Impugnare la cartella e contestarne il merito della pretesa fiscale: quando è possibile

CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 12 novembre 2013, n. 25358

E’ noto che la cartella di pagamento può essere impugnata solo per i vizi propri quali, ad esempio, il difetto di notifica o la mancata sottoscrizione della stessa. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha esplicitato un principio, di per se già noto ai professionisti del settore, secondo il quale la cartella di pagamento, se risulta essere il primo atto notificato al contribuente, può essere impugnata anche per contestarne il merito della pretesa in essa contenuta. Di seguito un estratto dell’ordinanza n.23358/13 della Suprema Corte.
“Il contribuente può contestare una pretesa tributaria anche in sede di impugnazione della cartella emessa sulla base delle sue dichiarazioni; purché ovviamente tale cartella costituisca il primo atto con cui la pretesa viene portata a conoscenza del contribuente. E non è affatto necessario che il contribuente versi quanto chiesto in cartella e quindi presenti domanda di rimborso, impugnando il silenzio-rigetto.
Infatti la Corte di Cassazione con sentenza n. 9872 del 5 maggio 2011, ha affermato che il contribuente può contestare, anche emendando le dichiarazioni presentate all’Amministrazione finanziaria, l’atto impositivo che lo assoggetti ad oneri diversi e più gravosi di quelli che, per legge, devono restare a suo carico; e tale contestazione deve farla proprio impugnando la cartella esattoriale, non essendogli consentito di esercitare l’azione di rimborso dopo il pagamento della cartella. Ed in difetto di impugnazione della cartella risulta precluso il rimborso previsto dall’art. 38 del d. P.R. 29 settembre 1973, n. 602″.

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