La rimessione in termine nel processo tributario

CORTE DI CASSAZIONE - Ordinanza 15 aprile 2014, n. 8715

prescrizione La CTR di L’Aquila -adita in sede di rinvio da D.P.G., dopo la cassazione (per effetto della pronuncia n.5932/2009) della sentenza della predetta CTR n.30/10/2003, con la quale era stato accolto l’appello proposto dall’Ufficio- ha dichiarato tardivo il ricorso in riassunzione, per essere stato proposto oltre il termine annuale dell’art.392 cpc, con accertamento del passaggio in giudicato della sentenza impugnata ed estinzione del giudizio ai sensi dell’art.393 cpc.
La predetta CTR ha anche evidenziato che non poteva trovare accoglienza la giustificazione della tardività fondata sulla omessa comunicazione del deposito della sentenza da parte della Corte di Cassazione, atteso che il termine dell’art.392 ha carattere perentorio ed una rimessione in termini "sarebbe contraria a quello scopo di semplificazione e di certezza del diritto che la norma vuole perseguire".

D.P.G. ha interposto ricorso per cassazione affidato a due motivi.
La parte intimata si è costituita con controricorso.
Il ricorso - ai sensi dell’art.380 bis cpc assegnato allo scrivente relatore, componente della sezione di cui all’art.376 cpc- può essere definito ai sensi dell’art.375 cpc. Infatti, con il primo motivo di censura (centrato violazione dell’art.184 bis cpc, applicabile ratione temporis) la parte ricorrente si duole del fatto che il giudice del rinvio abbia denegato la rimessione in termini per la proposizione del ricorso in riassunzione del grado di rinvio, per quanto l’istituto della rimessione in termini abbia carattere generale (e si applichi perciò anche ai gradi successivi al primo) e a situazioni diverse dalla sola decadenza dei poteri processuali interni al processo.
Il motivo di impugnazione appare infondato e da disattendersi.
E’ infatti consolidato l’indirizzo giurisprudenziale di codesta Corte secondo il quale: "il termine annuale di decadenza dall'impugnazione decorre dalla pubblicazione della sentenza, ossia dal deposito in cancelleria della stessa, a nulla rilevando l'omissione della comunicazione di cancelleria di avvenuto deposito, la quale può dare solamente luogo a conseguenze disciplinari a carico del responsabile" (Cass. Sez. L, Sentenza n. 15778 del 16/07/2007; Cass. Sez. L, Sentenza n. 11910 del 07/08/2003). Con specifico riferimento poi all’istanza di rimessione in termini, codesta Corte ha pure evidenziato che:" La decadenza da un termine processuale, ivi compreso quello per impugnare, non può ritenersi incolpevole e giustificare, quindi, la rimessione in termini, ove sia avvenuta per errore di diritto. Tale errore sussiste, in particolare, allorché la parte decaduta dall'impugnazione per l'avvenuto decorso del termine di cui all'art. 327 cod. proc. civ. si dolga della non tempestiva comunicazione della sentenza da parte della cancelleria, posto che il termine di cui all'art. 327 cod. proc. civ. decorre dalla pubblicazione della sentenza mediante deposito in cancelleria, e non dall'omessa comunicazione da parte del cancelliere, non ravvisandosi in tale regime delle impugnazioni alcun dubbio di costituzionalità. (Cass. Sez. 6-3, Sentenza n. 17704 del 29/07/2010).
Non resta che concludere che legittimamente -alla luce dei considerati principi- il giudice del merito ha negato la rimessione in termini richiesta dalla parte contribuente.
Con il secondo motivo (centrato sul vizio di motivazione) la parte ricorrente si duole del fatto che il giudice del merito abbia ritenuto non concedibile la rimessione in termini, atteso che il termine a cui si riferisce la decadenza è di genere perentorio. In tal modo il giudicante ha fatto mostra di ignorare che la rimessione in termini si riferisce appunto ai termini di genere perentorio, non avendo senso in riferimento a quelli di genere ordinatorio.
Il motivo di impugnazione è inammissibilmente proposto, non avendo la parte ricorrente enucleato il fatto (controverso e dirimente) rispetto al quale soltanto è possibile postulare che sia viziata la motivazione della sentenza impugnata.
In definitiva, si ritiene che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio per manifesta infondatezza ed inammissibilità.
ritenuto inoltre:
che la relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata agli avvocati delle parti;
che nessuna delle parti ha depositato memoria illustrativa;
che il Collegio, a seguito della discussione in camera di consiglio, ritiene di non poter condividere la proposta di decisione del consigliere relatore, alla luce dell’evoluzione registratasi nell’applicazione e nell’interpretazione giurisprudenziale delle norme di rito successivamente alle pronunce menzionate nella relazione. Ed invero, occorre muovere dal presupposto che alla specie di causa (per effetto del termine annuale di cui poteva disporre la parte qui ricorrente ai fini della riassunzione della causa in sede di rinvio, siccome controversia già instaurata alla data di entrata in vigore della legge n.69/2009, e perciò del termine ultimo per detta riassunzione scadente il 12.3.2010) non poteva effettivamente farsi applicazione della nuova formula dell’art. 153 cpc ed in specie della generalizzazione dell’istituto della rimessione in termini, proprio per effetto del trasferimento della norma che lo prevede tra le disposizioni generali, ormai applicabile a tutti i gradi del processo ed a tutte le situazioni di elusione di un termine perentorio, per quanto esso sia esterno allo svolgimento del processo. Tuttavia, anche in riferimento alla vigenza dell’art.184 bis cpc ("ratione temporis" applicabile anche alla specie di causa), un recente insegnamento di questa Corte è giunto a ritenere che:"L'istituto della rimessione in termini, di cui all'art. 184 bis cod. proc. civ., dovendo essere letto alla luce dei principi costituzionali di effettività del contraddittorio e delle garanzie difensive, trova applicazione non solo nel caso di decadenza dai poteri processuali di parte interni al giudizio di primo grado, ma anche nel caso di decadenza dall'impugnazione per incolpevole decorso del termine" (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 9792 del 14/06/2012);
che l’istituto della rimessione in termini, sia pure nella sua originaria configurazione, deve considerarsi senz’altro applicabile anche al rito tributario (alla luce dei principi costituzionali che vi presiedono, non meno di quanto presiedono al rito civile, e nell’ottica della tutela delle garanzie difensive e dell’attuazione del giusto processo) vuoi con riguardo alle decadenze relative ai poteri processuali "interni", vuoi con riguardo alle decadenze correlate alle facoltà esterne e strumentali al processo, quali l’impugnazione dei provvedimenti sostanziali che sono oggetto delle tutele processuali concesse (in termini, per tutte, Cass. sez. 5 sentenza 2.3.2012 n.3277);
che, in applicazione del predetto principio (da considerarsi alla stregua di diritto vivente), deve concludersi che il giudice del merito ha erroneamente ritenuto che la natura perentoria del termine previsto dalla legge per l’impugnazione esimeva il giudicante medesimo dal considerare nel merito la fondatezza dell’istanza di rimessione in termini, alla luce delle ragioni prospettate dalla parte istante ai fini di asseverare la non imputabilità della decadenza;
che non resta che concludere che la pronuncia qui impugnata, che non si è attenuta ai principi del diritto vivente, merita di essere cassata e che la lite deve essere restituita allo stesso giudice del merito affinché accerti -in concreto- se le ragioni prospettate nell’istanza finalizzata alla rimessione in termini integrano le caratteristiche della causa non imputabile;
che le spese di lite vanno regolate dal giudice di rinvio, anche con riguardo al presente grado di processo.
P.Q.M.
Accoglie il ricorso. Cassa la decisione impugnata e rinvia alla CTR Abruzzo che, in diversa composizione, provvederà anche sulle spese di lite del presente grado.



















Nessun commento: