Il raddoppio dei termini decadenziali per l’accertamento fiscale

4055262-law-concept-of-justice-symbolL’utilizzo del raddoppio dei termini decadenziali ai fini della notifica degli avvisi di accertamento è un tema abbastanza rovente che non ha ancora trovato la quadratura del suo cerchio. La contestazione che spesso viene sollevata dai contribuenti consiste nell’utilizzo arbitrario ed indiscriminato da parte dell’Ufficio della norma che prevede il  c.d. termine lungo di notifica pur in assenza o, quantomeno, nella incertezza, della sussistenza di reati tributari che giustifichino l’adozione del suddetto termine c.d. lungo. Nella confusione giurisprudenziale che regna a seguito della sentenza n.247/2011 della Corte Costituzionale, è doveroso segnalare la ricca (di contenuti!!) pronuncia emessa dalla C.T.Provinciale di Ravenna (sentenza n.191/02/13) di cui di seguito si riporta una corposa parte:
Preliminarmente è necessario valutare se il raddoppio dei termini di accertamento di cui al comma 2 bis dell’art. 43 del DPR 600/73 è stato legittimamente applicato, valutazione questa che non può non tenere in considerazione la sentenza n. 247/2011 con cui la Corte Costituzionale oltre a decretare la costituzionalità della norma ha anche fissato alcuni principi volti ad evitare eventuali arbitrari comportamenti degli Uffici.
La Corte Costituzionale non si è limitata ad osservare che il raddoppio dei termini di accertamento è necessario per dotare l’Amministrazione Finanziaria di un maggior lasso di tempo per acquisire dati utili a contrastare illeciti tributari i quali  avendo rilevanza penale sono di norma di complesso accertamento, ma ha anche chiarito che la gravità e la difficoltà di rilevamento di detti illeciti derivano dalla non arbitraria ipotizzabilità (in base a chiari ed obiettivi elementi indiziari) dei reati perseguibili.
Dal ragionamento che precede e che chiarisce la ratio del comma 2 bis si può individuare un fondamentale presupposto per una legittima applicazione della norma: fin dall’inizio (o almeno non alla fine) della verifica tributaria devono emergere chiari ed obiettivi elementi indiziari di illeciti tributari con rilevanza penale.
Nel caso che qui interessa, invece, risulta che la verifica che ha portato all’emissione dell’avviso di accertamento è iniziata con l’invio di un questionario notificato in data 15 ottobre 2009 e i fatti costituenti ipotesi di reato sono stati constatati al termine delle operazioni di accertamento conclusasi il 14/12/2011.
La cronologia di quanto precede porta ad una considerazione: l’Ufficio ha intrapreso la verifica (che Lui stesso definisce di particolare complessità, sia in fatto che sotto il profilo giuridico) senza avere non solo elementi di fatto certi (fattispecie che pare però andare oltre il principio espresso dalla Corte Costituzionale) ma nemmeno una probabile possibilità di ottenere un risultato investigativo idoneo a legittimare un raddoppio dei termini.
Considerato quanto precede è ragionevole che possa sorgere il dubbio in merito all’aver, l’Ufficio, iniziato il controllo sulla base di fatti che siano obiettivamente riscontrabili da parte di un pubblico ufficiale per l’insorgenza dell’obbligo di denuncia penale ovvero se non vi sia stata invece una valutazione discrezionale e meramente soggettiva.
L’avviso di accertamento è stato emesso prima che fossero ancora emersi (o almeno non erano ancora certi nella valutazione dell’Ufficio) gli illeciti di rilevanza penale, che come già detto in precedenza sono stati constatati al termine della verifica.
Anche in questo caso è la cronologia dei fatti che obbliga ad una riflessione: la notifica dell’avviso di accertamento è avvenuta in concomitanza con la chiusura dell’indagine (14 dicembre) ma la materiale redazione dell’atto è avvenuta due giorni prima, quando ancora non si era verificato il presupposto per un legittimo raddoppio dei termini.
Posto che con la notifica (per quanto qui interessa) si porta semplicemente a conoscenza del contribuente una determinata contestazione con conseguente pretesa tributaria, sorgono dubbi sulla validità di un atto la cui motivazione deve essere ritenuta rappresentativa soltanto di una possibile (ma non accertata) situazione idonea a legittimare il raddoppio dei termini.
E non è chiaro nemmeno come l’Amministrazione Finanziaria possa affermare che non avrebbe potuto operare alcuna fondata notizia di reato senza prima aver contestato il superamento delle soglie previste per legge: tale superamento, ragionevolmente, non sarà stato calcolato e quindi scoperto solo al momento della redazione dell’avviso di accertamento, bensì si sarà rivelato nel corso dell’indagine con successiva formalizzazione al momento di emissione dell’atto impositivo.
Quanto precede porta quindi a ritenere l’operato dell’Ufficio tardivo (o almeno non tempestivo) in riferimento all’inoltro della denuncia; atto, questo, che avrebbe dovuto precedere l’emissione dell’avviso di accertamento ed esservi allegato, sia per rispettare un’estensiva interpretazione del comma 1 dell’art. 7 della Legge 212/2000 sia, soprattutto, per far comprendere al contribuente (e consentirgli quindi una maggior tutela del proprio diritto di difesa) quali erano i fatti di rilevanza penale comunicati alla Procura della Repubblica che determinavano l’applicazione di una norma per lui fortemente penalizzante.
Da quanto in precedenza indicato emerge un contesto con qualche dubbio ed incertezza sulla piena legittimità dell’operato dell’Ufficio, e non solo per aspetti procedurali.
Si rende però necessario, in ossequio a quanto disposto dalla Corte Costituzionale nella già citata sentenza, verificare anche il merito della vicenda”.

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