particolare sono esclusi dal regime agevolato:
- le persone fisiche non residenti che svolgono attività nel territorio dello Stato;
- coloro che si avvalgono di speciali regimi di determinazione dell'IVA (ad esempio: vendita di sali e tabacchi, l'editoria, l'agricoltura e l'attività di pesca connessa, agenzie di viaggi e turismo, agriturismo, etc.);
- le persone fisiche che, oltre ad esercitare in proprio un'attività d'impresa, arte o professione, sono anche titolari di redditi di partecipazione in una società di persone o in associazioni professionali, in società a responsabilità limitata a ristretta base proprietaria che hanno optato per la trasparenza fiscale (salvo alcune deroghe).
Il regime dei contribuenti minimi rappresenta il regime naturale (ma non obbligatorio) per le persone fisiche che possiedono i requisiti predetti, tuttavia per il contribuente che inizia l'attività d'impresa o di lavoro autonomo nel corso dell'anno è necessario segnalare nella dichiarazione d'inizio attività l'adesione a tale regime. 
Analizzando le conseguenze principali che tale regime comporta nell'applicazione delle imposte (dirette ed indirette) è anzitutto necessario sottolineare la non applicazione dell'imposta sul valore aggiunto su tutte le operazioni effettuate dalle persone fisiche soggette al regime dei minimi, d'altra parte, però, tali contribuenti non possono detrarre l'IVA assolta sugli acquisti. Effetto primario di tale previsione sarà una notevole semplificazione degli obblighi formali, quali le registrazioni contabili, la tenuta e la conservazione dei registri, dichiarazione IVA, etc.
Il reddito d'impresa e di lavoro autonomo è costituito dalla differenza tra l'ammontare dei ricavi o compensi percepiti nel periodo d'imposta e quello dei costi o spese sostenute nel periodo stesso.
Concorrono altresì alla formazione del reddito le plusvalenze e le minusvalenze dei beni relativi all'impresa o all'esercizio dell'arte o professione,e  le sopravvenienze attive e passive.
In caso di acquisto di beni ammortizzati, non si dovrà procedere all'ammortamento degli stessi, ma il costo sostenuto sarà dedotto interamente nell'anno in cui è avvenuto il pagamento. Sono altresì deducibili dal reddito d'impresa e di lavoro autonomo, come sopra determinato, i contributi previdenziali ed assistenziali obbligatori. Al reddito determinato con le regole specifiche predette si applica un'imposta sostitutiva dell'impsota sui redditi e delle addizionali regionalie comunali pari al 20%.
I contribuenti minimi, inoltre, non sono soggetti ad IRAP e sono esonerati dall'applicazione degli studi di settore. Il regime dei minimi cessa di avere efficacia se, ad esempio:
- il contribuente consegue ricavi o compensi superiori a € 30.000,00 (se non superano i 45.000 euro il contribuente perde i requisiti dei contribuenti minimi dall'anno successivo);
- effettua una cessione all'esportazione; sostiene spese per lavoratori dipendenti e collaboratori;
- effettua acquisti di beni strumentali che, sommati a quelli dei due anni precedenti, superano l'ammontare complessivo di € 15.000,00, etc.
Dopo aver delineato le caratteristiche principali dei due regimi "agevolati", si ribadisce l'importanza della scelta del regime fiscale in ragione della natura e delle modalità attraverso le quali si intende svolgere qualsiasi nuova attività economica. 
Per eventuali delucidazioni, quesiti e richieste in relazione a tali regimi, scriveteci a: puglia.tributi@gmail.com

L'avvocato con l'apprendista paga l'Irap

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Paga l'Irap l'avvocato che si avvale di un solo apprendista part-time. Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 21563 del 20 ottobre 2010, ha respinto il ricorso di un legale che aveva chiesto il rimborso dell'imposta dal momento che aveva a studio una sola collaboratrice.
Applicando un principio ormai consolidato (cfr.Cass. n.14693/2009) la Suprema corte ha infatti spiegato che "L'esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, di attività di lavoro autonomo diversa dall'impresa commerciale, costituisce presupposto dell'Irap qualora si tratti di attività autonomamente organizzata. Il requisito dell'autonoma organizzazione dell'attività di lavoro autonomo il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, sussiste tutte le volte in cui il contribuente che eserciti l'attività di lavoro autonomo: sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell'organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; impieghi beni strumentali eccedenti la quantità che secondo l'id quod plerumque accidit costituiscono nell'attualità il minimo indispensabile per l'esercizio dell'attività anche in assenza di organizzazione oppure si avvalga in modo occasionale di lavoro altrui".
Cass. n. 21563 del 20 ottobre 2010

IVA - fatture false - prova - dichiarazione della clientela e antieconomicità dell'operazione - MASSIMA

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Le dichiarazioni dei clienti dell'azienda e l'antieconomicità dell'operazione, sono sufficienti per provare la falsità delle fatture. In questo caso non rileva il divieto di testimonianza nel processo tributario. Può darsi ingresso alle dichiarazioni rese da terzi agli organi dell'Amministrazione Finanziaria o in altra sede qualificata, come ad ogni altro elemento indiziario acquisito in sede di verifica amministrativa, purché tali indizi trovino ulteriore riscontro nelle risultanze dell'accesso dei verbalizzanti.
Cassazione n.21317 del 15.10.2010

INIZIO DI UNA NUOVA ATTIVITA' ECONOMICA: LA SCELTA DEL REGIME FISCALE. PARTE I: IL REGIME DELLE "NUOVE ATTIVITA' PRODUTTIVE"

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Uno dei primi passi da affrontare nel momento in cui si desidera iniziare un'attività economica è l'analisi dei diversi regimi fiscali previsti dal nostro legislatore e la successiva adesione a quello più calzanta all'attività economica che si intende intraprendere, stante le modalità, la forma giuridica e le caratteristiche di svolgimento della stessa.
A tal proposito in questo post si evidenzieranno, in maniera sintetica, i tratti essenziali di alcuni regimi fiscali attualmente in vigore nel nostro Paese. In particolar modo ci si soffermerà sui regimi fiscali "agevolati", definiti come il "Regime fiscale delle nuove iniziative produttive" (parte prima) ed il cd. "Regime dei contribuenti minimi" (parte seconda).
Per le persone fisiche che intraprendono nuove attività imprenditoriali o di lavoro autonomo, l'art.13 della L.388/2000 ha introdotto un regime fiscale agevolato, prevedendo un'imposizione ridotta sul reddito d'impresa o di lavoro autonomo, nonché una serie di esenzioni da obblighi contabili.
L'accesso a tale regime è subordinato alla ricorrenza delle seguenti condizioni:
- nei tre anni precedenti il soggetto non deve aver esercitato attività d'impresa, ovvero attività professionale e   l'attività intrapresa non deve costituire in alcun modo mera prosecuzione di altra attività svolta in precedenza in forma di lavoro dipendente o autonomo (escluso il caso di tirocinio obbligatorio ai fini dell'abilitazione all'esercizio di arti o professioni);
- l'ammontare dei compensi o ricavi realizzati nel periodo d'imposta non deve superare determinati limiti;
- devono essere correttamente adempiuti gli obblighi previdenziali, assicurativi ed amministrativi.
Per gli esercenti arti e professioni, l'ammontare dei compensi conseguiti nel periodo d'imposta non deve superare € 30.987,41; per il contribuente che svolge attività d'impresa, l'ammontare dei ricavi realizzati nel periodo d'imposta non deve superare: € 30.987,41 per le imprese aventi per oggetto prestazioni di servizi ed € 61.974,83 per le imprese aventi per oggetto altre attività.
I soggetti che intendono aderire a tale regime devono dichiararlo nel momento in cui si richiede la partita IVA.
Il regime si applica per il primo periodo d'imposta ed i due successivi ed è vincolante per almeno un periodo d'impsota.
La scelta del regime in oggetto comporta il pagamento di una imposta sostitutiva dell'IRPEF e delle addizionali pari al 10% del reddito prodotto.
Nei tre periodi d'imposta durante i quali trova applicazione il regime opzionale, il reddito di lavoro autonomo (determinato secondo gli ordinari criteri "analitici" previsti dall'art.54 del TUIR) e il reddito d'impresa (determinato ai sensi dell'art.66 del TUIR) non concorrono alla formazione del reddito complessivo e vengono assogettati ad un'imposta sostitutiva dell'IRPEF del 10%. Tali redditi, di conseguenza, non scontano la ritenuta a titolo d'acconto.
L'imposta è sostitutiva solo per l'IRPEF, ragion per cui si è soggetti regolarmente alle altre imposta, in particolare alle disposizione relative all'IVA ed all'IRAP.
Alle predette agevolazioni fiscali si affiancano, inoltre, alcune semplificazioni contabili. Ai sensi dell'art.13, comma 6, della L.388/2000, i soggetti ammessi a tale regime sono esonerati dalla registrazione e dalla tenuta delle scritture contabili rilevanti ai fini delle imposte dirette, dell'IRAP e dell'IVA; dalle liquidazioni e dai versamenti periodici dell'IVA, oltre che dal versamento dell'acconto annuale.
Restano comunque a carico del contribuente gli obblighi relativi alla fatturazione ed alla certificazione dei corrispettivi, se prescritti, alla conservazione in ordine cronologico dei documenti fiscali emessi e ricevuti; alla tenuta del libro del lavoro ed agli ulteriori adempimenti previsti dalla normativa sul lavoro.
Costituiscono cause di decadenza del regime rubricato in oggetto il superamento dell'ammontare dei ricavi o compensi in relazione ai limiti di accesso al regime stesso (sono previste alcune precise disposizioni, a seconda dell'entità del superamento dei predetti limiti, per l'anno d'imposta durante il quale si perdono i benefici di tale regime agevolato).
Si sottolinea, infine, che tale imposizione di favore, sostitutiva di quella ordinaria, impedisce, in assenza di altre tipologie di reddito diverse da quelle per le quali si beneficia della riduzione del carico fiscale, l'utilizzo in dichiarazione delle detrazioni/deduzioni previste per l'IRPEF.
Per eventuali approfondimenti, quesiti e chiarimenti in merito a tale regime, scriveteci a: puglia.tributi@gmail.com

Iva al 10 per cento sui consumi di gas per condomini e cooperative

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Vantaggi fiscali moltiplicati per gli abitanti di condomini e cooperative che utilizzano il gas metano per alimentare impianti di riscaldamento centralizzati e collettivi. L’aliquota Iva agevolata al dieci per cento si applica, infatti, fino al tetto massimo di 480 metri cubi annui misurato sui consumi energetici di ogni appartamento e non dell’intero edificio. Un beneficio che apre due strade: da un lato, gli utenti possono chiedere direttamente al gestore del servizio il rimborso della maggiore imposta addebitata in bolletta, dall’altro le società che erogano il gas hanno l’opportunità di recuperare l’Iva applicata nella misura ordinaria del venti per cento e versata all’Erario.
Sono questi, in sintesi, i principali chiarimenti forniti dall’Agenzia delle Entrate con la  risoluzione n.108/E del 15.10.2010 in base alla quale, i consumatori possono chiedere alla società energetica il rimborso della maggiore Iva pagata, poiché il rapporto tra utenti del servizio e imprese che erogano il gas è regolato dalla disciplina civilistica. Rientra, invece, tra le competenze dell’Amministrazione finanziaria stabilire le modalità di recupero dell’Iva applicata in misura ordinaria e versata all’Erario dai gestori. Nello specifico, questi potranno recuperare l’imposta entro due anni dalla data del versamento solo a condizione che dimostrino di averla a loro volta effettivamente restituita agli utenti. Una misura che garantisce la neutralità del tributo e, nello stesso tempo, impedisce l’indebito arricchimento delle società di erogazione del gas, che altrimenti potrebbero ottenere il rimborso dell’Iva non ridata ai clienti.

Dal 30 Ottobre entrano in vigore i nuovi onorari per i Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili.

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Approda in Gazzetta Ufficiale la nuova tariffa professionale dei Dottori commercialisti e degli Esperti contabili.  Le nuove disposizioni si applicano, a partire dal 30 ottobre, senza alcuna differenziazione, ai professionisti iscritti nelle Sezioni A e B dell’Albo unico dei Dottori commercialisti e degli Esperti contabili, nato nel gennaio del 2008 dalla fusione tra dottori commercialisti e ragionieri. Per coprire l’inflazione dal 1994 (anno delle precedente tariffa) ad oggi, gli onorari sono stati aumentati del 50%.

La nuova tariffa presenta disposizioni innovative che disciplinano gli onorari spettanti per le nuove attività previste proprio con la nascita dell’Albo unico, dalla riforma del diritto societario a quella del diritto fallimentare fino alle disposizioni tributarie. Nella nuova tariffa è stato inoltre reintrodotto il rimborso delle spese generali di studio nella misura del 12,5%, con il limite di 2.500 euro per ciascuna parcella.
Le tariffe minime, seppur previste, hanno una funzione meramente orientativa e non sono pertanto vincolanti.
Le nuove norme si applicano per le prestazioni in corso alla data della loro entrata in vigore. Per gli onorari graduali, i rimborsi spese e le indennità sono determinati secondo la tariffa in vigore nel momento in cui si è verificato il presupposto per la loro applicabilità.

Non soggetti ad IRAP i piccoli imprenditori, i coltivatori diretti, gli artigiani ed i tassisti

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La Corte di Cassazione torna ad occuparsi della vexata quaestio in merito all'assoggettabilità o meno alle norme che disciplinano l'IRAP nei riguardi di alcune precise attività produttive strutturate in una determinata maniera.
La Suprema Corte, infatti, con tre sentenze del 13 ottobre 2010 (la n. 21122, la n. 21123, 21124), ha ritenuto esenti dall'imposta regionale sulle attività produttive i coltivatori diretti, gli artigiani ed i tassisti solo quando si tratti di attività non autonomamente organizzata.

Sentenza Cassazione civile 13/10/2010, n. 21122
Sentenza Cassazione civile 13/10/2010, n. 21123
Sentenza Cassazione civile 13/10/2010, n. 21124

Professionisti e spese processuali. Il rimborso entra nel reddito

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Le spese processuali sostenute da un professionista che agisce giudizialmente per danni da inadempimento contrattuale sono deducibili in quanto inerenti alla sua attività. Di conseguenza, il rimborso delle stesse rientra nel reddito di lavoro autonomo e, se erogato da un soggetto a ciò obbligato, sconta la ritenuta d'acconto.
Il chiarimento è arrivato con la risoluzione 106/E del 13 ottobre.
Questa, in sintesi, è l'interpretazione fornita dall'Agenzia delle Entrate - Direzione Centrale Normativa, a seguito di un interpello (articolo 11 della legge n. 212 del 2000) atto a risolvere una querelle sorta fra una Società e un notaio suo cliente, con quest'ultimo uscito vittorioso da un contenzioso civile da lui stesso promosso. Il disaccordo fra le parti è continuato dal momento che la SpA, quale sostituto d'imposta, ha applicato la ritenuta d'acconto sull'intero importo liquidato in sentenza dal giudice a favore del professionista e, cioè, sia sulla somma disposta a titolo di "mancati guadagni professionali" sia sulla parte relativa alle spese processuali.
In particolare, per quanto concerne le spese processuali, sostenute per ottenere in giudizio un risarcimento danni a fronte di mancati guadagni professionali, l'Amministrazione Finanziaria, condividendo l'interpretazione fornita dall'interpellante, sostiene che le stesse siano inerenti all’attività professionale e, pertanto, deducibili dal reddito.
"Per ragioni di simmetria impositiva, pertanto, il rimborso delle predette spese, che hanno concorso alla formazione del reddito sotto forma di costi deducibili, deve ugualmente  essere assoggettato ad imposizione e a ritenuta  ai sensi del combinato disposto dei predetti articoli 6 del TUIR e 25 del DPR n. 600 del 1973.
Resta fermo che il professionista che non abbia dedotto le spese processuali nel periodo d’imposta in cui le ha sostenute può recuperare la maggiore imposta versata presentando dichiarazione integrativa, ai sensi dell’articolo 2, comma 8-bis, del DPR n. 322 del 1998, o istanza di rimborso, ai sensi dell’articolo 38 del DPR n. 602 del 1973".

Le indagini sul c/c della figlia del legale rappresentante determinano il reddito della società

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Nel caso in cui le movimentazioni finanziarie dei conti correnti dei soci e dei loro parenti non dovessero trovare alcuna giustificazione in relazione alla natura privata dei conti stessi, l' Agenzia può legittimamente utilizzare tali operazioni bancarie per l'accertamento della posizione fiscale della società di capitali partecipata dai soci titolari dei predetti conti correnti. E' questa, in sintesi, la decisione assunta dalla Suprema Corte, con la recente sentenza n. 20862 del 2010.

Cassazione civile Sentenza 08/10/2010, n. 20862

Guida fiscale giovani avvocati

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Sul sito dell'AGENZIA DELLE ENTRATE, nella sezione documenti - guide fiscali, è possibile scaricare il file pdf rubricato "guida fiscale giovani avvocati".
Detto documento rappresenta un utile vademecum per tutti quei professionisti che da poco si sono aprocciati alla libera professione forense o che comunque nutrono dei dubbi in merito al trattamento fiscale dei redditi prodotti nell'ambito della professione.
Il documento offre interessanti spunti ed approfondimenti in merito a:
a) regime fiscale agevolato per i contribuenti minimi;
b) modalità e criteri per la corretta redazione della fattura e come vanno ivi indicate le c.d. "spese vive";
c) ritenute a titolo di acconto ed a titolo di imposta;
d) costi deducibili ai fini irpef ed iva;
e) irap;
f) ambito di applicazione degli studi di settore.

REDDITI PRODOTTI IN FORMA ASSOCIATA - massima

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Nelle società i redditi sono imputati senza dividendo.
I redditi delle società personali sono imputati a ciascun socio, indipendentemente dalla percezione effettiva, proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili.
Corte di Cassazione 07/09/2010 n.19137

COMMENTO:
Questa sentenza stravolge notevolmente il principio della effettiva percezione del reddito derivante dalla partecipazione, superato anche in questo caso da una presunzione, il tutto in spregio dei principi costituzionali concernenti la capacità contributiva.

Chiarimenti sulla tassa di concessione governativa per gli aspiranti avvocati - Comunicato Stampa del 11/10/2010 n. 204 - Agenzia delle Entrate

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Zero tassa di concessione governativa per i laureati in legge che si iscrivono al primo anno nel registro dei praticanti, perché non ancora abilitati all’esercizio della professione forense. Il tributo è invece dovuto per gli anni successivi, in cui i praticanti procuratori possono essere nominati difensori d’ufficio o svolgere le funzioni di pubblico ministero. A chiarirlo è l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione 103/E che prende le mosse dalla richiesta di un Consiglio dell’ordine degli avvocati, interessato a sapere se i laureati in giurisprudenza devono pagare la concessione governativa per iscriversi al registro dei praticanti.
In particolare, il documento di prassi precisa che la tassa è dovuta nella misura fissa di 168 euro e si applica a partire dal secondo anno di iscrizione all’albo dei praticanti, perché solo da quel momento si ha effettivamente l’abilitazione ad esercitare la professione forense.

Agenzia delle Entrate - Risoluzione del 11/10/2010 n. 103 Concessioni governative solo per gli avvocati praticanti abilitati al patrocinio

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Con la risoluzione rubricata in oggetto, l’Agenzia delle Entrate si è pronunciata in merito alle modalità di applicazione della tassa sulle concessioni governative per l’iscrizione dei laureati in giurisprudenza nel registro dei praticanti avvocato (art. 8 comma 1 del RDL 27 novembre 1933 n. 1578 - Legge professionale Forense) e per l’inserimento dei praticanti nell’elenco degli abilitati al patrocinio (art. 8 comma 2 del RDL citato).
L’art. 8 comma 1 della Legge professionale Forense prevede che “I laureati in giurisprudenza, che svolgono la pratica (...), sono iscritti, a domanda e previa certificazione del procuratore di cui frequentano lo studio, in un registro speciale tenuto dal consiglio dell’ordine degli avvocati e dei procuratori presso il tribunale nel cui circondario hanno la residenza, e sono sottoposti al potere disciplinare del consiglio stesso”. Durante questo primo anno, ai praticanti è precluso l’esercizio della professione forense.
Dopo un anno dall’iscrizione nel suddetto registro, tali soggetti sono ammessi, per un periodo non superiore a sei anni, ad esercitare il patrocinio davanti ai Tribunali del distretto nel quale è compreso l’ordine circondariale che ha la tenuta del registro. Con il patrocinio, i praticanti possono assumere incarichi difensivi limitatamente ai procedimenti che rientravano nelle competenze del Pretore (organo giudiziario soppresso dal DLgs. 51/1998, le cui competenze erano state trasferite al Tribunale ordinario); in sede penale, possono essere nominati difensori d’ufficio, esercitare le funzioni di pubblico ministero e proporre dichiarazione di impugnazione sia come difensori sia come rappresentanti del pubblico ministero.
Ai fini della tassa sulle concessioni governative, l’articolo 22 della Tariffa allegata al DPR del 26 ottobre 1972 n. 641 dispone che la tassa nella misura di 168,00 euro è dovuta per l’“Esercizio di attività industriali o commerciali e di professioni, arti o mestieri”.
Da  quanto sopra discende che solo nel caso in cui l’iscrizione all’albo non abiliti all’esercizio di alcuna professione, come nell’ipotesi di iscrizione al primo anno nel registro speciale dei praticanti, di cui al comma 1 dell’articolo 8 del più volte richiamato RDL n. 1578 del 1933, la tassa sulle concessioni governative non risulta dovuta per carenza dei presupposti di applicazione della stessa.

Il contribuente in difficoltà ha diritto ad ottenere la rateizzazione dalla società di riscossione

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La rateizzazione delle imposte da parte della società di riscossione è un diritto del contribuente che “versa in obiettive difficoltà” economiche. 
Lo sottolinea la Cassazione dando ragione a un contribuente moroso contro Equitalia la quale, al contrario, ha sostenuto la tesi per cui la rateizzazione è solo una gentile concessione, dispensata a discrezione dell'esattore.
Questa tesi è stata rigettata dalla Suprema Corte che ha sottolineato come «in base all'articolo 19 del dpr 602 del 1973 e successive modifiche, il contribuente che versi in temporanea condizione di obiettiva difficoltà, può richiedere la ripartizione del pagamento in più rate mensili». 

Cassazione, sentenza n.20778 del 07.10.2010

Non solo i versamenti ma anche i prelievi dal conto fanno scattare l'accertamento fiscale

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L'amministrazione finanziaria può basare l'accertamento induttivo del reddito del contribuente sia sui versamenti che sui prelevamenti nel conto bancario. Salva la prova contraria. 
La sezione triutaria ha infatti ribadito che "In tema di accertamento delle imposte sui redditi e con riguardo alla determinazione del reddito di impresa, l'art. 32 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 impone di considerare ricavi sia i prelevamenti, sia i versamenti su conto corrente, salvo che il contribuente non provi che i versamenti sono registrati in contabilità e che i prelevamenti sono serviti per pagare determinati beneficiari, anziché costituire acquisizione di utili; posto che, in materia, sussiste inversione dell'onere della prova, alla presunzione di legge (relativa) va contrapposta una prova, non un'altra presunzione semplice ovvero una mera affermazione di carattere generale, né è possibile ricorrere all'equità".
Corte di cassazione, sentenza n. 20735 del 6 ottobre 2010.

Verso il federalismo fiscale: Consiglio dei Ministri n.109 del 07.10.2010

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In data odierna il Consiglio dei Ministri ha approvato il maxi-decreto legislativo sul federalismo fiscale.
Il provvedimento riguarda le nuove disposizioni sulla finanza regionale, provinciale e sui costi standard in sanità. 
I costi standard della sanità scatteranno dal 2013 e saranno tre regioni con i conti in ordine a fare da modello. Inoltre, è stata prevista  la soppressione dei trasferimenti statali di parte corrente con carattere di generalità e permanenza, la compartecipazione delle medesime Regioni al gettito dell’IVA e l’addizionale regionale all’IRPEF e l’IRAP, che le Regioni possono ridurre fino all’azzeramento. Sono inoltre individuate le fonti di finanziamento delle province, nonché i meccanismi perequativi.
Dopo l'approvazione odierna da parte del CdM, il testo del decreto legislativo di attuazione della legge n.42 del 2009 in materia di federalismo fiscale, andrà all'esame della Conferenza Unificata e del Parlamento per poi tornare in Consiglio dei Ministri per il via libera definitivo.

Anche se è pubblico va allegato l’atto richiamato all’accertamento fiscale

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All’accertamento fiscale va allegato l’atto richiamato, anche se pubblico. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 20535 del 01 ottobre 2010, secondo cui gli accertamenti fiscali sono validi solo se vengono allegati gli atti richiamati, anche se pubblici. In particolare, é nullo l’atto impositivo Ici se non viene allegata la deliberazione della Giunta che fissa il valore delle singole aree.

Commette reato il commercialista che emette fatture false insieme al cliente

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Lo ha stabilito la suprema corte di cassazione che, con la sentenza n. 35453 del 1° ottobre 2010, ha confermato la condanna a oltre un anno di reclusione nei confronti di un commercialista e del suo cliente perché avevano emesso una serie di fatture false (con una cosiddetta cartiera) per permettere a un terzo di dedurre illecitamente le imposte. Ma non basta. Da questa interessante sentenza emerge inoltre che l'emissione di fatture false, anche se sono più di una ma relative allo stesso periodo di imposta, ravvisano sempre un solo reato. Difatti i giudici di legittimità, in tal senso, hanno stabilito che «ai sensi del comma 2 dell'art. 8 dlgs 74/2000 è da considerarsi unitario il reato di emissione di fatture inesistenti anche in presenza della emissione, nel corso del medesimo periodo di imposta, di una pluralità di fatture per operazioni inesistenti». Nello studio erano state trovate delle fatture false e il timbro normalmente usato dal titolare dell'azienda. Il collegio di legittimità ha poi chiarito che «l'art. 9 dlgs 74/2000, mentre esclude il concorso tra chi ha emesso la fattura e chi l'ha utilizzata non esclude invece il concorso nella emissione della fattura o del documento per operazioni inesistenti secondo le regole ordinarie del concorso di persone nel reato ex art.110 c.p.». Questo perché «una diversa interpretazione, determinerebbe una situazione di irrilevanza penale nei confronti di chi abbia posto in essere comportamenti riconducibili alla previsione concorsuale in relazione alla emissione della documentazione fittizia e che non abbia poi utilizzato le fatture per un mero accidente (accertamenti effettuati prima della scadenza del termine per la presentazione della dichiarazione). In tal caso infatti il soggetto, pur avendo concorso nella emissione delle fatture inesistenti con un ruolo di primaria rilevanza (per esempio, come istigatore) non verrebbe sanzionato né ex art. 8 dlgs (a titolo di concorso), né ex art. 2 medesimo dlgs a titolo di tentativo (essendo questo escluso espressamente dall'art. 6)».
Va precisato che i due soggetti  erano coniugi ma, né i giudici di merito né la cassazione hanno ravvisato un concorso nel reato solo perché i due erano legati dal vincolo di matrimonio. È prevalso, invece, il rapporto professionale.
Fonte: Corte di Cassazione Terza Sez. Penale sentenza n. 35453 del 1° ottobre 2010 

Società di capitali e accertamento bancario - Indagini bancarie anche sui c/c intestati a dipendenti

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È legittimo l’accertamento IVA a carico di una S.p.a., fondato sulle movimentazioni dei conti correnti bancari intestati formalmente a singoli soci e ad alcuni dipendenti.
È principio consolidato quello per cui l'utilizzazione dei dati risultanti dalle copie dei conti correnti bancari acquisiti dagli istituti di credito non può ritenersi limitata, in caso di società di capitali, ai conti formalmente intestati all'ente, ma riguarda anche quelli formalmente intestati ai soci, amministratori o procuratori generali, allorché risulti provata dall'Amministrazione finanziaria, anche tramite presunzioni, la natura fittizia dell'intestazione o, comunque, la sostanziale riferibilità all'ente dei conti medesimi o di alcuni loro singoli dati.
A ribadirlo è la recente sentenza n. 20197/2010 con cui la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell’Ufficio ribaltando le sentenze delle Commissioni tributarie di merito, già favorevoli alla società contribuente.
Nella fattispecie, in base alle risultanze di un’ispezione condotta dalla GdF, l’Ufficio contestava alla società l'omessa fatturazione di un imponibile IVA, con conseguente recupero di imposta evasa, penalità ed interessi. Dall’esame dei conti correnti intestati ad alcuni soci e dipendenti della società, risultava che su di essi erano affluiti versamenti dei quali gli intestatari dei conti non avevano saputo (voluto) dare spiegazione (i soci convocati per fornire notizie e chiarimenti non avevano aderito all'invito, mentre due dipendenti avevano dichiarato l'uno di non essere a conoscenza dell'esistenza del conto a lui intestato e l'altro di non essere in grado di fornire alcuna giustificazione o documentazione a supporto delle operazioni che ne risultavano).
Tali circostanze costituivano – secondo l’Ufficio - presunzioni gravi, precise e concordanti del fatto che i conti rispecchiassero attività aziendali non dichiarate.
La Corte di Cassazione ricorda, in proposito, che l'utilizzo di dati riscontrati su conti correnti bancari formalmente intestati a terze persone, dei quali l'Amministrazione provi che concernono il contribuente soggetto ad accertamento, non costituisce applicazione del metodo di indagine induttivo (legittimato, in materia di IVA, dall'art. 55, D.P.R. n. 633/1972 nei casi, tassativi, ivi previsti). Segue viceversa sulla scorta di quei medesimi riscontri analitici, in base alla previsione dell'art. 51, n. 2, che consente di porre a base della rettifica i dati concernenti qualsiasi rapporto intrattenuto dai contribuente (direttamente o per interposta persona) con gli intermediari creditizi quando egli non dimostri di averne tenuto conto nelle dichiarazioni o che fossero per esse irrilevanti. (Sentenza Cassazione civile 24/09/2010, n. 20197)
Fonte: Ipsoa

Proroga al 5 ottobre per l’invio telematico di UNICO 2010

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L’Agenzia delle Entrate ha posticipato di 5 giorni il termine per l’invio telematico degli adempimenti che scadevano ieri.
 La proroga si è resa necessaria in seguito ad un guasto tecnico nel sistema informatico che si è verificato nella mattinata di ieri e che ha impedito l’accesso ai servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate da parte degli utenti abilitati.
Il comunicato che annuncia la proroga assicura che “tutti gli adempimenti telematici” in scadenza il 30 settembre 2010 si intendono regolarmente eseguiti anche se effettuati “entro il 5 ottobre 2010”.
Sono interessati alla proroga, in particolare, coloro che entro la fine di settembre dovevano presentare in via telematica:
-  la dichiarazione dei redditi mediante il modello UNICO 2010 PF, ENC,  SP e SC unitamente alla scelta per la destinazione dell’8 e del 5 per mille dell’IRPEF;
-  la dichiarazione IRAP 2010;
-  il modello CNM 2010 (Consolidato nazionale e mondiale);
-  la dichiarazione IVA 2010 “separata”;
-  le dichiarazioni integrative di UNICO 2009 (ad esempio con il modulo RW, usufruendo della sanzione ridotta pari a 25 euro, da parte dei lavoratori dipendenti residenti in Italia che svolgono l’attività all’estero e che, nella dichiarazione dello scorso anno, avevano omesso di presentare tale modulo), IRAP 2009  e IVA 2009;
-  l’istanza per il rimborso dell’IVA assolta in un altro Stato membro della Comunità europea in relazione a beni e servizi ivi acquistati o importati nell’anno precedente da parte di soggetti IVA residenti in Italia;
-  l’istanza per il rimborso dell’IVA assolta in Italia in relazione a beni e servizi ivi acquistati e importati nell’anno precedente da parte dei soggetti residenti in altri Stati comunitari;
-  l’istanza per il rimborso dell’IVA assolta in Italia sull’acquisto o importazione di beni mobili e servizi nell’anno precedente da parte di soggetti IVA residenti in Svizzera, Norvegia o Israele;
-  gli elenchi INTRA-12 relativi agli acquisti intracomunitari effettuati nel mese di agosto, da parte di enti non commerciali e agricoltori esonerati.
Nel differimento, inoltre, rientra la trasmissione telematica delle dichiarazioni correttive di UNICO 2010 (che devono essere presentate entro il termine ordinario di scadenza).
FONTE: Eutekne.info